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Donald Trump, la guerra in Iran e le bacchettate di Papa Leone XIV

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Donald Trump e Leone XIV: la «Furia Epica» contro l’Iran e la frenesia del presidente Usa, ultima maschera della solita politica mediorientale americana al traino delle ossessioni di Israele, in qualche modo fa “scappare la pazienza” anche al Santo Padre. Leone XIV, per inciso originariamente connazionale del tycoon come Robert Fracis Prevost, ha fatto sentire la sua voce alla vigilia della scadenza dell’ultimatum di Washington contro Teheran.

Anche se difficilmente la dichiarazione estemporanea del Papa (diremo appresso perché si è presentata così) sarà stata determinante nel corso degli avvenimenti, Trump ha infine dilazionato il suo ultimatum all’Iran. E si è preso due settimane di tregua apparente e negoziati che inizieranno questo fine settimana in Pakistan. Pare che la delegazione americana debba essere rappresentata al massimo livello dal vicepresidente JD Vance, con quanto ne consegue in fatto d’interpretazioni delle sfumature della tattica più che non della strategia americana.

In compenso, a fronte di una tregua quanto mai precaria nell’antica Persia, si assiste alla recrudescenza delle operazioni di guerra israeliane in Libano contro Hezbollah (qualche centinaio di morti e migliaia di feriti), con l’Idf che tira senza troppi riguardi anche sulle forze d’interposizione Unifil, tra cui personale militare italiano. L’Iran ha risposto con l’immediata richiusura dello Stretto di Hormuz.

Un eco potente 

Prima di entrare nel merito della divergenza tra Santa Sede e Stati Uniti, dobbiamo spiegarci sul carattere soltanto apparente dell’estemporaneità dell’intervento del Pontefice. Anche se ormai ci siamo (nostro malgrado) abituati ai Papi che esternano su due piedi, fa comunque specie sentire Leone XIV occuparsi della minaccia statunitense di distruzione su vasta scala in Iran davanti a un’uscita secondaria di Castelgandolfo.

Nondimeno, non è probabile che una presa di posizione così netta su un tema della massima rilevanza internazionale sia stata effettivamente improvvisata. Di fatto, il vescovo di Roma con il suo pronunciamento ha avallato una delle due possibili interpretazioni delle minacce trumpiane, entrambe poco lusinghiere per gli States. Vale a dire quella nel senso della loro sostanziale inattendibilità, ovvero quella della loro estrema protervia.

Nel primo caso, un miliardo e passa di cattolici sa che la loro massima autorità spirituale considera gli Stati Uniti un soggetto non più molto autorevole dello scacchiere globale. Nel secondo caso, tutto il mondo è consapevole che una delle più alte autorità morali riconosciute stima il Paese-guida dell’Occidente a rischio di sconfinamento nel poco onorevole ambito dei crimini di guerra.

Dinanzi a quest’alternativa, l’umiliazione del Pontefice che si rapporta ai mezzi di comunicazione quasi come una qualsiasi figura di secondo piano vuole dire qualcosa, ma non riesce a contenere l’eco della presa di distanza papale da Washington.

Il rifiuto della guerra 

Veniamo a quello che ha detto precisamente il Papa. Prima di tutto, Leone XIV ha additato come inaccettabile la minaccia elevata contro l’intero popolo dell’Iran, quando il presidente Trump aveva parlato di possibile «morte di una civiltà» in caso di mancata resa alle sue condizioni. Quindi, ha citato la violazione del diritto internazionale solo en passant («È certamente una questione di diritto internazionale»), non però per sminuirla come tale bensì per aggravarla. Infatti, ha subito aggiunto: «Molto di più è una questione morale, per il bene del popolo intero. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore ai tanti innocenti, bambini, anziani totalmente innocenti, che sarebbero anche loro vittime di questa escalation».

Un altro aspetto molto rilevante delle parole pontificie ha finito per riuscire ovattato dalla cornice dimessa in cui queste ultime sono state pronunciate. Ci riferiamo all’appello ad unire alla preghiera per impetrare la pace la ricerca di forme d’interlocuzione popolare con le autorità e i parlamentari (statunitensi, evidentemente, perché Leone XIV ha italianizzato il termine inglese «congressisti»), a cui fare sapere che la gente vuole la pace. Il Papa ha anche amaramente ricordato come l’appello al dialogo («negotiations»), da lui stesso lanciato insieme alla Chiesa all’inizio del conflitto e sempre reiterato, non sia stato accolto e ci abbia condotto al punto in cui ci troviamo.

La Chiesa tra forza e potere

Ci sono questioni complesse sottese a questo scoperto disaccordo tra la Santa Sede e gli Usa e ve ne sono altre, invece, semplici: per fortuna, queste ultime sono anche le più evidenti. La logica della contrapposizione, dell’accaparramento, della spartizione e del più forte non può essere benedetta dalla Chiesa cattolica e dal Papato. Soprattutto ove quest’atteggiamento venga rivendicato, la Sede Apostolica si sente ed è in dovere di stigmatizzarlo altrettanto pubblicamente e nettamente. Se i responsabili di molti Stati abiurano alla portata esemplare e finanche pedagogica dei loro atteggiamenti e dei loro discorsi, il Papa non può assolutamente fare altrettanto.

Il multipolarismo è una questione di merito politico, su cui il Papato potrebbe al limite evitare di prendere posizione, perché non è compito proprio della Chiesa trovare soluzioni tecniche a questioni di ordine temporale. L’atteggiamento (o disposizione) dell’uomo, dei popoli e degli Stati nelle relazioni interpersonali, sociali e internazionali, invece, è il centro della morale cattolica. La Chiesa cattolica diverge ormai sia dall’islam, sia dal giudaismo sulla questione della forza e del potere che si fonda su questa; la sua posizione non coincide però nemmeno con quella della variegata galassia ecumenica (altre confessioni cristiane). Se con l’ortodossia le incomprensioni su questo terreno concernono la scissione tra quello che era il trono e quello che è rimasto l’altare, con i riformati i distinguo sono più variegati. Negli Stati Uniti, le cose si sono complicate ulteriormente.

La fine dell’idillio 

Dopo la Seconda guerra mondiale e sino alla fine dell’Urss, la Santa Sede aveva singolarmente in un Paese a maggioranza protestante come gli States il proprio migliore alleato internazionale. Non male, specie considerando che si tratta della maggiore potenza mondiale. Dopo, è cambiato praticamente tutto. Il cattolicesimo che aveva aperto al dialogo interreligioso ha cominciato a scontare l’accusa d’incomprensione del pericolo connesso all’islamismo fondamentalista, alienandosi i protestanti giudaizzanti e faticando a intendersi con gli stessi cattolici conservatori. Coi cattolici liberal quasi meglio non parlarne, atteso il rinnegamento da parte di costoro di alcuni caposaldi della morale (sacralità della vita, identità dell’individuo, equivoci tra pretese e diritti, e così via).

Un rapporto difficile

Con gli ebrei, poi, la questione è ancora più delicata. Quando il mondo era la christianitas, la Chiesa spiegava i rapporti di forza a proprio favore anche ricorrendo a motivazioni addirittura surreali, come il deicidio. Mutato il quadro, anzi addirittura ribaltato nell’era della comunicazione permanente e di massa, il cattolicesimo cosa può fare? Spiegare agli ebrei di essere esso stesso il vero Israele? Questo contraddirebbe la libertà religiosa e il dialogo interreligioso, oltre all’avvento sopravvenuto dello Stato ebraico. Accettare la tesi giudaizzante secondo cui il cristianesimo sarebbe appunto una corrente giudaica? E con Gesù il Signore che reinterpreta lo stesso Dio degli eserciti come la metterebbe, anzi, come la sta già mettendo proprio di questi tempi?

La sostanza del messaggio papale

Abbiamo accennato alla messe di problemi che si pongono nel rapporto tra Papato e Stati Uniti d’America tra questioni geopolitiche, socio-culturali e addirittura teologico-religiose. Ne sapremo, forse, qualcosa di più quando vedrà la luce l’attesa prima Enciclica del nuovo Papa sull’intelligenza artificiale e i rischi di saldatura tra tecnocrazia e tentazioni cesaropapiste (sottomissione della religione al potere politico).

Continuiamo a non pensare che Leone XIV corra il rischio di farsi risucchiare nelle questioni politiche interne statunitensi, perché questo non sarebbe all’altezza dell’universalità della sua missione. È un fatto, comunque, che l’estrema incontinenza verbale di Donald Trump e la sua dura svolta bellicista abbiano spinto il Pontefice a levare la propria voce. L’importante è che ne venga meditata la sostanza del messaggio, anziché aggirarla come un qualsiasi inciampo mediatico.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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