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Trump, Papa Francesco e la Cina: provocazioni o vero scontro?

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Da sinistra, il segretario di Stato Mike Pompeo, Donald Trump e, nel riquadro, Papa Francesco

Donald Trump è appena risultato positivo al Covid con la first Lady Melania. E intanto fa strigliare Papa Francesco e la Santa Sede per l’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi dal suo segretario di Stato Mike Pompeo. I sacri palazzi però non gliele mandano a dire, approfittando della visita che il responsabile della politica estera Usa sta compiendo a Roma.

Prima di tutto Pompeo ha dovuto accontentarsi solo di un incontro fra pari. Infatti, nella tarda mattinata di ieri è stato ricevuto nel Palazzo apostolico dal suo omologo, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Niente udienza, quindi, né photo opportunity con Papa Francesco. La proposta avanzata dal Dipartimento di Stato è stata respinta in nome di una prassi consolidata: il Pontefice non riceve esponenti politici nell’imminenza di rilevanti prove elettorali nei rispettivi Paesi.

E nessuno ignora il carattere addirittura ordalico che rivestono le imminenti Presidenziali statunitensi del prossimo 3 novembre. Difficile a dirsi, però, se nell’Amministrazione americana prevalga il rammarico per il mancato incontro con Papa Francesco, ovvero la soddisfazione per la conferma della freddezza verso Trump di un Pontefice giudicato, dai Repubblicani americani, schiacciato su posizioni progressiste.

Del resto, che l’ingerenza di Trump attraverso Pompeo in una questione prettamente ecclesiale (come la regolazione della nomina dei vescovi in un altro Stato) sia da imputare alla stretta della campagna per la Casa Bianca, è evidente da tempo. Vediamo perché.

Il primo attacco

Prima di polemizzare di persona con monsignor Paul Richard Gallagher (vice di Parolin) al simposio sulla libertà religiosa organizzato dall’ambasciata Usa presso la Santa Sede a Roma, Pompeo aveva sparato ad alzo zero sui rapporti Papato-Cina. Dall’account Twitter del governo, lo scorso 20 settembre, il capo del Dipartimento di Stato aveva rilanciato le espressioni più significative e dure di un suo contributo per la rivista conservatrice First Things. “Due anni fa la Santa Sede ha raggiunto un accordo con il Partito comunista cinese, sperando di aiutare i cattolici cinesi. Ma l’abuso del Pcc sui fedeli è solo peggiorato. Il Vaticano metterebbe a rischio la sua autorità morale, se rinnovasse l’accordo”, aveva scritto Pompeo.

Nomina dei vescovi e libertà della Chiesa

Si tratta di affermazioni di perentorietà e radicalità inusitate, ben oltre i limiti dello sgarbo sul piano diplomatico. Con esse, l’amministrazione Trump mette in mora addirittura l’autorità ecclesiale del Papato. Il riferimento all’autorevolezza morale del Vaticano non inganni. La questione della nomina dei vescovi implica, infatti, l’autorità spirituale della Santa Sede. Non riguarda, invece, i rapporti diplomatici tuttora inesistenti tra Vaticano e Repubblica popolare cinese.

Pompeo gioca abilmente con le parole, approfittando della complessa articolazione della soggettività internazionale della Santa Sede. Ma il punto focale è uno solo: le nomine vescovili sono, per la Chiesa, parte essenziale della libertà religiosa propria e dei cattolici. Essa, pertanto, rivendica, nei confronti della Cina come degli Usa e di qualsiasi altro Paese, l’autonomia di decidere al suo riguardo. Naturalmente, le forme in concreto migliori per assicurare quest’autonomia scaturiscono dai negoziati coi singoli Stati, nei quali la questione si riveli problematica. È però inaccettabile per la Santa Sede che terze parti s’insinuino, specie pubblicamente, in questo confronto.

Il secondo attacco

Dopo questo primo e fondamentale sgarbo, formale e sostanziale, Pompeo ha fatto precedere l’incontro col cardinale Parolin da un altro passaggio carico di tensione. Il 30 settembre, l’ambasciatrice americana presso la Santa Sede, Calista Gingrich (moglie dell’ex speaker della Camera Usa, Newt Gingrich), ha organizzato un convegno sulla libertà religiosa all’hotel Westin Excelsior di Roma. Padrone di casa e contemporaneamente ospite d’onore, il segretario di Stato americano. Invitato speciale: il segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, l’inglese monsignor Gallagher.

Alla presenza di quest’ultimo, Pompeo ha rincarato la dose sulla politica religiosa del regime di Pechino. Col chiaro intento di inchiodare Papa Francesco alle sue presunte responsabilità, in ordine alla conferma dell’accordo sulle nomine episcopali. Vale la pena riportare il contenuto anche di queste affermazioni: “In nessun altro luogo la libertà religiosa è sotto attacco più che in Cina. Questo perché, come tutti i regimi comunisti, il Partito comunista cinese si considera la massima autorità morale (…).  Un Pcc sempre più repressivo, spaventato dalla sua stessa mancanza di legittimità democratica, funziona giorno e notte per spegnere la lampada della libertà, soprattutto quella religiosa, su una scala orribile”.

La strumentalizzazione di san Giovanni Paolo II

Ad aggravare la polemica, facendola scadere quasi in aperta provocazione, l’evocazione di san Giovanni Paolo II quale storico campione della lotta vittoriosa al comunismo mondiale. Contrapporre un Papa ad un altro è un classico atteggiamento di chi non può – ovvero, più spesso, non vuole – capire che la Chiesa può esistere solo nel tempo che di volta in volta le è dato di vivere.

Per parte sua, monsignor Gallagher non ha nascosto il disappunto per essere stato invitato ad un convegno di questo tipo, senza essere stato coinvolto nella sua organizzazione. E ha esplicitamente denunciato l’intenzione dell’Amministrazione Trump di strumentalizzare la questione cinese e la visita di Pompeo a Roma in chiave elettorale interna.

Washington, la seconda Roma

L’incontro tra i due omologhi, Parolin e Pompeo, alla fine c’è stato. Ma, secondo la più parte dei vaticanisti, le modalità del suo svolgimento e quelle della comunicazione al suo riguardo tradiscono la volontà oltre Tevere di degradarne l’importanza. Il cardinale Parolin ha confermato che con Washington permangono difformità di vedute sul metodo con cui assicurare al meglio la libertà religiosa. E ha tenuto il punto sull’accordo con Pechino sulle nomine dei vescovi: sarà rinnovato entro il 22 ottobre e manterrà un (formale) carattere segreto, finché le Parti non lo renderanno concordemente definitivo.

La combattività estrema con cui Donald Trump affronta l’ultimo miglio di campagna elettorale, manifestata nella rissa verbale con lo sfidante Joe Biden durante il primo confronto televisivo di Cleveland, tracima in campo diplomatico. L’unica cosa buona, per la Chiesa cattolica, è che il suo coinvolgimento nella campagna presidenziale ne segnala la perdurante importanza nelle dinamiche interne statunitensi. E non è poco: a far tempo dal secolo scorso, infatti, è Washington la “seconda Roma” del cattolicesimo.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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