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Trump: per il ritorno di “The Donald” è tutto così scontato?

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Donald Trump: mentre nello Iowa (Stato del Midwest) il locale caucus lo incorona al freddo e al gelo suo candidato alle primarie repubblicane, una ridda di interrogativi circonda il futuro prossimo del tycoon. Sarà candidato alla presidenza per il Grand Old Party? Sarà rieleggibile, o il corso della giustizia glielo impedirà? E, nel caso venisse rieletto, che politica condurrà?

Molti di questi dubbi vengono spesso risolti dalla grande stampa con altrettante certezze, o quasi. Sappiamo bene che, di fronte a qualcuno o qualcosa che si vorrebbe esorcizzare, le alternative sono due: la spacconeria di quanti si dicono certi di prevalere e l’autocommiserazione di quelli che si danno già per vinti. Nel primo caso, si fanno coraggio; nel secondo, puntano sia a mettere le mani avanti, sia a mobilitare tutte le forze disponibili per sterilizzare il rischio. Allora, proviamo a vagliare queste situazioni tuttora incerte, checché se ne dica.

I dubbi su Biden

Le possibilità di rielezione di Trump dipenderanno, com’è ovvio, dalla sua prevalenza nelle primarie repubblicane e dall’assenza di motivi di ineleggibilità, come si ricorderà più avanti. Ma, certo, dipenderanno anche da quale sarà il suo avversario. 

Ebbene, a riprova dell’incertezza che domina trasversalmente la politica americana, persino la ricandidatura del presidente democratico uscente, Joe Biden, non è del tutto sicura. Ciò dipende, anzitutto, dalla sua età insolitamente avanzata. Il presidente è nel suo 82° anno e, qualora inaugurasse un secondo mandato, per portarlo a compimento dovrebbe trattenersi al 1600 di Pennsylvania Avenue sino all’86° compiuto. Biden ha manifestato tratti tipici di senilità sin da quando si è insediato, tre anni fa: lentezza e incertezza nei movimenti, instabilità dell’equilibrio, ricorrenti cadute anche in pubblico, sensazione di spaesamento in talune circostanze come attestato da corrispondenti gaffe. D’altra parte, come forse già quattro anni fa, Biden è percepito come l’unica risorsa per impedire la prevalenza di un avversario che spaventa molti, fuori e dentro gli Usa, compresi diversi repubblicani. 

Sicché, più che una scelta, la sua resistenza viene vissuta quasi come una necessità. La politica economica è premiata da indicatori positivi (inflazione sotto controllo, bassa disoccupazione, Pil in crescita). Eppure, una politica estera più o meno indirettamente belligerante (Ucraina e Gaza), che inquieta la base democratica, e la sempre pendente spada di Damocle dell’immigrazione illegale fanno stancare gli americani del loro attuale presidente, che è indietro nei sondaggi, soprattutto contro candidati diversi da Trump.

Da Ron a Nikki

Veniamo agli altri ostacoli sulla strada del tycoon. Quello meno problematico sembra la conquista della nomination repubblicana. Trump, nonostante le ipoteche giudiziarie che pesano sulla sua eleggibilità e i dubbi che queste riserve finiscano per alienargli il voto moderato, non pare realmente insidiato dagli sfidanti della sua parte.

Ron DeSantis, governatore della Florida, da tempo è stato surclassato da Donald nei sondaggi presso la base repubblicana e potrebbe ritirarsi entro la fine di questo mese. Nikki Haley, già ambasciatrice all’Onu proprio per conto dell’amministrazione Trump ed ex governatrice della South Carolina, è data in rimonta, ma sempre indietro. Nemmeno lei sembra in grado di scalfire l’opzione della gente repubblicana per l’ex presidente. Eppure, recentissime indagini demoscopiche la considerano l’avversario meglio piazzato in un’eventuale sfida contro Biden (con un vantaggio di 8 punti).

Assalto al Campidoglio e Corte suprema

Circa l’eleggibilità di Trump, per quanto il dubbio non possa dirsi ancora del tutto dissipato, è prevalente la sensazione che essa non sarà esclusa. Le cause penali, in termini di stretto diritto, già si sa come non siano ostative né alla candidatura, né all’elezione. Resta impregiudicata, naturalmente, la questione di opportunità. In proposito, si sa che la moralità è, in misura rilevante, questione di costume, cioè epocale. E, dunque, chi potrebbe sorprendersi più di tanto che oggi, sincero o meno che sia il convincimento di essere vittima di macchinazioni, qualcuno non sacrifichi un’aspirazione personale decisiva al valore dell’onorabilità delle istituzioni? Del resto, il 77enne Trump non si fa scrupolo di canzonare pubblicamente il rivale e presidente in carica Biden, additandone al ludibrio il deperimento senile. E Biden non accusa, forse, un ex presidente come Trump, in cui si riconoscono comunque tuttora milioni di americani, di costituire un pericolo per la democrazia?

Il problema più grave è l’accusa, a carico del tycoon, di essere stato l’ispiratore dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Gli avversari invocano il XIV Emendamento (Sezione III), che interdice l’assunzione di qualunque carica, federale o statale, da parte di chi, dopo avere prestato giuramento di difendere la Costituzione, abbia preso parte a un’insurrezione o ribellione. Il ruolo dell’allora presidente in quella pagina vergognosa (e sanguinaria, ci sono stati 5 morti) della democrazia americana è stato perlomeno ambiguo; nel senso che Trump prima, durante e dopo l’assedio ha pubblicamente condiviso le ragioni della protesta, cioè la contestazione della validità dell’elezione di Joe Biden.  

L’impressione è che la Corte suprema, che ha accettato di pronunciarsi sull’eleggibilità del tycoon il mese prossimo, anche per mettere fine a differenti orientamenti giurisprudenziali in alcuni Stati, consentirà in un modo o nell’altro a Trump di concorrere. La ragione, più che nella maggioranza conservatrice in seno ai Justices, sta nel rischio di ulteriore delegittimazione della democrazia nazionale. Apparentemente, rimettere la questione alla giustizia può sembrare lineare, ma quando si è in presenza di una crisi nazionale non c’è scorciatoia che tenga: bisogna che sia il popolo nel suo insieme ad assumersi le proprie responsabilità.

Continuità e…

Infine, non possiamo non notare criticamente come, tra le cose che si danno inopinatamente per scontate nel caso in cui “The Donald” dovesse reinsediarsi il 20 gennaio 2025, ci siano alcuni contenuti della sua politica.

Qui, secondo noi, l’inganno rischia di essere anche maggiore. Si motiva un po’ poco, per usare un eufemismo, perché Trump dovrebbe mettere in discussione la scelta del sostegno all’Ucraina in funzione antirussa. Per non parlare del fatto che non si dica minimamente come, in Medio Oriente, la propensione israeliana del magnate sia almeno altrettanto marcata di quella di Biden. C’è una continuità nella politica estera di un Paese come gli Usa. E c’è, nonostante tutto, perché ce n’è un’altra: il presidente conta molto, certo, ma contano molto anche gli altri che sono dietro di lui. Questo, se volete, dipende non tanto dalla democrazia, quanto dalla condizione umana: il potere assoluto non esiste. 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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