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Trump, Putin e Xi Jinping: a che punto sono i “padroni del vapore”?

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Da sinistra, Xi Jinping, Putin e Trump

Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping: a che punto sono i “padroni del vapore”? Il ricorso all’espressione gergale in questo caso è più ironico che metaforico. Beninteso: si tratta effettivamente di tre pesi massimi della politica internazionale, perché a capo delle tre maggiori potenze mondiali. Ed è pur vero che ciascuna di queste e con loro quanti ne sono responsabili ha differenti tradizioni, condotte e prospettive. Nondimeno, tutti e tre e specialmente i primi due si trovano implicati in vicende che ne palesano una certa frustrazione delle rispettive ambizioni.

Il presidente degli Stati Uniti, che aveva investito nella campagna della rielezione e agli esordi del secondo mandato non consecutivo una parte notevole della propria non grandissima credibilità come pacificatore, non riesce a disinnescare l’esplosiva situazione ucraina, mentre ha piantato per conto israeliano la grana iraniana e ora non sa come uscirne. Il capo della Federazione Russa, ossessionato dal ripristino dell’imperialismo prima zarista e poi sovietico non meno che dall’alimentazione del culto della sua personalità, non è ancora venuto a capo del fronte ucraino da lui stesso aperto con l’invasione di oltre quattro anni fa, mentre in patria comincia ad avvertire i primi sintomi della propria non indispensabilità per la Russia profonda. Il “grande timoniere” della Cina dopo Mao e Deng, il leader apparentemente messo meglio, sembra determinato a lucrare i vantaggi dell’instabilità causata dai suoi colleghi, ma non sa quanto a lungo il tempo lavorerà a suo favore, specie tenuto conto dell’aspirazione non nascosta del suo Paese di soppiantare gli States come potenza equilibratrice generale.

Alla vigilia del vertice nella Città Proibita tra Xi e Trump, passiamo in rassegna l’andamento delle parabole dei tre uomini forti del nostro tempo. Con un’avvertenza, non nuova per i lettori: a noi interessano soprattutto le dinamiche collettive; la caratura delle personalità ai vertici è importante e la sua influenza varia a seconda dei contesti, ma da sola non è mai una spiegazione esaustiva.

Gli Usa sono ancora la prima potenza, ma…

Per quanto riguarda Trump, nei commenti alla sua politica siamo passati dalla finta incomprensione alla diagnosi psicologica abborracciata, che è nient’altro che una variazione sul medesimo tema. Trump folle, Trump narcisista, Trump senile sono tutte divagazioni che sviano l’attenzione dal merito delle questioni. Occupiamoci di ciò che più rileva per il mondo e cioè la politica estera del tycoon sulle tre direttrici mediorientale, europea e asiatica.

La guerra all’Iran è l’ultima tappa in ordine di tempo – altre ne seguiranno certamente – della messa al traino degli Usa a Israele. Quest’ultimo, tramite la diaspora non solo statunitense, determina la politica americana in Medioriente più di qualsiasi altro fattore. Il che non significa che altri fattori non sussistano e non concorrano. Significa però che Israele è causa necessaria e sufficiente di quello che gli Stati Uniti fanno e non fanno in quell’area del mondo. Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington del Corriere della Sera, il 7 maggio scorso nel suo fondo “Le occasioni perdute”, ha scritto che l’Iran potrebbe concedere una moratoria del piano di arricchimento dell’uranio, ma non cancellerà per sempre il percorso che porta alla costruzione della bomba atomica e Trump dovrà accettare questa situazione. Non sappiamo se l’evocazione del “per sempre” fosse ironica per Sarcina, di certo ci sarebbe ben poco da ridere quando la grande politica estera dovesse essere fatta all’insegna impossibile e temibilissima del “per sempre”.

Riguardo all’Ucraina, Trump ha confermato ciò che già sapeva chi non è sprovveduto e cioè che il presidente Usa (chiunque sia) può decidere meno di quanto non si creda. Ammesso che Trump fosse davvero convinto dell’opportunità di un completo reset russo-americano, il deep state non glielo ha permesso. Il presidente può invece tranquillamente logorare la Russia, insidiandone la zona d’influenza e pure l’Europa, fomentandone la russofobia. Almeno su America First, riguardo al dossier europeo e russo, Trump e il deep state convergono.

Quanto alla Cina dove si sta recando in queste stesse ore, Trump vi giunge nel contesto di una situazione internazionale turbolenta. L’impressione è che la proverbiale flemma mandarina sia destinata ad esercitare una crescente influenza globale, a scapito di quella di un’America sempre più insofferente degli oneri che si accompagnano agli onori di potenza mondiale indispensabile. Sui dazi, Pechino ha dimostrato di potere tenere testa a Washington, almeno nel medio termine. Sull’interdipendenza mineraria e tecnologica, il decoupling (difficile in ogni campo) è praticamente impossibile. Su Taiwan, al tycoon basterà non mutare l’ambiguità strategica statunitense, che significa non riconoscere l’indipendenza dell’isola ma garantirne l’effettività. L’America rimane davanti alla Cina, ma deve guardarsi dalla crescente erosione della propria affidabilità. L’impero americano potrà durare più a lungo se si baserà soprattutto sul consenso e la fiducia dei suoi partner.

Russia al palo in Ucraina e in bilico tra Cina ed Europa

Lo Zar ha paura? Non è la prima volta, negli ultimi quattro o anche 12 anni, che in Occidente (l’Europa sotto l’America) si parla di Putin come ormai prossimo alla fine: malattie, colpi di Stato, attentati vicini al bersaglio, e così via. In questi ultimi tempi, si comincia a paventare anche uno scollamento tra il leader di Mosca e i sentimenti della Russia profonda, cioè appunto della parte meno europea del suo sterminato territorio. Sarà. Certo, il conflitto ucraino resta al palo e, benché la guerra faccia più male agli ucraini che ai russi, dalle parti di Kiev non cambiano parere: meglio distrutti che russi.

Tuttavia, dobbiamo pur provare a spiegarci la strana uscita dell’altro giorno del presidente Putin, quando ha detto di ritenere il conflitto prossimo al termine e si è detto disposto a negoziarne i termini con l’Europa. Dichiarazioni subito interpretate autenticamente da due suoi solleciti collaboratori, il vicepresidente Medvedev e il portavoce Peskov, nel senso che la guerra può finire solo alle condizioni russe, ossia l’intero Donbass a Mosca e Kiev ridotta a satellite. A noi sembra che il leader russo stia già pensando al “dopo Trump”. Per quanto abbia fatto circolare un po’ d’aria nelle asfittiche atmosfere del Cremlino, la finestra di opportunità offerta dal tycoon al capo della Russia non ha consentito di resettare le relazioni russo-americane. Lo Zar torna così a blandire l’Europa, che avrebbe tutto da guadagnare da una distensione dei suoi rapporti con la Russia, ma l’America non glielo consente.

Putin può ragionare ancora su tempi relativamente lunghi ma, tra la fine della sua leadership e gli esordi di quella che le succederà, la Russia dovrà decidere se spostare definitivamente il proprio baricentro verso la Cina e l’Asia, ovvero tenere fede alla sua storica vocazione europea. L’autoritarismo la spinge verso Oriente, Trump non è riuscito a strattonarla perché il suo braccio è legato in patria. Putin aspetta, il suo Paese non disturba il manovratore ma come lui s’interroga su quale delle due strade prendere, sperando che si possano battere ancora entrambe.

Cosa serve alla Cina per competere con gli Usa?

Chiudiamo con Xi Jinping e l’enorme Cina. Ricevere Trump ancora implicato fino al collo nel dossier iraniano consente al leader di Pechino di presentarsi sotto i riflettori mondiali come il saggio della situazione. In effetti, l’assertività cinese è sinora riuscita ad esplicarsi attraverso le predilette leve del soft power, cioè penetrazione commerciale e dipendenza tecnologica e infrastrutturale. Il raid venezuelano e la campagna iraniana degli Usa, forse più che cercare elettivamente di farlo, hanno comunque finito per ridurre le proiezioni cinesi nel mondo. I problemi interni del Dragone si confermano quelli tipici dei sistemi collettivisti e autoritari: su tutti, la depressione dei consumi interni e la corruzione difficile da arginare nonostante inesauste purghe e repressioni. E poi resta il piccolo e insieme grande sospeso: Taiwan, con l’incertezza di quanto possa durare l’equivoco sintetizzato dalla formula «Un Paese, due sistemi».

Come dicevamo all’inizio, però, difficilmente la Cina potrà astenersi a lungo dal ricorso all’hard power, se nutre davvero l’ambizione di fare del prossimo il secolo cinese. Gli Stati Uniti, infatti, in un modo o nell’altro non glielo permetteranno e al dunque la provocheranno allo scontro militare. C’è un’altra possibilità, comunque: che la saggezza del Celeste Impero attinga alle vette dell’imperturbabilità. Allora, forse, il prossimo futuro sarà migliore non solo per i cinesi ma anche per tutti quanti, perché solo un mondo meno conflittuale e più collaborativo potrà avere più ampio respiro davanti a sé.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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