Donald Trump morde il freno sull’ipotesi di un nuovo attacco militare statunitense all’Iran: viene da chiedersi perché e sino a quando. Difficile rispondere al secondo quesito, mentre il primo è probabilmente più abbordabile, pur se con prudenza e coltivando sempre il dubbio.
L’atto di guerra con cui gli Stati Uniti hanno rapito e trasferito sul proprio territorio il presidente del Venezuela Maduro per sottoporlo a processo per reati comuni ha, se possibile, aggravato la frenesia del mondo dell’informazione. L’iperattivismo del tycoon tende ad esasperare ulteriormente questa tendenza, convertendola quasi in isteria. Soprattutto le proteste di massa contro il regime khomeinista – duramente e crudelmente soffocate nel sangue – attirano l’attenzione internazionale. Cerchiamo di mantenere la mente fredda e riflettere brevemente sul tema.
Geopolitica ed elezioni
Cominciamo dall’interrogativo sulla tempistica. Il drammatico rinfocolare delle manifestazioni di dissenso nei confronti dello spietato sistema ierocratico sciita ha senz’altro rappresentato uno spunto. Né è peregrino ipotizzare che i Servizi israeliani e statunitensi (sicuramente infiltrati sul posto) abbiano contribuito a fomentare il deflagrare anche della presente rivolta. Il caso, comunque, non è dissimile da quello dei dissidi russo-ucraini: pure qui, l’azione estera ispirata a motivazioni geostrategiche insiste su risentimenti reali, profondamente radicati e sicuramente motivati.
D’altra parte, gli stop-and-go trumpiani non devono essere interpretati come meri riflessi della personalità e dello stile del presidente. Esistono anche delle ragioni di politica interna statunitense dietro la conduzione della politica estera americana. Secondo noi non sono prevalenti, ma sono effettive e concomitanti. Spieghiamoci meglio: l’Iran è lo spauracchio di Israele e l’attitudine degli Usa verso la Repubblica islamica dipende dall’ineluttabile accondiscendenza di Washington nei confronti di Gerusalemme. Il bombardamento dei siti nucleari sotterranei (altro atto di guerra) per impedire ovvero almeno rallentare il programma atomico degli ayatollah è stata fatta nel giugno scorso: in quel caso, nessuno stop-and-go. Così come la denuncia degli accordi presi dall’amministrazione Obama per il controllo concordato del programma atomico e il ripristino di tutte le sanzioni, nonché lo stabilimento di nuove.
Diversamente, azioni di guerra diretta o ibrida per favorire il più possibile il «Regime change» possono attendere e venire modulate nel tempo, anche in base alle esigenze elettorali di Trump. L’ordalia delle elezioni di Midterm sarà nel prossimo autunno, la politica interna presenta numerosi problemi e l’interventismo yankee a favore degli oppressi sembra un jolly utile da spendere in partite incerte. La matta, però, va calata con cautela, perché la base Maga del consenso trumpiano è ostile a tutto quanto possa deconcentrare il tycoon dall’agenda interna.
I precedenti come Bush
Veniamo al perché dell’apparente desistenza di Trump. Non ce n’è uno solo, ovviamente. Proviamo a condividere quelli che ci sovvengono. Anzitutto, gli esempi del passato. Non è solo un problema di coerenza con la netta rivendicazione di discontinuità rispetto alle politiche iper-interventiste dei neocon di George Bush jr, ostentata dal tycoon durante la corsa per il ritorno alla Casa Bianca. Gli esempi ci sono e sono scolpiti non solo nella memoria, ma anche nella vita dei familiari dei soldati statunitensi caduti e dei soldati sopravvissuti con mutilazioni e altre forme d’invalidità.
Perché una cosa è certa: Ali Khamenei e il regime che gli si stringe intorno non cadranno se non a prezzo dei «boots on the ground» e della disponibilità degli Stati Uniti non solo a mandare a morire parecchi loro figli, ma anche a causare altre centinaia di migliaia di morti iraniani. Il loro sangue sarebbe semina d’implacabili ostilità e alimento per una cultura, come quella dell’islam fondamentalista sciita, molto incentrata sul martirio.
Le riserve degli alleati
Ci sono poi le riserve degli alleati americani più o meno prossimi – non solo fisicamente – all’antica Persia. Un Impero come quello a stelle e strisce non può ignorare che la propria natura dipende, culturalmente prim’ancora che diplomaticamente e militarmente, dal riconoscimento che gli viene da chi può essere collaborativo pur restando diverso. Arabia Saudita, Turchia e Qatar non amano l’Iran sciita (specie i primi due), ma sono più diversi rispetto agli States che non a Teheran. Un conto è il contenimento del programma nucleare, che significa esclusione della capacità di deterrenza di un avversario guardato come minimo con sospetto. Altro conto sarebbe una guerra a tutto campo, condotta direttamente per mano occidentale. “Bei tempi” quelli del conflitto Iraq-Iran, quando Saddam era ancora un buono prima di diventare, come Bin Laden, decisamente un cattivo.
Il rischio terrorismo
C’è da tenere conto anche del rischio sciame di terrorismo d’esportazione. È noto come l’Iran sia il principale sponsor di azioni non più che dimostrative dal punto di vista degli effetti concreti, se non addirittura controproducenti come il 7 ottobre 2023. È chiaro che, avendo a cuore gli Usa soprattutto di assecondare la pretesa degli israeliani di non apparire impossibilitati a sopportare uno strike atomico, la proliferazione terroristica è ben sopportabile dagli americani. Tuttavia, il gioco non deve apparire troppo scoperto. Un gioco, quello del ripiego terroristico degli iraniani attraverso i loro proxy, che fornisce utili pretesti per mantenere alta la pressione isolazionista su Teheran, senza escludere qualche azione militare limitata ma comunque umiliante, come quelle dell’estate scorsa.
L’illusione e la distanza
Terminiamo con le motivazioni umanitarie, che con il consueto riflesso tipico della coscienza infelice vengono accampate per giustificare azioni determinate quasi sempre da altro. Trump ben difficilmente non ha ordinato attacchi sull’Iran ora perché il ritmo della repressione (in particolare le esecuzioni) sarebbe stato rallentato. Allo stesso modo, il presidente Usa ha già fatto attaccare e si riserva ancora la possibilità di farlo non certo per salvare delle vite iraniane. Più importante di non crederci c’è solo che non lo credano gli stessi protagonisti. Si sa infatti che, per essere il più possibile convincenti, bisogna essersi prima di tutto auto-convinti.
Semmai, potrebbe essere arrivato il momento di ripensare per davvero la globalizzazione. Dichiaratamente finalizzata a favorire i commerci e in generale gli affari, si è risolta dal nostro punto di vista in una rinnovata tentazione di colonizzazione occidentale di culture altre. Non ci sono anime belle fuori dal nostro mondo, tutt’altro, ma per potere avere le carte in regola in fatto di pacifica convivenza bisogna deporre lo spirito (sia finto, sia tanto peggio illuso) dei civilizzatori. E bisogna recuperare il valore positivo della distanza: il che significherebbe ripensare tanto la proiezione occidentale in altre aree del mondo, quanto la politica dell’immigrazione nel nostro mondo. Vasto programma, avrebbe detto chi se ne intendeva.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







