Donald Trump: si avvicina l’Inauguration Day del 47° presidente degli Stati Uniti, previsto per il 20 gennaio, mentre nel nostro Paese ci si domanda se la premier Giorgia Meloni assisterà personalmente alla cerimonia. Nonché, naturalmente, se e quale ruolo potrà giocare la consonanza politica e la nuova consuetudine personale tra i capi delle due amministrazioni statunitense e italiana, in rapporto al futuro prossimo dell’Italia e dell’Unione europea.
Partiamo da qualche curiosità sui presidenti Usa e il rito laico dell’apertura del loro mandato, per poi scandagliare i possibili legami Trump-Meloni e, soprattutto, quelli Usa-Italia ed Europa.
Giuramento, salve di cannone e discorso
Anzitutto, il numero dei presidenti. Trump è la 45ª persona a diventare capo degli Stati Uniti. Come si piega, allora, l’ordinale 47° riferito a lui come presidente? Perché proprio Donald Trump, insieme a Grover Cleveland (1885-1889 e 1893-1897), è uno dei soli due inquilini della Casa Bianca a soggiornarvi per due mandati non consecutivi. The Donald è già stato presidente dal 2017 al 2021, quando il giorno dell’Epifania l’assalto a Capitol Hill dei fanatici della corrente Maga (Make america great again) provò ad ostacolare la proclamazione di Joe Biden, il cui mandato sta terminando in questi giorni.
Secondo la Costituzione degli Stati Uniti, l’unico adempimento necessario all’insediamento del presidente è la prestazione del giuramento, o comunque una dichiarazione solenne di impegno da parte sua a svolgere con fedeltà il mandato ricevuto e fare rispettare la Carta fondamentale. A stretto rigore, non sono previsti né l’impiego della Bibbia su cui appoggiare la mano, né l’invocazione del nome divino e la richiesta di aiuto all’Onnipotente. Tuttavia, entrambe le circostanze sono rigorosamente rispettate.
A ricevere il giuramento è il presidente della Corte suprema, che suggerisce le parole che l’eletto ripete con cadenza di strofe. Quindi, dopo l’inno “Hail to the Chief” e le 21 salve di cannone sparate dalla Presidential Salute Battery del 3° Reggimento Fanteria, il nuovo presidente degli Stati Uniti pronuncia il discorso d’insediamento. Dal 1937 (secondo mandato di F. D. Roosvelt) sono state introdotte delle novità, come il giuramento del vicepresidente prima di quello del capo della Casa Bianca e la recita di due preghiere, mentre non sono infrequenti l’esecuzione di brani musicali e la lettura di versi poetici.
Solo ambasciatori, ma…
Veniamo alla possibile partecipazione di Giorgia Meloni alla cerimonia, che si svolgerà come sempre (tranne per gli insediamenti di George Washington e John Adams, che ebbero luogo tra New York e Philadelphia) presso il Congresso a Capitol Hill.
La tradizione, che è essenziale per un appuntamento come questo, vuole che, oltre alle istanze nazionali statunitensi (ex presidenti, giudici della Corte suprema, membri del Congresso, vertici militari e degli altri corpi costituiti), le delegazioni straniere non eccedano il grado di rappresentanza dei diplomatici. È vero che Meloni, benché sia la principale autorità politica italiana, non è contemporaneamente anche capo dello Stato e, quindi, non dividerebbe con il nuovo presidente Usa i massimi onori protocollari.
L’ipotesi della partecipazione personale del nostro capo del Governo si è fatta largo dopo che Meloni ha riferito di essere stata personalmente – e dunque informalmente – invitata da Trump quando si sono visti la prima volta dopo la rielezione di quest’ultimo, a Parigi, lo scorso 9 dicembre. Ed è facile immaginare che l’invito sia stato rinnovato il 5 gennaio a Mar-a-Lago in Florida, dove Meloni si è recata in missione-lampo, probabilmente per propiziare la non opposizione americana allo scambio Sala–Abedini con l’Iran.
I punti di forza di Giorgia
La premier non ha ancora sciolto la riserva sulla sua presenza a Washington lunedì prossimo. La smania di sapere quello che a tutti gli effetti rappresenta tutt’al più un dettaglio di colore non è troppo appassionante. Al netto di una questione che attiene soprattutto ai rapporti personali tra i leader, sforziamoci allora di fare una breve analisi politica delle prospettive italo ed euro-atlantiche.
Cominciando da Meloni, ci sembra convenga distinguere la partita personale da quella politica e da quella nazionale. Nel senso che la leader di Fratelli d’Italia va a perdere qualcosa, in termini d’influenza, in ciascuno di questi passaggi. Personalmente, è chiaro ormai ed è ammesso di buon grado o a denti stretti dagli stessi avversari che la premier è capace, competente, spigliata e simpatica. Essere donna in ambienti inveteratamente maschili non guasta, a condizione (che lei soddisfa ampiamente) di saperci fare e stare.
Politicamente, la posizione di FdI è insidiata a livello interno e continentale da concorrenti a destra (rispettivamente, dalla Lega e le due formazioni euroscettiche Patrioti per l’Europa ed Europa della Nazioni Sovrane), mentre in patria deve (ed elettoralmente è nel suo interesse) comporsi con il centro di Forza Italia, che è anche il riferimento del Ppe a Strasburgo.
La subordinazione dell’Italia
Come Paese, ci pare francamente risibile il rischio, che taluni hanno paventato per insano spirito polemico interno, di venire strumentalizzati dall’amministrazione Trump in chiave anti-europea. Se non dovesse cambiare la sua tradizionale postura internazionale e nulla del resto lo lascia intendere, l’Italia resterebbe all’insegna della subordinazione statunitense, che non è stata certo inaugurata da Meloni, ma da Alcide De Gasperi nel 1947 e rispettata ininterrottamente sin qui.
Subordinazione che, se inizialmente era figlia dell’epilogo del Secondo conflitto mondiale e degli esordi della Guerra fredda, col tempo è diventata la nostra seconda natura, a causa della nostra propensione alle comodità, aggravata quando non anche ispirata dal regime dei partiti e dalle ideologie internazionaliste che imperavano presso di noi.
Non sarà Meloni per simpatia repubblicana e conservatrice, né per amicizia con Elon Musk a farci diventare atlantisti senza autonomia di giudizio. Malauguratamente, sembra tutt’altro che intenzionata a farci smettere di esserlo.
L’Europa è già divisa
Quanto a Trump e la sua ovvia propensione per un approccio bilaterale con i singoli Paesi europei, la sua amministrazione non ha certo bisogno di dividere l’Europa, che ci pensa da sola. Semmai, gli Usa hanno convenienza a che l’Ue continui ad inseguire l’impossibile (una chimerica prospettiva federale), in luogo di perseguire l’utile (una vera cooperazione tra le 4 Nazioni maggiori, che escluda l’asservimento).
Infine, mettiamo in guardia il nostro Paese dal lasciarsi suggestionare dalle sirene che suggeriscono la possibilità – del tutto inesistente – che l’Italia possa scalzare il Regno Unito come alleato privilegiato degli Usa ad ovest. Per la Gran Bretagna, essere il vassallo più fedele di Washington è la forma più mite di declassamento dal rango imperiale, che le è appartenuto sin quasi alla Seconda guerra mondiale, a quello di satellite.
Per noi, la vistosa sottolineatura della tradizionale fedeltà statunitense sarebbe foriera solo di pittoresche baruffe interne e di polemiche coi tedeschi e i francesi, che sono nei nostri stessi passi di subordinazione, ma non aspettano altro che poter odiare in noi ciò che non sopportano in loro stessi.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







