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Trump e Xi Jinping: chi rischia di più nella guerra dei dazi

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Donald Trump e Xi Jinping: la guerra dei dazi tra Usa e Cina continua. La competizione si conferma un confronto senza esclusioni di bluff, espediente affaristico di cui il tycoon è riconosciuto maestro.

L’alternanza di minacciosi rilanci e velati ammiccamenti è imposta dal numero di partite che il presidente Trump gioca simultaneamente. Anzitutto, quella della sua auspicata rielezione alla fine del 2020. Quindi, l’apprensione per la tentazione (mai sopita in alcuni ambienti democratici) della via dell’impeachment contro di lui. Infine, le contromisure ai prevedibili effetti ritorsivi dell’offensiva commerciale, che colpiscono rilevanti interessi economici della costituency elettorale repubblicana.

Sullo sfondo, non dimentichiamo il tentativo americano di fare terra bruciata intorno al colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei. La pressione su questo delicatissimo fronte (relativo alla sicurezza nazionale e internazionale) potrebbe però essere allentata in cambio della sigla di un accordo commerciale soddisfacente per la Casa Bianca. Proviamo a fare il punto della situazione.

Verso Osaka

A oggi, Trump ha aumentato dal 10 al 25% i dazi su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Ha anche avviato le procedure per un analogo rincaro su altri 300 miliardi di esportazioni del Dragone. Ma quest’ultimo resta per ora una pistola sul tavolo, un brusio di cornice al prossimo round (il 12°, non ancora fissato) delle negoziazioni tra i responsabili del commercio dei due Paesi. Si pensa che l’incontro tra the Donald e Xi, a margine del G20 di Osaka il 28 e 29 giugno prossimi, possa sbloccare l’impasse.

Il peso dello yuan

La reazione diretta di Pechino per il momento è moderata. Dal 1° giugno scatterà la tariffa del 25% su 60 miliardi di prodotti made in Usa. La Cina si difende però anche con la leva del cambio. Lo yuan debole consente di mantenere ancora un vantaggio competitivo nell’interscambio. Ma più di tanto non si può comunque premere questo tasto, perché molte imprese cinesi sono indebitate in dollari. D’altra parte, anche Trump ha sempre sollecitato alla Federal Reserve una politica monetaria più accomodante.

Le ritorsioni di Xi 

Sono comunque altri due i fronti sui quali la Cina potrebbe, se del caso, rifarsi con Washington: il gas naturale e le terre rare.
Per l’approvvigionamento energetico, Pechino è il terzo acquirente mondiale di gas dagli Usa. Il suo import è pari al 14%, dietro soltanto a Messico e Corea del Sud. Solo nel 2017, per finanziare un progetto estrattivo di gas naturale liquefatto in Alaska, la Cina ha investito 43 miliardi di dollari.

Ancora più delicato è il dossier terre rare. Si tratta di 17 metalli strategici, variamente e sempre più impiegati nella produzione di energia “pulita” e nell’industria hi-tech. Il Dragone è leader mondiale incontrastato in questo settore. Basti pensare che la produzione cinese è pari a 120mila tonnellate annue; il secondo e terzo produttore, l’Australia e gli Usa stessi, sfornano rispettivamente 20mila e 15mila tonnellate. Washington importa da Pechino l’80% delle terre rare che acquista all’estero; dal suo secondo fornitore, l’Estonia, ne riceve il 6%.

Trump, non a caso, si è astenuto dall’imporre alle terre rare la mordacchia dei dazi. Ma se Xi decidesse di chiudere questo rubinetto, i problemi per gli Stati Uniti sarebbero di una certa consistenza.

Farmer ed effetto boomerang

C’è poi la questione delle derrate alimentari, soprattutto carne di maiale e semi di soia. A proposito di quest’ultimo genere, l’export statunitense verso la Cina è crollato da 12 a 2 miliardi in 3 anni (2015-2018). Le forniture sono calate del 41% solo l’anno scorso. Il settore dei farmer è in crisi: un quarto degli agricoltori americani è ostaggio della guerra commerciale e ha peggiorato la propria esposizione bancaria.

Trump non poteva permettersi di far finta di nulla. Non solo perché è proprio lui il massimo stratega del ritorno al protezionismo e dunque delle sue conseguenze. Ma anche perché proprio la Corn Belt (la cintura agricola degli stati medio-occidentali) è stata una delle chiavi di volta del suo clamoroso successo elettorale nel 2016. La rielezione nel 2020 non può non passare per una rinnovata attenzione verso questi settori di economia tradizionale, a lungo dimenticati a favore della Silicon Valley. Ecco allora i 16 miliardi di dollari di aiuti agli agricoltori americani, annunciati nei giorni scorsi dal presidente e dal ministro Sonny Perdue.

Il caso Huawei 

Concludiamo con l’affaire Huawei. È estremamente rilevante e non solo perché l’inquilino della Casa Bianca si dichiara apertamente intenzionato a servirsene come merce di scambio nella guerra commerciale. Illumina anche la vera posta in gioco tra Washington e Pechino.

Trump e il suo segretario di Stato Mike Pompeo, motivando il bando dagli Usa del colosso cinese delle tlc, si sono infatti riferiti esplicitamente alla strutturale dipendenza dell’azienda dallo stato. E, conseguentemente, anche dal partito comunista cinese. Dietro il pur esistente e significativo contrasto commerciale, si celano l’immancabile rivalità per il predominio mondiale e le scorie delle ideologie del Novecento. Anche gli avversari interni del presidente americano la pensano allo stesso modo: con la Cina occorrono le maniere forti. Il resto del mondo, pensano oltreoceano, se ne farà una ragione.

Noi nel mezzo

L’Europa, mercato interno ricco, saturo e con sempre meno slancio, paradigma di quanti dipendono dalle esportazioni, è quella che ha più da perdere economicamente dal ritorno al protezionismo. Figuriamoci quanto ha da guadagnare strategicamente, divisa com’è al suo interno, da una rinnovata competizione est-ovest, con il vecchio continente di nuovo tra i due fuochi.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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