Attualità

Guerra in Ucraina: Trump scarica Zelensky, ma non confondiamo la tattica con la strategia…

ucraina-trump-scarica-zelensky-ma-non-confondiamo-tattica-con-strategia

Guerra in Ucraina: Donald Trump scarica fragorosamente Volodymyr Zelensky, liquidandolo pubblicamente come un «comico di modesto livello» e un ben più graffiante «dittatore senza elezioni». Il capo della Casa Bianca sembra non gradire, per usare un eufemismo, la leadership di Kiev. E tutto lascia intendere che gli ucraini saranno chiamati a ratificare gli accordi presi tra Usa e Russia. Salva, naturalmente, la possibilità di rifiutarsi di farlo e arrangiarsi insieme all’Unione europea (che «ha fallito», Trump dixit). Un anticipo? Fonti diplomatiche fanno sapere che gli Stati Uniti rifiutano di essere co-autori di una risoluzione dell’Onu a sostegno dell’integrità territoriale ucraina.

Sin qui, la cronaca della più vistosa delle ultime schermaglie pubbliche tra alcuni dei protagonisti di uno dei fronti caldi internazionali. Bisogna però mantenere un paio di cautele, considerando queste scaramucce. La prima è tenere conto che il dialogo Washington-Mosca (per quanto mai del tutto interrotto, nemmeno dopo il febbraio 2022) è allo stadio di un principio di ripresa: non mettiamo il carro davanti ai buoi, la trattativa vera e propria è di là da venire e manterrà (come sempre) dei non-detti pubblicamente. La seconda cautela è non confondere la strategia seguita dei principali protagonisti con la tattica da loro impiegata sul momento.

Le pulci al tycoon

Cominciamo da Trump. Il presidente Usa sembra andare oltre le più fosche previsioni di quanti ne temevano il ritorno. A questo punto, qualcuno avrà paura che dica anche che Zelensky a Kiev l’hanno issato gli Stati Uniti e, quindi, che la sua riottosità ad aderire alle nuove condizioni poste da Washington sia una finzione malriuscita (da scarso attore quale il tycoon lo considera). Una delle dichiarazioni recenti di Trump che più ha scandalizzato il mainstream delle Cancellerie e dell’informazione occidentale è stata quella, riferita agli ucraini, per cui non avrebbero mai dovuto iniziare la guerra («You should have never started it»). Le conferenze-stampa di Trump non sono certo preparate e levigate come quelle del generale de Gaulle (celebre la satira che gli faceva dire ai giornalisti di dare le loro domande alle sue risposte). E lo slang americano non è certo molto attento alla forma.

Stiamo al senso, comunque. Quando Trump dice che, anziché lamentarsi oggi di non essere sin da subito al tavolo delle trattative, gli ucraini avrebbero fatto meglio a suo tempo a non iniziare il conflitto, vuole dire che avrebbero dovuto prevenire l’invasione nemica assecondando il più possibile i desiderata russi. Non ci sembra proprio che il presidente americano voglia ribaltare la realtà della Russia che ha invaso l’Ucraina. Casomai, è troppo disinvolto nel mandare esente da responsabilità il proprio Paese, solo perché non lo ha sempre guidato lui.

Zelensky e l’Ucraina

Veniamo a Zelensky. Ieri, dopo i poco simpatici scambi tra i leader di Kiev e Washington (era stato il primo ad accusare Trump di vivere in una bolla di fake-news gonfiata da Putin e a rifiutarsi di sottoscrivere l’accordo per lo sfruttamento delle terre rare ucraine da parte degli Usa) Zelensky ha avuto un incontro con l’inviato speciale di Trump, Keith Kellog. Al termine, dichiarazioni di circostanza del presidente ucraino: «Incontro produttivo, buona discussione, efficaci garanzie di sicurezza»; e un passaggio conclusivo ambiguo: «Ucraina pronta per un accordo forte ed efficace di investimento e sicurezza con il presidente Usa». Sì, perché, come detto, qualche giorno prima Zelensky ha sostenuto di avere rifiutato di cedere alle pressioni trumpiane per conferire le risorse minerarie nazionali all’America.

America first

L’amministrazione statunitense non è intenzionata a mollare la presa su questo punto, come attesta il monito all’Ucraina del consigliere per la Sicurezza nazionale, Mike Waltz: Kiev deve «abbassare i toni delle sue critiche» a Trump, «esaminare attentamente la situazione» e «firmare l’accordo» sui minerali energetici. Terre rare che, per inciso, sono per lo più concentrate nel sud già sotto le grinfie e comunque sotto minaccia russe. America first non prevede subordinate. Anzi: il guaio in cui si è cacciata l’Ucraina, accettando di fare da campo interposto di scontro tra Russia e Usa, è il cappio a cui Kiev deve ritenersi impiccata.

Un’altra frecciata di Trump contro Zelensky dell’altro giorno («Farebbe meglio a muoversi in fretta, o non avrà più un Paese») lascia intendere quello che si poteva sospettare dall’inizio. E cioè che al presidente ucraino potrebbe toccare un destino peggiore che finire nelle mani di Putin, vale a dire restare in preda della riconoscenza dei suoi compatrioti nell’Ucraina distrutta.

I rapporti tra Russia, Usa e Cina

Passiamo al non-detto delle trattative tra Trump e Putin e alla strategia del tycoon, da non confondere con la sua tattica. Che ci sia un certo feeling personale tra i due capi di Stato è intuibile e si è pure visto in passato quando si sono incontrati. Il punto, in ogni caso, non sono i rapporti personali. Il confronto è tra Usa e Russia. Per i primi, la seconda continua a rappresentare un avversario strategico. Il fatto che la Cina lo sia di più non toglie che la Russia lo resti. Anche se Trump volesse resettare completamente i rapporti con Mosca, il famoso deep state americano non glielo permetterebbe, non fosse altro perché i presidenti passano e gli apparati restano.

Poiché gli Stati Uniti considerano oggi la Cina come l’avversario del secolo, è possibile che la rottura dell’isolamento della Russia e una sostanziale benevolenza nei confronti delle sue pretese ucraine sia, agli occhi americani, merce di scambio con dei limiti da porre all’amicizia tra Mosca e Pechino.

L’Europa e Meloni 

Terminiamo con l’Europa. L’Ue è obbligata, in tutti i casi, a fare quello che vogliono gli Usa. Anziché preoccuparsi per tempo di tenere un profilo più basso sul bellicismo russo-ucraino, in vista del probabile cambiamento della politica americana, adesso coprendosi di ridicolo Bruxelles e le capitali continentali devono fingere di volere “scomunicare” gli Stati Uniti perché non sarebbero più democratici e atlantici. La misura dell’atlantismo, però, è l’America e non l’Europa.

Emmanuel Macron si agita un po’, anche perché la Francia è l’unico Paese europeo provvisto di armi nucleari, ma si tratta di coreografia. Giorgia Meloni, invece, per ora tace e questo le viene rimproverato, a causa del suo imbarazzo per la riconversione delle posizioni a cui è chiamata, come chiunque in analoghe posizioni di governo, dall’avvento di Trump. Già sapete come la pensiamo: quando non si può o non conviene parlare, tacere è la cosa migliore.

+ posts

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.