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Ugo Tognazzi trent’anni dopo, un fuoriclasse da riscoprire

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Ugo Tognazzi trent’anni dopo. “Tarapìa tapiòco! Brematurata la supercazzola, o scherziamo?”. Cominciava con questo famoso nonsenso, tra le prime battute del film, la parte del conte Raffaello Mascetti in Amici miei di Mario Monicelli (1975). Nel ruolo, si cimentava proprio lui, uno dei protagonisti più versatili e popolari del cinema italiano del dopoguerra.

Anche se sembra ieri, tanto sono radicate la sua figura e le sue battute nella nostra memoria, sono già passati 30 anni dalla sua scomparsa. Ugo Tognazzi moriva il 27 ottobre 1990, 68enne, a causa di un’emorragia cerebrale; 10 anni prima di Vittorio Gassman, suo storico compagno al cinema; e 20 anni prima di Raimondo Vianello, con cui introdusse gli italiani nella neonata televisione col varietà Un, due, tre, negli anni ’50. Una trasmissione storica, quest’ultima, cui la Rai pose fine su due piedi nel 1959, quando i due protagonisti osarono fare satira su una buffa caduta del presidente della Repubblica Gronchi, nel palco reale della Scala, al fianco del generale de Gaulle.

Gli esordi con la rivista

Ugo Tognazzi nasce a Cremona, nel 1922, figlio di un ispettore delle assicurazioni. Mentre il padre sogna per lui una carriera da virtuoso del violino, la madre lo immagina pio sacerdote. Nessuno pensa all’attore, infatti da bambini è la sorellina Ines a sembrare più tagliata per le recite. Invece, sarà Ugo la star di famiglia.

A 14 anni interrompe con rammarico gli studi e s’impiega nel salumificio Negroni, ma non trascura di calcare il palco del dopolavoro ferroviario. Durante la guerra, rallegra i commilitoni con piccole esibizioni. Dopo l’8 settembre, riguadagna la natia città del Torrazzo e del torrone, ma per poco tempo. Ormai, infatti, sente il bisogno di una piazza più vasta per la sua prorompente verve artistica e punta su Milano.

S’illude per essere stato scritturato dalla compagnia di Wanda Osiris, ma la compagine viene sciolta presto. Ormai, però, è entrato nel giro, come si dice. E dunque via, in lungo e in largo per l’Italia della rivista con Viva le donne di Marcello Marchesi e la compagnia di Erika Sandri. Poi, Cento di queste donne e Febbre azzurra con Erminio Macario e Paradiso per tutti con Lauretta Masiero.

Un animale da cinema

Nel 1950 si affaccia per la prima volta sul grande schermo con I cadetti di Guascogna di Mario Mattoli, insieme a Walter Chiari e Billi & Riva. È l’inizio in sordina di una carriera cinematografica che, dopo una serie di titoli senza pretese (La paura fa 90; Auguri e figli maschi; Guardatele ma non toccatele; Non perdiamo la testa; Noi siamo due evasi; Le olimpiadi dei mariti; Tu che ne dici?), svolta con Il federale di Luciano Salce, nel 1961.
Da questo momento in poi, inanellando una serie di titoli cult del genere, Ugo Tognazzi diventa uno dei campioni della commedia all’italiana.

Ricordiamo: La voglia matta, ancora diretto da Salce; La marcia su Roma; I mostri; In nome del popolo italiano: tre pellicole di Dino Risi, in coppia con l’amico Vittorio Gassman. La trilogia di Amici miei e quella de Il vizietto. Quindi: La vita agra; Il magnifico cornuto; La bambolona; Il commissario Pepe; Venga a prendere il caffè da noi; La califfa; Vogliamo i colonnelli; La proprietà non è più un furto; Romanzo popolare; La mazurka del barone della santa e del fico fiorone; L’anatra all’arancia; Signore e signori buonanotte; La stanza del vescovo; I nuovi mostri; La tragedia di un uomo ridicolo (miglior attore protagonista al Festival di Cannes, 1981).

Un capitolo a parte è la collaborazione con Marco Ferreri, con cui Tognazzi si distingue in uno dei generi che più risuonano con le sue corde: il grottesco. L’ape regina; La donna scimmia e La grande abbuffata rappresentano una storica trilogia dell’accoppiata. L’ultimo titolo, in particolare, dà scandalo nei pur sfrenati anni ’70, per lo sfacciato e disperante connubio di cibo, eros e morte, perfettamente incorniciati dalla lugubre fotografia di Mario Vulpiani.

Donne, cucina e calcio

Di umanità verace, Tognazzi non ha mai celato la sfera del suo privato, del quale anzi molto si conosce, anche in dettaglio. Le sue grandi passioni, a parte il lavoro, sono state le donne, la cucina e il calcio (era tifoso accanito di Milan e Cremonese). La disinvolta relazione con l’altro sesso l’ha portato a formare una classica famiglia allargata, all’epoca propria quasi soltanto di personaggi del jet set. Quattro figli, da tre donne diverse. Ricky (1955), avuto dalla ballerina irlandese Pat O’Hara; Thomas (1964), figlio dell’attrice norvegese Margarete Robsahm; infine, Gianmarco (1967) e Maria Sole (1971), frutti dell’amore con Franca Bettoja, ultima compagna di una vita vissuta intensamente.

L’amore per il cibo non si limitava all’appetito, ma ne comprendeva la preparazione. Leggendarie le cene nella villa di Velletri, in cui sottoponeva agli amici più fidati i suoi piatti, domandandone un giudizio sintetico, le cui voci erano state ironicamente stilate da Paolo Villaggio.

Del Milan amava dire che, a differenza delle mogli, non lo aveva mai tradito per altre squadre. Salvo la nativa Cremonese, del cui storico presidente Domenico Luzzara era stato compagno d’infanzia.

Indimenticabile

Negli ultimi anni della sua vita, come Gassman, anche Ugo Tognazzi soffrì di depressione. Nostalgico, forse inevitabilmente, di un’esistenza divorata come fosse una delle pietanze di cui era ghiotto, soffrì i ritmi diversi che legge dell’età ineluttabilmente impone a tutti.

Ci piace concludere il nostro ricordo con le parole con cui lo celebra, in questa ricorrenza, il figlio Gianmarco. Che lo rammenta capace di un approccio anche materno, nell’affettuosità dello slancio. E lamenta come, al pari di altri grandi del nostro cinema (come Gian Maria Volonté e Marcello Mastroianni), rischi di essere poco ricordato, se non proprio dimenticato. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo dimostrato che ne serbiamo volentieri memoria. Del resto, Ugo Tognazzi fa ancora così parte del nostro costume, che basta poco per ravvivarne il ricordo. Ci auguriamo che la cultura e lo spettacolo italiani si impegnino sempre a farlo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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