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Un po’ di chiarezza sull’americano bendato in caserma

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L’americano bendato sta diventando un tormentone senza fine. Di chi stiamo parlando? Di Christian Gabriel Natale Hjorth, il ragazzo diciannovenne accusato dell’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Il giovane è stato fotografato nella caserma dell’Arma dov’era in stato di fermo, con una benda sugli occhi e le mani ammanettate dietro la schiena. Lo scatto ha fatto immediatamente il giro del mondo; ed è comparso anche sulla prima pagina del Washington Post e di molti altri quotidiani statunitensi.

Polemiche à gogo

Prima di tutto circostanziamo la vicenda: il vicebrigadiere 35enne Cerciello Rega è stato ucciso a Roma con 11 coltellate. Indagati per l’omicidio sono due giovani americani, lo Hjorth, che non ha ammesso nulla; e il suo amico Finnegan Lee Elder che invece ha reso una confessione.

I media statunitensi e alcune voci italiane, dopo aver gridato allo scandalo per la foto del giovane americano bendato, hanno insinuato che l’immagine potrebbe inficiare l’intero procedimento. E allora, sommessamente, noi ci associamo a quanto dice il Procuratore Generale di Roma, Giovanni Salvi. Nel momento dello scatto della foto, lo Hjorth non stava subendo alcun interrogatorio. L’interrogatorio si sarebbe svolto in un secondo momento, alla presenza del suo avvocato difensore, di fiducia o d’ufficio; e afferma sempre il Procuratore, è stato interamente registrato.

Questioni di nullità 

Certo: qualunque interrogatorio compiuto senza la presenza del difensore non è utilizzabile ai fini delle indagini; questo anche se l’indagato compie piena confessione. E ci rifiutiamo di credere che un avvocato abbia assistito ad un interrogatorio con l’indagato ammanettato e bendato. La legge (e la civiltà) pretendono che l’indagato renda le sue dichiarazioni “libero nella persona”.
Dunque, qualunque cosa possa aver detto lo Hjorth mentre era sottoposto a questa elementare violazione dei suoi diritti, non ha alcun valore probatorio.

Americano bendato: e allora?

Qualcuno ritiene che questo trattamento, che anche per noi è degradante, umiliante, contrario a tutti i nostri principi giuridici, potrebbe inficiare le indagini. Assolutamente no: il carabiniere o i carabinieri che saranno ritenuti responsabili di questo trattamento subiranno le previste sanzioni a seguito di un’indagine, dato che ci troviamo di fronte ad un vero o proprio reato, che potrebbe andare dalla violenza privata al sequestro di persona e perfino alla tortura.

Ma la posizione processuale dell’indagato resta esattamente quella precedente: ha subìto, libero nella persona, il suo interrogatorio di garanzia, assistito dal proprio difensore e probabilmente anche da un traduttore, sempre indispensabile quando si tratta di cittadini stranieri. Il giudice avrà convalidato il suo arresto e la vicenda proseguirà secondo i canoni consueti.

Vittima e carnefice

Sulla foto dell’americano bendato non ci sembra neppure producente continuare con l’atteggiamento della serie: “E loro a Guantanamo?”; oppure, “Ma lui aveva ucciso un carabiniere”. Il turista americano avrà probabilmente commesso il reato per il quale è attualmente in carcere. Nelle more, a sua volta, è stato vittima di reato. E la scusa che è stato bendato perché sui monitor o sulle scrivanie c’erano dati sensibili relativi all’inchiesta ci sembra altrettanto puerile; in ogni caserma ci sono camere di sicurezza ove far attendere chi deve subire un interrogatorio.

Adesso – o almeno così speriamo – i due reati, l’omicidio del carabiniere e la violenza sull’indagato, procederanno ognuno per la propria strada, senza alcuna connessione tra di loro.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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