Uragano Trump sulle relazioni transatlantiche: mentre l’Unione europea e il Regno Unito si agitano per dimostrare di contare qualcosa in chiave anti-russa, l’Italia si dedica allo sport politico nazionale, che è la moltiplicazione delle divisioni. L’ostinazione continentale nel voler essere più realista del re (come di dice popolarmente), resa a tratti cieca dall’animosità politica contro l’amministrazione repubblicana di Washington e dalla riprovazione morale contro il tycoon, fa apertamente digrignare i denti a Bruxelles di fronte alla trattativa con Mosca.
Per contro, il nostro Paese vede approfondirsi – o forse solo mettere ancor di più sotto i riflettori – le faglie tra e soprattutto dentro gli schieramenti. Per ora, il basso profilo tenuto da Giorgia Meloni (tacciato con piacere dai suoi avversari come sparizione o uscita dai radar) non paga ma regge. Tuttavia, un rischio c’è ed è quello paventato lo scorso 16 marzo da Marcello Sorgi su La Stampa: cioè, che sia il presidente Usa a domandare alla presidente del Consiglio di accodarsi ai sedicenti «volonterosi» per garantire la futuribile tregua in Ucraina, col rischio che quest’ultima, ove instaurata, sia non solo precaria ma anche irregolare. Se si arrivasse a quel punto e non ci fosse l’assenso di Putin, Meloni che farà?
La Babele della piazza europeista
Le sinistre, da parte loro, non sono semplicemente divise ma proprio velleitarie. E non pensiate che la contestazione di inconcludenza sia maliziosa e finanche banale quando venga rivolta, come in questo caso, alle opposizioni. Perché, anziché tenersi sul vago visto che non hanno attualmente alcuna responsabilità, Pd e Avs non resistono al richiamo della piazza. E, sotto la copertura sgualcita dell’iniziativa civica di Michele Serra, sono andate in Piazza del Popolo nella Capitale ad invocare: “Europa, Europa, Europa!”.
Potrebbe sembrarvi una fissazione l’ennesima citazione del generale de Gaulle, a maggior ragione in un tempo in cui la politica europea e mondiale appare orfana di figure dalla statura meno imponente e non solo fisicamente parlando. Come non ripensare, però, di fronte alla manifestazione romana di sabato scorso, a quella volta in cui lo statista d’Oltralpe disapprovò ironicamente l’europeismo vacuo perché disancorato dalla realtà? Gli stessi partecipanti all’incontro di sabato e forse i medesimi promotori hanno pacificamente ammesso che l’unica condizione della possibilità di trovarsi era non fare altro che la più generica professione di europeismo. Non parliamo dei critici come Marco Travaglio, che ha detto che se i manifestanti si fossero parlati si sarebbero picchiati. Tuttavia, la luna rimane più importante del dito: non possono recitare una buona parte gli attori di una cattiva rappresentazione dell’Europa.
Poi, certo, ognuna delle compagnie ha le sue magagne. Il Pd non ha risolto la contraddizione di una segretaria, Elly Schlein, eletta contro i quadri del partito e che si arrampica sugli specchi dei distinguo (sì al riarmo europeo ma non nazionale), tenendo con consumata (ma anche consumante) disinvoltura un comportamento che presso gli altri taccerebbe sdegnosamente come populista. Avs, insieme alla Cgil e all’associazionismo cattolico, mischia il pacifismo utopico ad altre questioni che c’entrano poco o niente (stato sociale, ideologia ambientalista, pretesi diritti civili, e così via). Gli intellettuali e gli artisti, tutti rigorosamente della rive gauche, non si rassegnano alla vittoria politica di Trump e soprattutto alla disfatta del politicamente corretto, di cui sono i principali rappresentanti.
I 5 Stelle fanno da sé
Fuori dalla piazza, in attesa di occuparne un’altra il mese prossimo, sta il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, col suo refrain: “L’avevamo detto che bisognava trattare con Putin, anziché alimentare indefinitamente l’impossibile resistenza ucraina”. Peccato che se ne sia accorto solo dopo la fine dell’esperienza del governo Draghi, da lui sostenuto sia pure con la morte nel cuore per un anno e mezzo. Forse, l’Ucraina secondo “Giuseppi” andava sostenuta militarmente solo sino all’estate del 2022, proprio in concomitanza dello scioglimento della precedente legislatura italiana: curiosa coincidenza.
Conte punta a riprendersi almeno una parte dei voti recuperati da Schlein a sinistra, contando che l’identificazione tra Pd ed establishment nazionale e la fronda della minoranza interna riformista impediscano alla segretaria di Largo del Nazareno di sposare il pacifismo ideologico. Il voto della scorsa settimana a Strasburgo di metà del gruppo Pd in dissenso rispetto alle critiche di Schlein al piano di Ursula von der Leyen e al Libro bianco sulla difesa comune (10 astensioni su 21 componenti del gruppo, gli altri hanno espresso parere contrario) lascia un po’ sperare l’ex presidente del Consiglio. L’abbiamo già detto, comunque: Conte non è credibile quando dall’opposizione contesta lo schiacciamento della maggioranza e del Pd sulle posizioni del mainstream internazionale, perché quando è stato nella stanza dei bottoni ha ingoiato e fatto ingoiare al Paese l’emergenza pandemica, cioè la parola d’ordine di allora.
Meloni, Salvini e Tajani
La presidente del Consiglio ha da rompere le noci di due alleati che, forti della loro debolezza e insieme della propria indispensabilità, non cessano di marcarsi l’un l’altro e smarcarsi da lei. Matteo Salvini tiene il punto delle intemerate contro Bruxelles e soprattutto Parigi, spalleggiato stavolta dal collega di partito e di governo Giancarlo Giorgetti, che porta un’opinione di buon senso qual è la ritrosia a scaricare sull’indebitamento i costi dell’aumento delle spese per la difesa. L’altro vicepresidente Antonio Tajani, in servizio permanente effettivo come presidio del centro e in qualità di titolare della Farnesina, si differenzia meno da Giorgia Meloni, ma non le dà certo corda quando quest’ultima sposta il pendolo delle sue posizioni verso l’amico conservatore Trump.
Meloni non può voltare le spalle all’Europa che c’è, perché non ha la forza di cambiarla. Dunque, non può nemmeno additarne le ipocrisie e i finti equivoci. Il problema è che Trump ostenta l’intenzione – ammesso che voglia e possa farlo per davvero – di sganciare la locomotiva degli Stati Uniti dal convoglio dell’Occidente. Sicché, la tradizionale preferenza italiana per la subordinazione al protettorato americano rispetto alla messa al traino dei francotedeschi sembra entrare in crisi proprio quando Meloni e Fratelli d’Italia contavano di essere i beneficiari dei migliori dividendi politici dell’azienda transatlantica.
L’Italia e il bluff dei “volenterosi”
Oggi e domani la maggioranza si ricompatterà in Parlamento sulla risoluzione governativa in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì, sulla base di un documento in cui si parlerà di: 1) preservazione del legame con gli Usa; 2) pace in Ucraina sulla base della Carta delle Nazioni Unite; 3) rafforzamento delle difese nazionali nel quadro Nato, attraverso garanzie pubbliche per gli investimenti privati. Il secondo punto è una concessione, forse inevitabile, alla cattiva coscienza.
Si tratta di una posizione che punta a vedere il bluff dei “volenterosi” Macron e Starmer. In attesa che l’annunciata, storica telefonata di oggi tra gli inquilini della Casa Bianca e del Cremlino chiarisca un po’ meglio i termini del rebus internazionale che più rompe il capo dell’Europa.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







