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Gli attacchi Usa alla Cina: Pompeo fa propaganda o il mondo deve temere Pechino?

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Il segretario di Stato americano Mike Pompeo

Nuove scintille alimentate soprattutto da Mike Pompeo nel perpetuo confronto fra Usa e Cina. Stavolta a farne le spese sono le reciproche rappresentanze consolari. Questi target (via i cinesi da Houston, via per ritorsione gli americani da Chengdu) sono stati scelti per il loro alto valore simbolico. E siccome l’iniziativa (con l’accusa di spionaggio e sottrazione di ricerca scientifica) è stata americana, il suo senso è chiaro: il tempo dell’apertura di credito statunitense verso Pechino è finito.

È stato lo stesso responsabile degli Esteri di Trump a sintetizzare esplicitamente questa conclusione nei giorni scorsi. Rimane, ovviamente, una riserva nell’interpretazione delle ultime mosse di Washington. E cioè stabilire quanto ci sia di vero in quest’irrigidimento e quanto dipenda, invece, dalle esigenze propagandistiche della campagna elettorale per la Casa Bianca.

Nessun dubbio, comunque, in ordine al dualismo strategico e a tutto campo sino-americano per il predominio mondiale nel secolo XXI. Partiamo dalla dottrina Pompeo e poi ampliamo lo sguardo alle alternative asiatiche della diplomazia a stelle e strisce.

Cina e “mondo libero”  

In occasione di una visita alla biblioteca presidenziale di Richard Nixon, il leader che negli anni 70 inaugurò le relazioni diplomatiche con la Repubblica popolare cinese, Pompeo ha picchiato duro sul Dragone. Ha detto brutalmente: se non riusciremo a cambiare la Cina, sarà la Cina a cambiare noi. E ha fatto ricorso a due espedienti retorici di un certo effetto.

Da una parte, ha riproposto la definizione di “mondo libero” per designare il campo occidentale facente perno (almeno tradizionalmente) sugli Usa. Dall’altra, in modo affatto diplomatico per il capo della diplomazia, ha invocato apertamente il cambio di regime a Pechino, riferendosi direttamente al Partito comunista cinese e non al governo.

Il caso Covid

Pompeo ha parlato di “nuova tirannia” ed è tornato a proporre il tema del Covid-19 come virus cinese. A questo proposito, il responsabile del Dipartimento di Stato ha usato termini particolarmente espliciti. “Credevamo che coinvolgere la Cina avrebbe generato un futuro di cooperazione. Oggi siamo qui ad indossare maschere e fare il conteggio dei morti della pandemia perché il Partito comunista cinese ha tradito le sue promesse”.

Da Hong Kong al 5G

Il segretario di Stato ha passato in rassegna tutti i fronti caldi del confronto tra le due superpotenze. Dallo squilibrio della bilancia commerciale all’assertività (come si dice tra le feluche per significare la determinazione pericolosa) della politica espansionistica del Celeste impero nel Mar cinese meridionale. Sottolineando la repressione delle clamorose proteste di Hong Kong e della minoranza musulmana degli Uiguri nello Xinjiang. E senza dimenticare le annose questioni della proprietà intellettuale, dello spionaggio industriale e della rincorsa tecnologica cinese col 5G a fungere da volano.

No al coinvolgimento cieco

Al di là dei toni volutamente sopra le righe (questi sì certamente ricollegabili alle presidenziali di novembre), Pompeo ha fatto esplicitamente una considerazione che induce a riflettere. Quando ha affermato che il vecchio paradigma di “coinvolgimento cieco” della Cina negli affari internazionali non dovrà essere reiterato, cos’ha inteso dire? Dal punto di vista americano, è chiaro: il Dragone punta a sostituirci come potenza mondiale egemone, abbiamo risposto sin troppo a lungo col fioretto, è ora di sguainare la sciabola.

Pro e contro

Ma per l’Occidente in generale e per i singoli Paesi che ne fanno parte – nonché naturalmente per l’Unione europea – quello degli Usa potrebbe essere un richiamo ad approcciare la globalizzazione ed i suoi effetti con spirito critico. L’avvicinamento e l’intensificazione delle relazioni ad ogni livello in tutto il mondo ha degli indubbi risvolti positivi. Ha però anche delle implicazioni negative che non possono essere negate, a meno di non doverne subire danni molto gravi.

Ad esempio: la vicenda del Covid, accertamento preciso delle responsabilità a parte, ha messo in rilievo una difformità di standard di igiene e di sicurezza sanitaria e della ricerca assolutamente rilevante, tra lo stanco occidente e l’arrembante oriente. Il confronto e lo scambio vanno bene se portano tutti sui livelli più elevati raggiunti da ciascuno. Non funzionano, invece, ove si voglia imporli anche a costo di un livellamento verso il basso.

India, un’alternativa?

Si accennava all’inizio alle possibili alternative della diplomazia Usa in Estremo oriente. È un tema da non sottovalutare, perché l’irrigidimento verso Pechino è una tendenza trasversale a Washington. In altri termini: anche se, dando retta ai sondaggi del momento, a gennaio l’inquilino della Casa Bianca dovesse diventare Joe Biden, il contenimento della Cina resterà comunque una priorità americana.

In quest’ottica, assumono importanza i rinnovati e più stretti rapporti degli Usa con l’India di Narendra Modi. I legami vengono stretti a partire dal US India Business Council, cui proprio Mike Pompeo si è rivolto recentemente parlando di ambiziosi progetti di cooperazione fra democrazie occidentali ed asiatiche.

Il Network anti-Pechino

L’intenzione americana sarebbe integrare anche Giappone, Corea del Sud ed Australia in un grande network alternativo all’espansionismo cinese. L’idea di un blocco liberale dell’Asia-Pacifico fu accarezzata già dal premier giapponese Abe Shinzo, che nel 2007 tenne a battesimo fra le quattro nazioni il Qsd (Quadrilateral Security Dialogue).

Ora sembra arrivato il momento di farne qualcosa di più, soprattutto sul piano della condivisione della sicurezza. A maggior ragione quando la citata assertività del regime di Xi Jinping comincia a creare problemi anche all’India, dopo l’aggressione militare sulle montagne del Ladakh, costata la vita a 20 soldati di Delhi. L’episodio risale al giugno scorso ed è accaduto sul controverso confine himalayano.

Cina, un competitor da rispettare

Concludiamo queste considerazioni commentando uno spunto di riflessione del professor Andrea Monti comparso su formiche.net. Il docente dell’università di Chieti-Pescara, tenendo a mente l’arresto negli Usa di tre ricercatori cinesi accusati di spionaggio per il loro Paese, ammonisce circa il rischio di sacrificare il “rule of law” al “rule by law”. In parole povere: preferire, per ragioni di realpolitik, la strumentalizzazione delle regole al loro rigoroso rispetto. Non sarebbe il caso, insomma, di aprire una caccia alle streghe contro i cinesi.

Pensiamo che il professor Monti possa stare tranquillo, da questo punto di vista, proprio in nome di quella realpolitik che egli stesso stigmatizza. L’assertività della Cina non va sottovalutata, ma col Dragone i conti li stiamo facendo tutti. E nessuno s’illude di poterlo strapazzare facilmente, né impunemente.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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