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Vaticano e ddl Zan: cos’è in questione, il Concordato o il Creato?

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A sinistra, monsignor Paul Richard Gallagher

Vaticano e ddl Zan sulle aggravanti contro l’istigazione alla violenza omo-trans-fobica: il problema è la difesa del Concordato, o piuttosto del concetto di Creato? Il dubbio è legittimo, di fronte ad un passo singolare quale quello compiuto una settimana fa da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. 

La Nota verbale recapitata alla Farnesina, in cui si ipotizza che alcune delle disposizioni del disegno di legge approvato dalla Camera e fermo al Senato comprimano talune libertà ecclesiali ed ecclesiastiche, è un po’ un rebus. Quanti si informano attivamente avranno letto diverse interpretazioni di questa mossa. Noi daremo la nostra, ricapitolando però prima di tutto i fatti.

La Cei prima a chiedere un ripensamento al Parlamento

È un fatto che alla Chiesa cattolica italiana il ddl Zan non piaccia. Lo ha detto ufficialmente il 25 maggio scorso, aprendo i lavori della 74ᵃ Assemblea generale della Cei, il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti. Ritornare alla cronologia degli interventi è essenziale, per poter portare un giudizio ponderato sugli stessi. La Conferenza episcopale è l’ente che rappresenta la Chiesa cattolica in Italia e per prima si è fatta opportunamente sentire. Opportunamente, s’intende qui, dal punto di vista della legittimazione ad intervenire.

La stessa Cei, evidentemente, ha ritenuto di non essere stata adeguatamente ascoltata. Il contenuto del dissenso, nel merito, è noto. Si manifesta da parte ecclesiale il timore che, ad esito dell’eventuale approvazione definitiva del ddl come licenziato dalla Camera dei Deputati, il diritto della Chiesa e dei cattolici a dissentire rispetto all’antropologia del gender e dell’identità sessuale liquida possa venire conculcato. E questo in spregio all’Accordo di revisione del Concordato lateranense, sottoscritto nel 1984 da Agostino Casaroli e Bettino Craxi.

La questione si presenta anche come tecnico-giuridica. Non si può, però, negare che il ddl Zan, proponendosi di criminalizzare condotte qualificate come di istigazione, finisce sicuramente per contestare – e riserva al giudice la facoltà di censurare penalmente – specifiche opinioni sulle note questioni sopra citate. I fautori della proposta così com’è sostengono che la previsione inserita nell’articolo 4 del ddl (“Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni…, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”) basti a tacitare i dubbi al riguardo.

La Santa Sede non è il Vaticano

Un altro fatto, in questo caso storico e non di cronaca, è che in Italia (fin da quando, nostro malgrado, quest’ultima era sì e no un’espressione geografica) è ubicata la Santa Sede. Si parla insistentemente, anche in questi giorni a proposito dell’intervento della Segreteria di Stato sul ddl Zan, di Vaticano. E si pensa di far bene, perché, evocando il Concordato, la Chiesa avrebbe messo in mezzo lo Stato vaticano. 

Peccato che non sia così, perché i rapporti tra Repubblica Italiana e Stato della Città del Vaticano sono regolati dal Trattato lateranense e non dal Concordato. Il Concordato riguarda i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia e fu sottoscritto nel 1929, distintamente dal Trattato, da Pietro Gasparri per la Santa Sede e Benito Mussolini per l’allora Regno d’Italia. A quei tempi, la Cei non esisteva e il Papato non dubitava di poter e dover parlare a nome della Chiesa italiana. D’altra parte, la scelta ecclesiastica di adire lo strumento concordatario, onde dare copertura internazionale al contenuto degli accordi, implicava necessariamente l’intervento della Santa Sede. Nel 1984, completamente mutate le sensibilità, la Santa Sede ha sì sottoscritto la revisione, ma ha poi largamente coinvolto la Cei nella sua costante attuazione.

Un ginepraio giuridico per Draghi

Un ultimo fatto, ancorché al momento ipotetico, riguarda le possibili conseguenze giuridiche interne italiane del passo compiuto dalla Santa Sede. Ove il dissenso con la Chiesa permanesse, bisognerebbe probabilmente adire la Commissione paritetica, prevista dalla revisione Craxi-Casaroli all’articolo 14, onde cercare un’amichevole soluzione. La questione, però, rischierebbe di ingarbugliarsi, se mai dovesse prolungarsi. 

Sappiamo tutti, infatti, che il Concordato e le sue modificazioni accettate da entrambe le Parti sono state costituzionalizzate dall’articolo 7 della Carta fondamentale del 1948. Ciò significa che modificazioni su cui vi sia dissenso dovrebbero essere approvate con le procedure aggravate previste per la revisione costituzionale. Difficile ipotizzare che la possibile, futura legge Zan possa essere identificata con quelle modificazioni. Si potrebbe, allora, impugnare successivamente la costituzionalità di quest’ultima legge. O, forse, la Santa Sede potrebbe addirittura denunciare il Concordato. Del tutto improbabile, quasi impossibile: è certo, comunque, che si tratta di terreni inesplorati. 

E sono terreni in cui il presidente del Consiglio non amerebbe avventurarsi come ha detto chiaramente ieri in Senato. Mario Draghi ha laconicamente riaffermato pochi principi: la laicità dello Stato, la libertà del Parlamento di discutere anche di materie eticamente sensibili, la possibilità di vagliare (in Parlamento in via preventiva e alla Consulta in via successiva) la costituzionalità delle leggi. In sostanza: la questione non riguarda attualmente il Governo, il ddl è di iniziativa parlamentare, si vedrà eventualmente in futuro.

La mossa della Santa Sede in un frangente drammatico per la Chiesa

Per finire, veniamo all’interpretazione della vicenda all’interno della Chiesa. C’è chi ritiene si tratti di una lotta interna tra progressisti di tendenza bergogliana e conservatori inclini ad altre sensibilità pastorali. C’è chi, come Alberto Melloni, interpreta la mossa diplomatica pontificia come un tentativo di evitare il ritorno della Cei alla difesa dei “valori non negoziabili” del tempo di Camillo Ruini. C’è chi, scetticamente, non sa cosa dire per spiegarsi la circostanza.

Secondo noi, una cosa è certa: la Chiesa cattolica si rende perfettamente conto che è in atto da decenni, su scala globale, una guerra culturale spietata ad uno dei pilastri della sua fede, costituito dalle sue coordinate antropologiche essenziali. Il pericolo è mortale, perché, se possibile oggi più che mai, l’uomo stesso è l’unica via possibile al Dio cristiano. Per la Chiesa, cautele o arditezze diplomatiche a parte, il vero problema non è il Concordato, ma la consapevolezza del Creato e, quindi, del Creatore. Quando questa è a rischio, la reazione può anche essere non lineare, ma la posta in gioco resta drammaticamente chiara. 

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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