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Veltroni e il “benaltrismo”: dalla sicurezza dei cittadini al ponte sullo Stretto, non ci convince

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Walter Veltroni, come Michele Serra e Antonio Polito, appartiene alla schiera mai abbastanza folta di giornalisti che scrivono bene. Dovrebbe essere scontato per chi fa della parola vergata una professione, ma purtroppo non è così.
Detto questo, resta che con quanto Veltroni scrive si può essere più o meno d’accordo o in disaccordo. Ci riesce impossibile, ad esempio, convergere su parte delle conclusioni che egli ha tirato nel suo pezzo di mercoledì scorso sul Corriere della Sera, intitolato “È sbagliato ignorare la sicurezza”.

Sicurezza: ce n’è per tutti

Dopo avere esordito dicendo che la durata relativamente notevole del governo Meloni (4° tra quelli repubblicani, dopo due ministeri Berlusconi e uno Craxi) è un fatto positivo, Veltroni chiosa caustico che la vita di italiane e italiani non ne risulta significativamente cambiata e sicuramente non in meglio. Per provare la sua rispettabile opinione, l’ex leader della sinistra si propone di affrontare il tema della sicurezza.

Prima, il giornalista stigmatizza l’inconcludenza – per non dire la perniciosità – del paradigma securitario delle destre mondiali. L’esempio che fa è ovviamente quello statunitense dei muri (originariamente costruiti dalle Amministrazioni democratiche, però) e delle espulsioni di massa di stranieri irregolari (diventate deportazioni, in traduzione, quando vengono disposte da un’Amministrazione repubblicana). Poi, Veltroni definisce innegabile che la percezione diffusa d’insicurezza degli italiani si sia aggravata con la destra al governo.

Quindi, passa a tirare le orecchie alla sinistra, dicendo che essa deve capire che la sicurezza è un fattore di giustizia sociale, della cui mancanza soffrono soprattutto le persone più povere. Colui che è stato il primo segretario del Pd torna a spronare i suoi compagni alla fine del pezzo, invitandoli a smettere di considerare un tabù il problema della sicurezza. E ricordando loro che nessuna forma di violenza privata può invocare giustificazioni, tanto meno di carattere sociale.

“Benaltrismo” e curiosa ingenuità

Sin qui, niente di rimarchevole o sorprendente. Veltroni resta una personalità di cultura e orientamento progressisti, da tempo attestata su posizioni che, nel partito in cui aveva esordito oltre mezzo secolo fa (il Pci), venivano definite riformiste. Quello che non torna, nel pezzo di mercoledì dell’ex primo cittadino della Capitale, è quando Walter “l’americano” ricorre ad una tipica argomentazione “benaltrista” contro il Ponte sullo Stretto di Messina voluto da Matteo Salvini e, contemporaneamente, cade dalle nuvole sull’immigrazione, contraddicendo implicitamente il titolo del suo articolo. Ci spieghiamo meglio.

Dal momento che stava parlando di sicurezza e sosteneva che ci vorrebbero anzitutto più uomini delle forze dell’ordine sul territorio, Veltroni ha scritto: «Se i miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto fossero stati investiti in piani comunali per la luce, gli spazi scolastici e culturali e le forze di polizia nelle periferie urbane, penso si sarebbe fatta la cosa giusta». Classico esempio di “benaltrismo”: occorrerebbe ben altro rispetto a quello che si è fatto, ovvero si sta facendo e ci si propone di fare.

D’altra parte, quando accenna alle politiche migratorie, stupisce come egli non sembri accorgersi che l’immigrazione regolare e normalmente sfociante nell’integrazione (che pure lui auspica per l’Italia) sia estremamente difficile se non impossibile da realizzare nel nostro Paese e ciò per diverse ragioni. Non ultima, il fatto che l’Italia, dopo oltre un secolo e mezzo dall’unità nazionale, non ha ancora perfezionato l’integrazione tra differenti modelli sociali e di sviluppo coesistenti al proprio interno.

Tra autocritica e appartenenze tradizionali

Dunque: per Veltroni, quando si parla di una grande opera infrastrutturale su cui punta la destra di governo, basta ricorrere al “benaltrismo” per negarne l’utilità e additarne anzi la dannosità, siccome drenerebbe risorse utili per tutt’altri scopi. Quando, invece, si tocca un tasto dolente per la sinistra come l’evidente cortocircuito tra internazionalismo di ascendenza marxista e cultura solidarista cattolica da una parte e pesanti risvolti economico-sociali dell’accoglienza a tutti i costi dall’altra, le obiezioni non trovano spazio.

Eppure, la considerazione che abbiamo svolto ci pare fondata. Un Paese come il nostro, dall’identità nazionale poco condivisa e in cui i reciproci riconoscimenti (tra nord e sud, tra destra e sinistra, tra Stato e Chiesa) sono faticosi e tuttora onerati di pesanti riserve, non è sicuramente in grado di programmare e attuare un’ordinata – cioè ragionevole – politica dell’immigrazione. Sicché, l’ex vicepresidente del Consiglio si sforza lodevolmente di fare un bagno di realismo politico e in qualche modo autocritica a nome della sinistra, ma le appartenenze tradizionali finiscono comunque per condizionarlo. Leggere Walter Veltroni è sempre un piacere, trovarsi d’accordo con lui è un altro discorso.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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