Giuseppe Verdi, il cigno di Busseto? No. Il cigno di Piacenza. Di Villanova, se volete essere precisi. Perché tutti lo ritengono parmigiano? Perché aveva visto la luce alle Roncole di Busseto nel lontano 1813 (ieri, 10 ottobre l’anniversario della nascita). Compiuti i suoi studi, nel 1832 si trasferisce a Milano e da lì a villa Sant’Agata, a Villanova sull’Arda, acquistata nel 1851. Solo negli ultimi tre anni, rimasto vedovo di Giuseppina Strepponi, si era stabilito a Milano, dove si era spento nel 1901.
Made in Parma…
Dunque, su 88 anni di vita ne ha trascorsi una quindicina a Milano, 19 a Busseto e oltre 50 nel piacentino. Oggi la Villa di Sant’Agata, chiusi i battenti a fine mese, andrà all’asta per contrasti tra gli eredi. Ve la immaginate se spostati i confini provinciali fosse nel Parmense? Un assegno staccato con noncuranza dalla locale Fondazione o dal Crédit Agricole e immediatamente Sant’Agata diventa una sorta di Eurodisney o Gardaland. Anzi, ci sarebbe stato da battagliare perché la Pizzarotti, la Barilla o la Parmalat si sarebbero sfidate all’ultimo sangue per mettere il cappello sulla prestigiosa istituzione a suon di milionate di euro.
Subito dopo una grande impresa (parmigiana) avrebbe avviluppato di ponteggi l’immobile per restituirlo pochi mesi dopo placcato in oro, con banderuole (col simbolo stilizzato della ditta vincitrice) su ogni tegola, un percorso tematico nel parco con tappa nel caseificio nuovo di pacca dove vengono sfornate a ritmo continuo forme di parmigiano, poi nel salumificio pieno di prosciutti (di Parma, guarda il caso) con oasi di degustazione dei vini locali e delle “eccellenze del territorio”, tra cui, è probabile, la famosa “coppa di Parma”, i famosi “anolini di Parma” e perfino i succulenti “pisarei e fasò” sempre targati Parma.
Nel frattempo università e istituzioni avrebbero riempito la villa di convegni su Verdi, concerti del coro del teatro Regio, requiem di Verdi come se non ci fosse un domani. Nello stesso tempo il parco sarebbe stato riempito di figuranti vestiti da Giuseppina Strepponi, Maria Luigia, Giuseppe Verdi, Arturo Toscanini che avrebbero intonato pezzi d’opera. La domenica turbe di turisti si sarebbero riversate sul piccolo borgo che neanche all’Expo di Milano, creando blocchi stradali e suscitando le proteste degli abitanti: “Qui non si può più vivere” avrebbero gridato tutti in coro.
Wikipedia inizia il capitolo su Verdi con: “Universalmente riconosciuto come uno dei più grandi operisti di ogni tempo”. Possiamo stupirci del fatto che Piacenza è sotto anestesia (forse in coma farmacologico) in un’occasione del genere? E se arrivano Google o Amazon e se ne appropriano con un’offerta stratosferica? Allora inizieranno i pianti e i rimpianti: “è colpa dello Stato, toccava alla Regione, no, al Comune o alla Provincia”…
Non solo musica
A proposito della Provincia: perché nell’aula consigliare del palazzo di corso Garibaldi c’è un busto di Verdi? Perché in due occasioni ne ha calcato le scene politiche: una prima volta, nel 1859, Verdi viene eletto come membro del nuovo Consiglio provinciale e nominato a capo di un gruppo di cinque persone che avrebbe incontrato il re Vittorio Emanuele II a Torino, dove vedrà anche Cavour. Molti anni più tardi, nel 1889, viene eletto consigliere provinciale nel collegio di Cortemaggiore, ma rimane in carica solo un anno. Nel frattempo Verdi era stato eletto sia alla Camera che al Senato del neonato Regno d’Italia. In Senato non si era mai presentato una volta, mentre alla Camera si era fatto appena intravedere.
Verdi non era un politico. In tutte le occasioni nelle quali è stato eletto a qualche carica pubblica – sollecitato a non sottrarsi e mai chiedendolo – immediatamente se ne era disinteressato. Il suo grande amore, dopo la musica, era la terra, tanto che, all’ultimo censimento, si era definito “agricoltore” e chi ne conserva la memoria lo ricorda come proprietario estremamente attento alla produzione agricola e al benessere dei suoi braccianti.
Tra le anime del Risorgimento
Perché Verdi non si era potuto sottrarre dalla politica? Perché, esattamente come Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele era stato l’anima del nostro Risorgimento. Meglio, la sua colonna sonora. Dal “Va pensiero” del Nabucco ai “Lombardi alla prima Crociata” la musica immortale e trascinante del maestro aveva accompagnato i nostri soldati sui campi di battaglia di San Martino, Solferino, Custoza e Magenta. “Se l’amor della patria è delitto siam rei tutti, siam pronti a morir” fa cantare ad Amonasro nell’Aida. A scuola ci hanno insegnato che alla Scala, ancora sotto il dominio austriaco, i milanesi gridavano “Viva Verdi” sottintendendo “Viva Vittorio Emanuele re d’Italia”. Quello che (impropriamente) viene ancora chiamato, e speriamo per poco, “il cigno di Busseto” aveva fornito il leitmotiv di tutta la nostra epopea rinascimentale.
Diamoci una mossa
Verdi piacentino, dunque? Certo, entrambi i genitori avevano questa origine, la madre, Luigia Uttini, era nata a Saliceto di Cadeo e il padre Carlo era un oste nativo di Villanova. E lui stesso, l’abbiamo ricordato, vive nel piacentino oltre metà della sua vita. Dunque, coraggio: se chi di dovere fa orecchie da mercante e aspetta ad aprire i cordoni della borsa, se la burocrazia tentenna e si prospettano tempi biblici, perché non facciamo una sottoscrizione pubblica? Dieci euro a testa, cari Piacentini, fanno già quasi tre milioni di euro, tanto per cominciare. È troppo per tenerci e valorizzare Villa Verdi, l’amato rifugio del nostro di gran lunga più celebre concittadino?
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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Parole molto appassionate e assolutamente condivisibili. Forza e coraggio! Dov’è la Fondazione di Piacenza e Vigevano? Dov’è la Banca di Piacenza? Dove sono gli industriali? Le grandi aziende del salume, del vino, le cooperative agricole, i tanti enti e società del territorio? Sono solo adottivo di questa città, che ho amato da subito e nella quale ho scelto di lavorare e crescere la mia famiglia. Ma non riesco ancora, a fronte di tanta bellezza e tante potenzialità inespresse, a farmi una ragione di questa proverbiale inerzia che tutto recide, tutto sopisce, tutto addormenta in un sonno che vuol dire solo decadenza. Con tutto il rispetto, non rassegniamoci a diventare la città dei facchini!