Vertice Nato di Ankara: anziché dal padrone di casa Recep Tayyip Erdoğan, il summit di cui non si è ancora spenta l’eco sembrerebbe essere stato organizzato da monsieur de La Palisse, tanto le sue conclusioni sono state scontate ed è rimasto immutato il quadro generale della situazione internazionale. Avvicinandoci al meeting, in Italia ci eravamo persi volentieri dietro alle intemerate stravaganti di Donald Trump contro Giorgia Meloni, che fortunatamente non hanno avuto ulteriore penoso seguito.
Sulla carta stampata, invece, si perpetuano i consueti sforzi onde far credere l’impossibile, cioè che la giustizia e il bene stiano tutti dalla nostra parte mentre l’iniquità e il male appartengano esclusivamente agli altri. In Italia, abbiamo appena avuto rinnovata notizia dell’attività russa di spionaggio, con l’espulsione di due addetti militari dell’ambasciata di Mosca a Roma: la serietà della circostanza non va sottovalutata. Allo stesso modo, non conviene dimenticare che lo spionaggio è prassi corrente anche tra alleati, figuriamoci tra interlocutori come minimo in forte tensione.
Per tornare alla posizione quasi totalitaria di ostilità alla Russia in seno all’informazione nazionale, si tratta di una linea editoriale e in primo luogo politica del tutto legittima, ma ci sembra ci sia comunque modo e modo di sostenerla. Anche perché qui passiamo il tempo a fare la morale alla propaganda occulta di Putin e immaginarci suoi infiltrati ovunque, mentre non si sa che pensare di cose come quelle che abbiamo letto e quelle che non sono state scritte a commento del summit di Ankara.
L’Ucraina risorsa dell’Occidente, ma…
Solo per esemplificare, abbiamo sentito dire che forse gli Usa hanno bisogno dei droni sfornati dall’Ucraina e sarebbe per questo che Trump ha promesso a Zelensky la licenza di produzione del sistema anti-missile Patriot. Abbiamo anche letto che la capacità ucraina di resistere imponendo l’attrito all’invasore russo potrebbe suggerire al presidente Trump e all’amministrazione americana che il Paese invaso dalla Russia sia una risorsa nell’ambito della rivalità strategica con Mosca.
Dunque: anzitutto, l’Ucraina è un Paese che va avanti a furia di prestiti europei, con un’economia che è giocoforza monopolizzata dallo sforzo difensivo bellico. Kiev insegna fierezza e determinazione al mondo, ma difficilmente pensiamo possa essere additata come un esempio di saggezza. Come scrivevamo quando si compiva il primo anno del conflitto, il successo dell’Ucraina all’esito di questa tragedia epocale dovrebbe consistere nello stabilimento di un modus vivendi con un vicino sterminato, dotato del maggiore arsenale atomico esistente e ostile alla sua sostanziale autonomia.
In pratica, il destino di Kiev dipende e dipenderà dall’opinione al riguardo dell’attuale leadership russa e di quelle future. Questa è la realtà, così come è evidente che senza il supporto logistico (oltreché militare) e il mandato politico degli Stati Uniti e dell’Europa al loro traino, l’Ucraina si sarebbe barcamenata più o meno come la Bielorussia: né autonoma, né invasa.
L’irredentismo di Kiev e l’Europa
Sicché la spiritosaggine secondo cui anche Trump potrebbe cominciare a pensare che l’Ucraina sia funzionale al logoramento americano della Russia, fa poco ridere e dà parecchio da pensare. Dopo più di quattro anni e mezzo di guerra, siamo ancora a negarne ostinatamente e con modalità addirittura comiche – se non si trattasse di lutti e macerie – la natura originaria e permanente di guerra per procura. E questo nonostante l’ammissione di questa realtà sia ormai pacifica negli stessi atti e pronunciamenti ufficiali.
Oggi le cancellerie europee affermano apertamente che la Russia, finché continua ad accanirsi sull’Ucraina, non fa danni altrove. Gli ucraini vengono strumentalizzati? Quantomeno, il loro coraggioso spirito irredentista viene usato. E non dall’Europa, sia chiaro, ma dall’America. Anche i Paesi dell’Unione europea sono “vittimizzati” da Washington, solo con modalità e ad un segno fortunatamente molto diversi.
Peraltro, a riprova di questa specie di strategia del doppio stress euro-russo impiegata dagli Usa, basti pensare allo scarto tra parole e fatti dell’amministrazione americana a proposito dei mentovati Patriot. Ci sono prevedibili restrizioni normative alla cessione della tecnologia per ragioni di sicurezza nazionale, occorrono dei tempi che potrebbero venire tanto abbreviati quanto allungati, ha un peso la questione (o la scusa?) della volubilità del presidente Trump.
Gli Usa padrini del duello con Mosca
Per certo, il vertice di Ankara ha messo nero su bianco che la Russia è la minaccia a lungo termine per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica. E che, in cima al mix di strumenti di deterrenza della Nato, stanno le capacità nucleari: vale a dire che il comando supremo ed effettivo dell’Alleanza resta degli Stati Uniti. Strano: non dovevano abbandonarla? Si vede che avranno mangiato spinaci prima che qualcuno riuscisse a cacciarli, o semplicemente ci avranno ripensato: sarà stato a causa dell’umore instabile di Trump.
C’è poco da scherzare, in realtà: la retorica riconferma dell’articolo 5 sulla difesa di ciascun partner Nato da parte di tutti gli altri è smascherata dal fatto che la deterrenza non convenzionale, cioè atomica, ce l’ha per davvero solo l’America (Parigi e Londra non hanno arsenali nucleari paragonabili a quello di Mosca). E gli Usa ci impongono la Russia come nemico: solo che la Russia decide da sé sull’impiego del nucleare, mentre i piccoli fans dell’Occidente dipendono dallo Zio Sam, che sceglie loro i nemici e le armi con cui dovrebbero sfidarlo.
L’Iran nell’agenda dell’Alleanza
Merita una considerazione a parte il riferimento all’Iran e allo Stretto di Hormuz. Il fatto della menzione della questione dice sia del carattere poco serio del comunicato conclusivo del vertice Nato, sia una volta di più di come stanno le cose tra gli alleati occidentali. La stanca ripetizione del mantra “L’Iran non deve mai possedere un’arma nucleare” ingaggia la Nato – mediaticamente, per ora – addirittura nelle guerre israeliane. Cosa c’entri la Terra Promessa biblica con l’Alleanza dell’Atlantico del Nord è difficile da spiegare.
È questo l’Occidente a cui si aggrappa la nostra presidente del Consiglio? Ed è per quest’Occidente che la sua effigie finisce nel mirino della propaganda vendicativa del regime di Teheran, insieme ad altri leader europei ed esponenti dei governi americano e israeliano? Un quotidiano iraniano li accusa di essere responsabili dell’uccisione della Guida suprema Khamenei e li minaccia di morte, quando è evidente che gli europei non c’entrano nulla con i raid che hanno scatenato la guerra israelo-americana.
No: è sulla Russia e il destino dell’Europa tra Washington e Mosca che si misura la capacità di rifiuto da parte della premier delle condizioni inique del Patto atlantico. Nulla, comunque, depone nel senso che ce l’abbia: con i post del tycoon può permettersi di scherzare, con l’obbedienza americana no.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







