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Vescovi emeriti: dal caso di Città del Messico a quello di Piacenza

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Il Palazzo Vescovile di Piacenza; nel riquadro il cardinale Norberto Rivera Carrera, vescovo emerito di Città del Messico

I vescovi possono andare in pensione? E quando lasciano la loro diocesi per “raggiunti limiti di età”, qual è la loro posizione? È un problema che si pone, nella Chiesa cattolica, da non troppo tempo. È nondimeno un problema reale, al quale il diritto canonico e la prassi ecclesiale hanno dato delle risposte. Questo, però, non esclude che talvolta le cose non vadano per il verso giusto.

Proviamo a vedere di cosa si tratta quando si parla di vescovi emeriti, da quando esistono e perché. Per farlo, partiremo da un caso di cronaca messicano risalendo fino alla Piacenza della metà del secolo scorso.

Notizia incredibile

Lo spunto per questa riflessione è una notizia non certo edificante, anzi, francamente, ai limiti dell’incredibile. Come dicevamo, proviene dal Messico, dove qualche settimana fa l’arcivescovo emerito della capitale, il cardinale Norberto Rivera Carrera, è stato colpito dal Covid-19. Il porporato ha contratto la malattia in forma grave ed è tuttora ricoverato in terapia intensiva.

Bollettino medico a parte, a destare scalpore e sconcerto è la notizia che l’arcidiocesi, attualmente retta dal successore di Rivera, il cardinale Carlos Aguiar Retes, si sarebbe rifiutata di corrispondere le spese mediche, occorrenti per le cure del 78enne vescovo emerito. Usiamo il condizionale perché la notizia non è stata confermata, per esempio, dalle fonti di stampa cattoliche, né dalla Santa Sede. Di tutto, infatti, si può voler accusare il corrente Pontificato, fuorché di temere gli scandali. 

Come che sia (c’è chi parla di assicurazioni inadempienti, chi di costi eccessivi perché il luogo di cura scelto dal cardinale Rivera è una clinica privata e non un nosocomio pubblico), la circostanza colpisce e non positivamente. Possibile che una diocesi con oltre 4 milioni di fedeli non possa permettersi di soccorrere un proprio vescovo, affetto da una malattia? Ovvero: si può credere che dissapori e dissensi tra nuovo e vecchio episcopato producano una simile mancanza di carità, proprio tra i pastori di quella chiesa? Il tempo, forse, chiarirà le cose. E, prima di tutto, ce lo auguriamo, restituirà la buona salute al cardinale Rivera.

Vescovo emerito e diritti  

Veniamo alle norme. I vescovi diocesani sono invitati a presentare rinuncia al loro ufficio al compimento del 75° anno di età. Così dispone il canone 401 del Codice di diritto canonico. Lo stesso canone dice che, causa infermità ovvero altra grave ragione, i vescovi sono vivamente invitati a presentare la rinuncia anche prima di questo termine, se risultano meno idonei all’adempimento del loro ufficio.

Il canone 402 dispone che i vescovi cessati dal governo diocesano mantengono il titolo di emeriti. Se lo desiderano e salva diversa disposizione della Sede Apostolica in speciali circostanze, possono continuare a risiedere nella stessa diocesi. Di solito, a meno che non facciano essi stessi urgenza, i vescovi sono mantenuti in carica ancora un paio d’anni, dopo la presentazione della rinuncia.

Il paragrafo 2 del canone 402 è la norma più rilevante rispetto al caso del cardinale Rivera Carrera. In esso si dice che l’obbligo primario per il mantenimento del vescovo emerito incombe alla diocesi dalla quale si è congedato. Subordinatamente, è disposto l’obbligo a carico della Conferenza episcopale nazionale. Oggetto dell’obbligo è l’adeguato e degno sostentamento.

Il Concilio e Paolo VI

Il Codice prevede disposizioni sostanzialmente analoghe, relativamente alla presentazione delle dimissioni, per i cardinali a capo dei dicasteri della Curia romana (can. 354); per i superiori degli ordini religiosi (can. 624) e per i parroci (can. 538). Nel 2018, con il Motu proprio Imparare a congedarsi, Papa Francesco ha ribadito che, a 75 anni, anche i vescovi titolari di incarichi nella Curia sono invitati a presentare la loro rinuncia, sulla quale il Pontefice deciderà poi caso per caso.

Come si accennava, questa sensibilità è relativamente nuova nella Chiesa. È stato il Concilio Vaticano II (decreto Christus Dominus, n. 21) a sollecitare per la prima volta i vescovi a considerare la libera rinuncia all’ufficio, per ragioni di età o altre gravi cause inabilitanti. San Paolo VI, nel 1966 (motu proprio Ecclesiae Sanctae), ha precisato il limite dei 75 anni. Nel 1970, poi, ha addirittura privato i cardinali ultra ottantenni del diritto di eleggere il Papa (motu proprio Ingravescentem aetatem). Il tutto è stato, infine, recepito dalla codificazione canonica del 1983.

Il caso piacentino

Se ci si vuole fare un’idea di quanto fosse diverso il costume in seno alla Chiesa fino a poco tempo prima di queste riforme, si pensi al caso piacentino della metà del secolo scorso. L’arcivescovo-vescovo monsignor Ersilio Menzani trascorse a letto gli ultimi 10 anni di vita, a causa di gravissimi disturbi circolatori, che produssero la cancrena degli arti inferiori, entrambi amputati tra il 1958 e il 1961.

Di fatto, il ministero allora fu svolto pressoché esclusivamente dall’arcivescovo coadiutore monsignor Umberto Malchiodi, che è poi direttamente succeduto nella sede alla morte del predecessore. Monsignor Menzani restò, nondimeno, vescovo di Piacenza fino alla morte, con grande edificazione del suo collaboratore e di tutta la comunità diocesana. Era, allora, ancora dominante la convinzione che l’ufficio ecclesiastico, specie quello ordinario di immediata cura d’anime, fosse una missione, quasi un sacramento, cioè irrinunciabile e irrevocabile.

Il discorso avrebbe potuto (e dovuto) essere diverso per gli incarichi amministrativi, come quelli curiali. Anche in quel caso, però, evidentemente con meno ragioni, il costume era la permanenza in carica perinde ac cadaver. Un esempio pure novecentesco fu quello del cardinale Pietro Fumasoni Biondi, prefetto di Propaganda Fide, affiancato successivamente addirittura da due pro-prefetti, perché… aveva mandato avanti il primo!

Una scelta controversa

Aver previsto obblighi generalizzati di presentazione delle dimissioni (ancorché, per lo più, con la formula dell’invito) è servito a trarre d’impaccio la Santa Sede. Casi come quello del cardinale Rivera Carrera, dal quale siamo partiti per questa riflessione, sembrano rimescolare amaramente le carte.

Tuttavia, a ben vedere, forse non è così. Ci possono, purtroppo, essere casi in cui è bene che perfino dei vescovi diocesani lascino le loro responsabilità, anche indipendentemente dall’età anagrafica. Sarebbe il caso odierno di Città del Messico, se fosse vero che l’attuale pastore non vuole – per decenza, se non per carità – soccorrere alle difficoltà del suo confratello.

 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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