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Voto in Lombardia e Lazio: dietro l’astensionismo record, mentre Lega e Forza Italia…

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Da sinistra, Attilio Fontana e Francesco Rocca

Voto in Lombardia e Lazio: la sorpresa non è, ovviamente, la schiacciante vittoria della destra in entrambe le regioni. La riconferma di Attilio Fontana al Pirellone e la vittoria di Francesco Rocca a Roma non erano in discussione da parecchio tempo. Le due notizie sono invece la partecipazione al voto che è precipitata ben sotto il 50% in entrambe le regioni e la tenuta di Lega e Forza Italia, che erano in forte sofferenza. I commentatori, oggi, si affannano ad analizzare questo dato, molti dimenticando che, ad esempio, alle regionali del 2014 in Emilia-Romagna aveva partecipato al voto solo il 37,76% degli elettori. Dato poi risalito nel 2020 ad un buon 67,67%, sempre con un solo giorno a disposizione per andare alle urne.

Astensionismo e dintorni

Da cosa può dipendere questa disaffezione degli italiani dalle urne? Secondo noi da un paio di fattori. Il primo, la mancanza di una vera “gara”. In Emilia nel 2020 lo scontro BonacciniBorgonzoni aveva infiammato gli animi. Si pensava che una spallata avrebbe potuto eliminare l’egemonia Pd sulla regione rossa per eccellenza e i giochi erano effettivamente aperti (era finita 51% per Bonaccini contro 43% della senatrice leghista), mentre ieri tutti sapevano che i giochi erano già fatti. Il secondo fattore: la mancata spettacolarizzazione dell’evento. Né Rocca né tantomeno Fontana sono personaggi da scaldare i cuori. E la mancanza di avversari credibili (non personalmente, nel senso che nessuno credeva in un loro successo) ha fatto il resto.

E poi, non dimentichiamo lo sfondo. Dal 2011 al 2022, per 11, lunghissimi anni, in Italia a livello nazionale non ha governato qualcuno uscito dalle urne. O meglio, ci sono stati partiti usciti dalle urne, ma che hanno sempre fatto il contrario di quello per il quale erano stati eletti, con forze politiche che si associavano il giorno dopo essersi lanciate le peggio cose. La colpa principale è del Pd che ha governato per quasi 10 anni su 11 con maggioranze che definire immaginifiche è quasi riduttivo. E che lo sta pagando in termini di voti (stavolta neppure tanto, pensavamo molto peggio) e di leadership. Non si possono sottrarre i 5 Stelle, la Lega e Forza Italia come non si possono chiamare fuori Renzi e Calenda. Sembra che gli Italiani si siano detti: “Perché andare a votare? Tanto fanno quello vogliono loro”.

L’esempio dei referendum

Facciamo un altro passo indietro: ricordate le affluenze monstre per i referendum su divorzio e aborto? E ricordate i continui flop di tutti i referendum successivi? È un po’ la stessa cosa: noi votiamo per la responsabilità civile dei giudici (sacrosanta) e “il palazzo” blinda le toghe con una legge applicativa impossibile da applicare. Noi abroghiamo il ministero dell’Agricoltura? E il palazzo lo traveste da “ministero delle politiche agricole”.

Vogliamo parlare dei finanziamento pubblico dei partiti? Nel giugno 1978, poco dopo il sequestro Moro, aveva votato l’81,2% degli elettori e nonostante tutti i partiti ad esclusione dei Radicali di Pannella e del Msi avessero chiesto di votare per l’abrogazione, gli italiani avevano votato no con oltre il 56% dei suffragi. Lo stesso referendum veniva proposto ancora dai radicali nel 1993, in piena tangentopoli, e gli italiani decidono di abrogare il finanziamento pubblico col 90,25% di sì e un’affluenza che oggi ce la sogniamo (76%). Abrogato il finanziamento pubblico a furor di popolo, i partiti decidono di trasformarlo in “rimborso spese elettorali ai gruppi parlamentari”. Il risultato ovviamente è grottesco: hanno fatto entrare dalla finestra quello che gli elettori avevano buttato dalla porta. E poi ci stupiamo della “disaffezione per la politica”?

Mina disinnescata?

Passiamo a Lega e Forza Italia. I soliti commentatori avevano previsto sfracelli post elettorali. Da una parte, attesa la sconfitta di Lega e Forza Italia, soprattutto in Lombardia, dove entrambe sono nate e dove avevano il loro maggior bacino elettorale, prevedevano che il governo Meloni sarebbe entrato il fibrillazione. Dall’altra, incassato il previsto successo elettorale, la premier avrebbe preteso un rimpasto di governo. Addirittura si prevedevano i ministri “defenestrati”: il forzista Gilberto Pichetto Fratin dall’Ambiente e l’indipendente Orazio Schillaci dalla Sanità, sembra non graditi alla presidente del Consiglio. Com’è ovvio, tale rimpasto sarebbe stato visto come il fumo negli occhi da Salvini e Berlusconi.

E così, sempre secondo questi “bene informati”, il governo sarebbe irrimediabilmente caduto. Non sembra stia andando così anche se Berlusconi, a urne aperte e a ruota libera, ha esternato peggio di Cossiga riguardo all’incontro di Meloni con il presidente ucraino Zelensky, che lui, fosse stato premier, non avrebbe voluto vedere. Dichiarazioni, naturalmente a favore di Putin e della Russia.

Giolitti o Berlusconi?

Vi riporto un attimo ad oltre cent’anni fa: nel 1915 l’Italia decide di rompere le alleanze con gli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria) ed entra in guerra a fianco della “triplice intesa”: Francia, Gran Bretagna e Russia. Il dibattito interno tra interventisti e pacifisti non era stato sereno. Giovanni Giolitti (tante volte capo del Governo che l’epoca tra fine Ottocento e primi del Novecento è definita “giolittiana”) non era favorevole all’entrata in guerra. Anche perché conosceva meglio di ogni altro lo stato miserevole del nostro esercito. Bene, ve lo immaginate Giolitti che interviene solidarizzando con l’imperatore Francesco Giuseppe o col kaiser Guglielmo II contro i nostri alleati? È quello che è appena successo. E quando, ieri sera, la capogruppo Licia Ronzulli ha cercato di aggiustare il tiro è stata, giustamente, coperta di ridicolo. E poi ci lamentiamo delle urne vuote?

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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