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L’industria soffre e intanto i dossier dividono 5 Stelle e Pd

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Industria in forte affanno, mentre la politica è alle prese con la formazione del nuovo governo 5 Stelle-Pd. Gli ultimi dati Istat relativi a giugno parlano chiaro. Gli ordinativi sono in calo del 4,8% su base annua (-1,8% gli interni, -9,1% quelli esteri). Il fatturato? La diminuzione dei ricavi sfiora il punto percentuale (-0,8%).

I numeri dell’Inps suonano pressoché la stessa musica: le ore complessive di cassa integrazione a luglio sono state 19,1 milioni (+33,5%: erano 14,3 milioni a luglio 2018). Intanto calano le assunzioni totali del settore privato: dagli oltre 4 milioni del primo semestre 2018 siamo scesi poco più di 3,7 milioni nello stesso periodo di quest’anno.

Un quadro allarmante, quello dell’industria nazionale, che fa da sfondo ai tanti dossier aperti sui tavoli di palazzo Chigi. Partite che il Conte 2 dovrà affrontare in fretta; con l’aggravante che in molti casi 5 Stelle e Pd sono su posizioni piuttosto diverse se non contrastanti.

L’acciaio della discordia

Prendiamo il caso dell’ex Ilva di Taranto. Il pomo della discordia sull’acciaieria pugliese è l’immunità penale e amministrativa legata alla riconversione degli impianti. Per i nuovi proprietari, gli indiani di ArcelorMittal, e i loro dirigenti scade il 6 settembre, come previsto dal Decreto crescita.

Senza una proroga dell’immunità sui reati ambientali, per quella data ArcelorMittal ha già minacciato la sospensione della produzione. La soluzione per evitare la chiusura degli impianti era stata trovata nel decreto sulle crisi aziendali approvato “salvo intese” due giorni prima dell’apertura della crisi dell’8 agosto e così, per questi motivi, mai definito e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Tutto da rifare dunque per l’industria tarantina. E tenendo conto che i 5 Stelle hanno molte remore sul prosieguo dell’immunità, concessa invece a suo tempo con convinzione dal governo Renzi e sostenuta ancora dai dem con emendamenti bocciati al Decreto crescita, questa partita per il pugliese Conte si preannuncia più che spinosa.

Alitalia e Benetton

Altro dossier caldo quello sulla compagnia di bandiera. Dopo i mal di pancia dei 5 Stelle, in primis dell’ex ministro dello Sviluppo Di Maio, al fianco di Ferrovie, ministero dell’Economia e dell’americana Delta fra i soci della nuova Alitalia è entrata Atlantia, la holding dei Benetton che ha in portafoglio anche Autostrade per l’Italia.

Il punto critico su Alitalia è la struttura a netta maggioranza pubblica della newco fortemente voluta dai 5 Stelle, che entro metà settembre dovrà chiudere su offerta e piano industriale. Per il Pd in sostanza è una nazionalizzazione mascherata; e al Nazareno questa soluzione desta più di una perplessità, visto che scaricherebbe ancora una volta i costi dell’ennesimo salvataggio di Alitalia sui contribuenti.

Sempre restando ai Benetton, i 5 Stelle continuano a chiedere tra l’altro la revoca della concessione ad Autostrade dopo la tragedia del Ponte Morandi a Genova. E anche qui Zingaretti e soci pare la pensino in modo molto diverso sui rapporti con le aziende della famiglia di Ponzano Veneto.
Basti ricordare che non più di un mese mezzo fa, come sottolinea anche ilsole24ore.it, il segretario dem twittava: “Dal Ponte di Genova ad Alitalia l’unica certezza è la confusione mentale, politica e l’opportunismo di chi ci sta governando”.

Tav e dintorni

A chiudere il cerchio sugli esempi principali di una diversa visione industriale tra 5 Stelle e Pd, la vicenda dell’alta velocità Torino-Lione, il siluro finale che ha affondato il governo del cambiamento. I dem hanno votato al fianco della Lega chiedendo a gran voce il completamento della Tav, mentre il Movimento era schierato compatto sul fronte opposto.

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