Ippolito Negri: il direttore de L’urtiga ha appena pubblicato il 40° numero dello storico periodico piacentino. Ad aprire la rivista culturale come sempre il suo editoriale, che stavolta parte dalle scelte in corso per decidere il futuro di Palazzo Gotico, simbolo della città, e allarga le sue considerazioni al tema delle politiche di privatizzazione degli spazi pubblici. Un articolo ricco di spunti e riflessioni critiche che vi riproponiamo integralmente.
«Mentre stiamo andando in tipografia tiene banco il dibattito intorno alla decisione/ipotesi (non si capisce bene, ma un atto, quanto meno preliminare è stato approvato dal Consiglio Comunale tra le variazioni di bilancio) di affidare a privati e per 25 anni la gestione del salone di Palazzo Gotico. Quello delle privatizzazioni è un mantra ricorrente da tempo nelle politiche pseudo moderne. Che si privatizzino servizi può avere un senso, che si privatizzino spazi pubblici e financo monumenti pare sia tutt’altra cosa; ma vista la qualità media della classe politica e amministrativa, che le idee siano sempre poche e ben confuse pare la cifra di questi tempi. Ma tant’è.
I teatri, tanto per dire, sono in gestione a una Fondazione che mette insieme pubblico (il Comune) e soggetti privati. Di fatto la gestione è quanto meno privatistica. La principale galleria d’arte moderna, la Ricci Oddi, è una Fondazione a forte controllo pubblico (del Comune tenuto a sostenere gran parte delle spese). La chiesa del Carmine è in concessione a privati. A breve le riqualificate (boh?) Scuderie di Maria Luigia andranno a privati per farne spaccio alimentare (posto che si trovino i gestori di un mercato fu rionale). Il Museo di Storia Naturale (parzialmente collocato nello spazio mostre del Farnese) andrà negli uffici già della Camera di Commercio, dopo investimento (6/700 mila euro o giù di lì) comunale per l’adeguamento da uffici a spazio museale. Di converso nei locali museali di Palazzo Farnese c’è braccio di ferro per ricavare spazi espositivi o comunque attinenti sottratti inopinatamente (ed è eufemismo) per inserire uffici che nulla hanno a che vedere con un ambito culturale.
Parlai di ignorantezza delle amministrazioni tempo fa, non c’è che da ribadire il concetto: solo con l’ignorantezza si giustificano le scelte più recenti. Non è un caso quindi che le attività culturali di rilievo siano svolte oggi da enti come la Banca di Piacenza (in primis) e la Fondazione di Piacenza e Vigevano (che non sempre si dimostra all’altezza privilegiando l’apparenza alla sostanza) a cui si aggiungono sporadici sostegni di quei pochi imprenditori che avendo risorse ne investono briciole nel rendere meno vacua e ignorante l’azione della politica».







