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Festa della Liberazione: il 25 aprile tra la storia del passato e la politica di oggi

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25 aprile: oggi è festa nazionale, si celebra la Liberazione dal nazifascismo, cioè dall’occupazione tedesca di due terzi del Paese e dalla dittatura mussoliniana, già caduta nell’estate del 1943, ma che nel frattempo aveva dato vita nel nord alla collaborazionista Repubblica di Salò.

Gianni Oliva, noto saggista piemontese con un passato nell’attività docente e un’incursione nella politica regionale (prima per il Pci, poi per il Pds), ha scritto un bel pezzo sulla Stampa di ieri: “Ma Salò è diverso dal 25 Aprile”. Il suo pensiero è chiaro, ben espresso e meglio argomentato, sicché è in pari tempo facile da riassumere.

La memoria di tutti

Da almeno vent’anni, dice Oliva, in diversi provano a trasformare l’odierna ricorrenza in un omaggio indistinto alla memoria di tutti i caduti di quel periodo. Dunque: sia dei resistenti, sia dei collaborazionisti. Si dice di farlo in nome della “pietas” per i defunti (tutti siamo uguali di fronte alla morte), ma anche perché si vuole valorizzare il convincimento di buona fede di quanti, tra gli italiani, si schierarono per il fascismo e la continuazione della guerra al fianco della Germania nazista.

La buona fede, obietta lo scrittore, non è però a tema quando ci si occupa di storia. La buona fede concerne gli individui, mentre la storia si occupa di prospettive collettive, quello che Oliva chiama «i progetti». Un progetto, quello nazifascista, prevedeva il trionfo e la perpetuazione della dittatura, dell’asservimento e dello sterminio. L’altro, quello antifascista, prevedeva la dignità, la libertà e il diritto. Spostare l’attenzione dai progetti collettivi alle coscienze individuali è indebito e pericoloso e, comunque, priverebbe di senso (cioè di attualità) una celebrazione come quella di oggi.

Il passato che non passa

Oliva, in ciò che dice, ha perfettamente ragione. Tra l’altro, nel suo agile e incisivo pezzo di ieri, sottolinea un altro aspetto importante, ottimamente sintetizzato dalla formula: «La democrazia è sempre antifascista, mentre non sempre l’antifascismo è democratico». Ciò che ribadisce, a parti invertite, la stessa tesi alla base dell’articolo: non basta l’intenzione dei socialcomunisti del tempo d’instaurare anche in Italia una finta democrazia come quelle sedicenti “popolari”, per sminuire il loro contributo alla liberazione dalle dittature nazifasciste periclitanti del tempo.

Tuttavia Oliva ignora l’elefante nella stanza. Il nazifascismo ha perso ottant’anni fa perché non poteva vincere e non solo militarmente, ma anche e soprattutto per una ragione di principio. La sua prospettiva era completamente distruttiva e, così, altrettanto autodistruttiva. Come potrebbe qualcuno riuscire a dare senso oggi a ciò che già allora non ne aveva? L’elefante nella stanza è il passato che non passa. Senza consapevolezza del passato non c’è futuro e questa è tutto fuorché una considerazione di maniera. Il passato, nondimeno, è tale. Non si può pretendere di fare politica, cioè di vivere oggi, in nome del passato.

Il nazifascismo non c’è più, ma qualcuno – larga parte della sinistra – lo attribuisce ai suoi avversari politici odierni non semplicemente per contrastarli, ma radicalmente per delegittimarli. Per qualcuno si vorrebbe che il passato fosse una prigione, altri pretenderebbero farne una rendita perpetua. Questo, il saggista Gianni Oliva nel suo intervento di ieri sul quotidiano torinese non lo considera. Non possiamo dire se non se ne sia accorto, né se lo condivida o meno. Modestamente, alle sue ottime considerazioni di ieri, noi ci permettiamo di aggiungere questa nostra di oggi.

La Repubblica: eguaglianza, unità e…

Augurando a lettrici e lettori una lieta Festa della Liberazione, ci permettiamo di suggerire qualcosa al nostro Paese, l’Italia. Il discorso che abbiamo fatto sulla rendita politica dell’antifascismo militante fuori tempo massimo difficilmente può spiegarsi, nel suo innegabile successo, solo con i colori politici. Questi ultimi c’entrano per forza, ma non sono la spiegazione a nostro parere decisiva. Più di essi conta la propensione degli italiani alla divisione, alla contrapposizione, all’irriducibile spartizione di ragione e torto: la prima è propria, il secondo degli altri. Per cui sembra che si controverta sul merito delle questioni, mentre ciascuno parla normalmente per lo più del privilegio di sé.

Allora: il 25 Aprile va celebrato, perché ciò che esso ha rappresentato – la Liberazione – ha reso possibile la Repubblica, dopo poco più di un anno. La Repubblica, per l’appunto, andrebbe celebrata di più. La Repubblica Italiana ha unito tutte le italiane e tutti gli italiani ed era la prima volta, nella loro breve storia nazionale unitaria. Celebrare la Repubblica significa celebrare l’eguaglianza, che era stata fatalmente negletta ben prima dalla Monarchia che dal fascismo. Non era per caso che il fascismo fosse attecchito e avesse imperato senza Re-pubblica, cioè letteralmente senza “cosa comune”. Per questo, perché la Repubblica è eguaglianza o non è, essa è anche unità. Quest’anno, il prossimo 2 giugno, sarà l’80° della Repubblica Italiana: investire su ciò che più unisce ci aiuterebbe ad emendare gli stessi approcci sbagliati al passato, tanto l’oblio e la confusione quanto l’interessata strumentalizzazione.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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