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Bella Ciao e quei conti mai fatti con noi stessi

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Bella Ciao… proprio, viene da dire. Sì, perché la sceneggiata dei componenti socialisti della Commissione europea von der Leyen, appena insediatasi, è stata non solo patetica. Ha anche tracimato nel ridicolo, come purtroppo capita talvolta quando siamo coinvolti noi italiani.

Tra i 7 commissari (4 uomini e 3 donne) che si sono messi a battere le mani al ritmo e con le parole del noto canto partigiano, infatti, c’era anche Paolo Gentiloni. Ex presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri e delle Comunicazioni, nonché tuttora presidente del Partito democratico. Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta nell’individuare a quale posizione il neo-commissario agli Affari economici abbia fatto maggior torto canticchiando. Tuttavia, ci sembra che essa sia proprio quella di cittadino italiano.

Destino della Ue e alibi sovranista

Diamo in effetti per scontato cosa abbiano voluto festeggiare gli altri 6, signore e signori, con la loro intemerata canterina sulle note di Bella Ciao, subito resa virale dai social. Il fatto cioè che il loro gruppo, sia pure con margini sempre più risicati, sia riuscito ancora a imporsi come alleato obbligato del Ppe a Strasburgo e a Bruxelles. Così facendo, ha liberato se stesso e l’Europa dal rischio del dilagare di quanti considera poco più che barbari: i cosiddetti sovranisti.

Un’euforia comprensibile, anche se destinata a convertirsi nel rimpianto invernale della cicala, ove le istituzioni comunitarie non affrontino di petto i nodi irrisolti dell’Unione. A cominciare dalla stessa natura di quest’ultima, abbandonando del tutto la chimera federalista e interrogandosi se non convenga pensare a una cooperazione rafforzata con chi ci sta. Certo che, se i problemi di Socialisti e Democratici dovessero ridursi alla polemica con gli avversari, l’Ue non farebbe grandi progressi. Anche perché, nel caso non se ne fossero ancora accorti dopo più di 40 anni, quello di Strasburgo non è un Parlamento e la Commissione di Bruxelles non è un governo.

Bella Ciao non è una canzonetta

Ciò che lascia sgomenti è la partecipazione al coretto di Gentiloni. Intanto perché era il cittadino italiano del gruppo e la banalizzazione della pagina più tragica della nostra storia unitaria non dovrebbe mai vederci coinvolti. Anche se in numeri fortunatamente molto ridotti rispetto alla Grande guerra, una parte significativa della gioventù nazionale sacrificò la vita come partigiana o repubblichina. Bella Ciao, dunque, non può essere una canzonetta.

In secondo luogo, “L’esibizione” dell’ex presidente del Consiglio radica la retorica resistenziale. Quest’ultima non si è mai limitata, come sarebbe stato comunque doveroso, a non mettere tutto e tutti sullo stesso piano. È certamente vero che chi scelse di combattere contro il nazi-fascismo combatté per la libertà della patria; mentre chi scelse di militare sotto le insegne della Repubblica sociale colpevolmente non comprese che l’invasore straniero non aveva a cuore che il proprio interesse.

La retorica della Resistenza è stata invece una narrazione monopolizzata dalla sua parte più organizzata e consistente, quella socialcomunista. Ed essa ha inteso presentare quest’esperienza come una guerra civile, momento di profonda divisione tra chi aveva ragione e chi aveva torto. Nonché come motivo di rivalsa reciproca e trasversale, e causa di un’insanabile frattura nel corpo nazionale. Senza contare che quest’impostazione è stata anche all’origine delle scelte istituzionali più infelici della stagione costituente immediatamente successiva.

Bella Ciao: dividersi, prima di tutto e comunque

Oltre 70 anni dopo, stiamo ancora a vantarci delle nostre divisioni. E a condividere irresponsabilmente il compiacimento degli altri europei, che sanno di confrontarsi con un Paese prima di tutto e “felicemente” diviso.

Infine, brandire la memoria dei fatti di 70, 80, 90 anni fa come una clava nella lotta politica odierna smaschera l’illusione che il tempo non sia passato invano. Invece è proprio così: noi italiani siamo ancora divisi. Non semplicemente come al tempo di partigiani e repubblichini, ma proprio come a quello di guelfi e ghibellini.

È questo il frangente che illustra meglio la nostra condizione tuttora perdurante. Infatti, quelle due fazioni (antesignane dei partiti della società di massa novecentesca) si richiamavano ad altrettante istanze universali, il Papato e l’Impero. A latitare, allora come oggi, era il senso nazionale. Democrazia cristiana e Partito comunista replicarono per decenni la stessa estroversione ideale, prima ancora che geopolitica.

La lunga parentesi berlusconiana ha tenuto viva la contrapposizione in termini personali. Oggi si fronteggiano il sovranismo a parole e l’europeismo di maniera: il primo si gode la lontananza che lo separa dalla prova dei fatti, mentre il secondo punta tutto sui vincoli esterni. Prima o poi, però, i conti con noi stessi dovremo farli. E allora, finalmente, non basterà più scrollare le spalle e canticchiare.

 

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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