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Papa Francesco, don Milani e i poveri in palmo di mano

Papa Francesco è un uomo da blitz. Colpi veloci e repentini, che però segnano nel profondo le coscienze. Ne abbiamo avuto un altro esempio nella mattinata del 20 giugno scorso. Francesco infatti ha celebrato nello spazio di qualche ora don Mazzolari e don Milani. E ha reso omaggio alle spoglie di entrambi, rispettivamente a Bozzolo (Mantova) e a Barbiana presso Vicchio (Firenze). Scelte non casuali, quelle del Pontefice. Accomunare i due sacerdoti, sembra rimandare alle incomprensioni che essi ebbero al tempo con i loro vescovi. E forse con la stessa Santa Sede. Che Francesco abbia voluto ricordarli recandosi presso le loro comunità, significa istituire un ideale passaggio di testimone, tra il loro stile pastorale e quello del Papa. A ben vedere un passaggio pieno di significati anche per il futuro, soprattutto in rapporto alla figura e all’opera di Don Milani. Vediamo perché.

Una fede matura

Per il priore di Barbiana, il 26 giugno ricorre il 50° della scomparsa. Era nato nel 1923, a Firenze, da una famiglia laica ed anticlericale, di cultura liberale ed orientamento antifascista. Il battesimo lo ricevette da ragazzino, quando i suoi, per timore delle leggi razziali (la madre era ebrea), si sposarono con rito religioso. Dovettero passare ancora alcuni anni, fino alla conversione, nel 1943. Fu cresimato in quell’anno, ed ordinato prete nel 1947, dal cardinale Elia Dalla Costa. Dopo due esperienze da curato, approdò nel 1954 a Barbiana, sperduta frazione di montagna nel Mugello. La lasciò solo per morire prematuramente, a casa di sua madre.

La scuola per gli ultimi

Le novità introdotte nella Scuola di Barbiana, da lui fondata, furono molte. Scuola libera, senza orari, né ferie. Niente classi, lezioni e scrittura collettive. I maestri erano per lo più gli stessi allievi, che avevano appena imparato qualcosa, e lo trasmettevano ai più giovani. Niente modi maneschi, né correzioni corporali, era la serietà del priore a segnalare che qualcosa non andava. Ad essere più dirompente, tuttavia, era il principio di fondo, il motivo per cui don Milani aveva concepito che servisse una scuola nuova: il fatto che quella che c’era, pubblica e privata, fosse più attenta ai meglio dotati, ed ai più agiati. Sembrava a quel prete che l’istruzione fosse come un medico, che, anziché prendersi cura dei malati, si complimentasse con i sani.

La Chiesa di Cristo e quella comunista

C’era, in quell’esperienza, l’eco di polemiche sociali e politiche, oltre che culturali, e segnatamente pedagogiche. C’era il fermento degli anni del Dopoguerra, che preparavano il boom economico. C’erano tracce di una convivenza non facile, non priva di incomprensioni e di reciproci anatemi, tra la Chiesa di Cristo e la “chiesa” comunista. Forse, però, si era anche in presenza del rischio di equivocare il messaggio evangelico, scambiandolo, fuori dal suo contesto storico giudaico, per un programma di emancipazione sociale, in chiave di lotta di classe.

Papa Francesco e un tributo profondo

Ad ogni modo, la distanza storica (che si va formando), ed ora anche il riconoscimento di Papa Francesco, contribuiscono a fare giustizia di quell’esperienza oggettivamente singolare e socialmente assai rilevante, che fu propria degli autori della «Lettera ad una professoressa». Papa Francesco ha detto che don Milani attese invano il pubblico riconoscimento, da parte del vescovo di Firenze, del valore ecclesiale della sua opera pastorale. E che oggi è il vescovo di Roma a tributarglielo. È la presa d’atto delle genuine radici cristiane e sacerdotali della sua pastorale educativa, che ha ridonato la parola ai poveri.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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