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Giorgia Meloni e il referendum sulla giustizia: no al fattore personale, ma…

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(foto dal profilo Facebook)

Giorgia Meloni alla vigilia del referendum costituzionale sulla riforma della Magistratura: la presidente del Consiglio si gioca qualcosa anche in prima persona domenica e lunedì prossimi. L’esclusione della personalizzazione, che la leader di Fratelli d’Italia ha sempre affermato e tuttora rivendica, non basterà a separare l’inquilina di palazzo Chigi dal giudizio popolare su una revisione costituzionale d’iniziativa governativa. E questo indipendentemente dall’interessamento al merito del quesito e dalla comprensione che ne avranno quanti si recheranno alle urne.

La partecipazione, cioè il numero dei votanti, giocherà un ruolo non di poco conto. Ricordiamo che questa consultazione non è soggetta al quorum, per cui il risultato dipenderà esclusivamente dalla conta dei “Sì” e dei “No”. In tutti i commenti si è lasciato intendere che, stante la vecchia propensione quasi militare dell’elettorato di sinistra alla partecipazione, il “Sì” per riuscire debba portare la soglia di partecipazione un bel po’ sopra il 50%. Non siamo in grado di valutare l’attendibilità di simili interpretazioni. A noi basta considerare che, se cittadine e cittadini non dovessero sentirsi interpellati nemmeno quando si decide della Carta costituzionale, sarebbe inutile arrovellarsi politicamente su altro.

La variabile della guerra all’Iran

Prima di ragionare sul referendum tra metodo e merito, conviene fare una separata considerazione su un altro rischio che Meloni e il fronte del “Sì” corrono nel prossimo fine settimana. Ci riferiamo alla commistione, nella percezione dell’opinione pubblica, tra il referendum come prova politica per l’Esecutivo e il posizionamento del nostro Paese di fronte alla guerra all’Iran. Si tratterebbe di una commistione del tutto impropria e, tuttavia, l’elettore è libero di formare la propria decisione come meglio crede. E poi non possiamo dimenticare che, presso di noi, il voto dato contro qualcuno ha tradizione almeno quanto quello espresso a favore di qualcosa.

Peraltro, la politica estera è generalmente considerata il terreno migliore seminato e coltivato da Meloni in tre anni e mezzo di governo. Tuttavia, il rapporto con gli Stati Uniti di Trump porta più grattacapi che dividendi alla premier. L’ostinato atlantismo perseguito dal nostro governo (si veda la retorica impura di attribuire all’invasione russa dell’Ucraina la responsabilità della creazione di un clima favorevole all’aggressione israelo-americana dell’Iran) sarà anche una scelta obbligata, ma costa in termini d’immagine. Washington è appesa all’esasperato privilegio di sé di Gerusalemme e noi seguiamo da buona intendenza. Gli Usa perseguono gli interessi di un altro Paese, noi addirittura di due.

La riforma e l’arrocco della Magistratura

Tornando a noi, cioè al referendum sulla riforma della Magistratura, sin da tre anni fa ci eravamo sentiti di additare come un errore la scelta di trattare separatamente i temi della revisione costituzionale (giurisdizione, forma di governo, autonomie locali). Il motivo è che l’Ordinamento della Repubblica (Parte II della Costituzione) è un insieme e la logica che ne ispira i diversi aspetti dev’essere la medesima. 

In più, isolare la riforma della Magistratura ha finito per offrire a quest’ultima un podio dal quale essa strepita più forte di quanto già non fosse abituata a fare. Teniamo presente che, nell’ambito delle corporazioni, stiamo parlando di una delle più forti se non della più forte in assoluto. Come ogni corporazione, difende gelosamente tutte le prerogative di cui dispone e non esita a paragonarne il mutamento alla lesa maestà, quando non anche alla bestemmia.

Cosa c’è di democratico e repubblicano in tutto questo? Niente, va da sé. La Magistratura è un potere dello Stato e i componenti l’autorità giudiziaria ne costituiscono gli organi: com’è possibile che combattano a viso aperto una battaglia di potere? Dipende dall’evanescenza del senso nazionale: se non c’è un oltre, un di più, qualcosa di più importante del “particulare” di guicciardiniana memoria, allora tutto è autoriferito, il mondo inizia e finisce con sé.
La tentazione demagogica

La riforma separata della Magistratura, passando per l’ordalia referendaria, tenta la presidente del Consiglio nel senso di una campagna in parte demagogica, o se preferite con qualche cedevolezza demagogica, che non può farle onore nonostante le opposizioni coagulate nel fronte del “No” siano sovente pessime quando ricorrono ad argomentazioni tra qualche falsità e il ridicolo.

È così che riassumiamo il tema degli autogol dei due fronti del “Sì” e del “No”, ossia le dichiarazioni sguaiate, iperboliche o assurde provenienti da esponenti di entrambi gli schieramenti. Purtroppo – pur senza attingere le vette al contrario di Nicola Gratteri e Giusi Bartolozzi – anche Meloni talvolta è uscita dal seminato sconfinando nel populismo. Lo ha fatto per mobilitare il proprio elettorato di cui teme la possibile tiepidezza partecipativa, con una diserzione delle urne per leggerezza che si mescolerebbe a quella che volesse essere più significativa (in polemica con il Governo nel merito della consultazione, o per altre questioni politiche). Impugnare singoli casi di cronaca come il delitto di Garlasco, la famiglia del bosco o gli immigrati rimpatriati dai centri in Albania serve a galvanizzare le truppe, ma è anche una caduta di stile figlia del vizio originario della riforma separata.

Riforma e schieramenti  

Nel merito, la riforma separa i due ruoli (le due carriere) in seno alla Magistratura, giudici da una parte e pubblici ministeri dall’altra (passo ulteriore nel senso del processo accusatorio). Introduce il sorteggio (meno temperato per la parte togata) per la composizione dei due Csm risultanti dallo sdoppiamento dell’unico attuale, onde cercare di ridurre l’influenza delle correnti. Esternalizza dai Csm la giustizia disciplinare dei magistrati, conferendola all’istituenda Alta corte dentro la quale la categoria sarà comunque maggioritaria: in pratica, continueranno per lo più a giudicarsi da sé. 

A parere di chi scrive la riforma rappresenta un passo timido ma se non altro nella direzione giusta o, più limitatamente, non in direzione sbagliata. Di tutt’altro parere il fronte del “No”, ovviamente, di cui fanno parte i fautori dell’immobilismo in quanto tale e i devoti del moloc costituzionale, tutta la sinistra per ragioni di colore politico della paternità dell’iniziativa e gli indignati dell’antifascismo fuori tempo massimo in servizio permanente effettivo.

Personalizzazione e partecipazione

In conclusione, non sappiamo se la personalizzazione rileverà o no, per quanto in una certa misura ci sembri fisiologica e inevitabile. Giorgia Meloni, in ogni caso, si sarà ben domandata: senza personalizzazione ci sarà ugualmente mobilitazione, cioè affluenza? Il prossimo lunedì sera lo sapremo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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