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Giorgia Meloni: l’attacco a Romano Prodi e le manovre al “centro”…

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Giorgia Meloni ha chiuso l’annuale festa di Atreju di Fratelli d’Italia con fuochi d’artificio polemici, degni di una leader politica in grande spolvero. Ci sta: in democrazia, le istituzioni sono la posta in gioco di una legittima contesa e, di conseguenza, chi le assume proviene normalmente da una riconoscibile parte politica. Guardiamoci, dunque, da chi dovesse fare finta di scandalizzarsi per la presidente del Consiglio che passa mezza giornata da capo partito, qual è tra l’altro.

Piuttosto, conviene soffermarsi su quello che è sembrato il bersaglio preferito del discorso della premier di domenica scorsa, vale a dire Romano Prodi, un predecessore di Giorgia Meloni a palazzo Chigi e, incidentalmente, l’unico ad avervi portato la sinistra dopo due responsi elettorali favorevoli. Il professore vanta anche un altro record: i suoi due governi (1996-1998 e 2006-2008) sono gli unici ad essersi dimessi a seguito di voti di sfiducia di Camera e Senato, a fronte di decine di crisi di governo extraparlamentari (il colmo per una Repubblica che si vuole disperatamente parlamentare).

Perché Meloni se l’è presa tanto con un grande vecchio, ovviamente a lei avverso? C’entrano anche le manovre al centro, di cui si è parlato nei giorni scorsi per il caso Ruffini? O sarà stato l’effetto Milei, presidente dell’Argentina in visita in Italia e pure lui ospite della kermesse di FdI, ad avere galvanizzato Meloni?

Tregua finita

Anzitutto, ricapitoliamo cos’ha detto Meloni di Prodi. La presidente ha esordito sostenendo di essere stata bersaglio per giorni di quelli che ha definito «gli improperi isterici» dell’ex presidente, aggiungendo di averne tratto motivo per brindare e non per angustiarsi. «Ogni patriota dev’essere fiero di avere gli improperi di Romano Prodi», ha aggiunto, prima di enumerare tre casi (cosiddetta svendita dell’Iri, modo in cui l’Italia è entrata nell’Euro, ammissione della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio) che avrebbero dimostrato come l’ex presidente «di obbedienza s’intenda parecchio». Ha concluso la polemica a distanza col professore affermando che, propria sulla scorta del suo esempio (evidentemente negativo, agli occhi della leader di FdI), lei e i suoi hanno fatto e fanno scelte diametralmente opposte.

Il riferimento all’obbedienza dipende dal contenuto di una critica piuttosto dura rivolta da Prodi a Meloni, circa il fatto che i riconoscimenti ricevuti anche recentemente dalla premier dall’establishment internazionale dipenderebbero dalla sua attitudine all’obbedienza a Trump e Musk. Bisogna dire che l’ex presidente del Consiglio era stato l’anno scorso leggermente più benevolo con l’attuale inquilina di palazzo Chigi, sia pure nell’ambito di considerazioni severe sulla sua compagine di ministri e sulle divisioni in seno alla maggioranza.

Meloni al bivio?

Sulle pagine del Corriere della Sera di ieri, Fabrizio Roncone dava fiato alle trombe sul presunto rinnovato attivismo “centrista” di Prodi, il cui tono notoriamente soporifero veniva trasfigurato dal giornalista in una sobria «bellissima voce soffiata». Roncone ha fatto lo stesso meglio di Aldo Cazzullo, che mesi fa sulla medesima testata ha scritto che il professore non ha mai guardato in vita sua una donna diversa da sua moglie Flavia (mancata a giugno 2023). Tutto questo per dire che i media nazionali probabilmente apprezzeranno l’obbedienza anche di Prodi, o qualche altra sua qualità.

Più interessante, sempre sul Corsera, il fondo di Antonio Polito «Le due strade della premier». Il bivio prospettato a Meloni è: attendere o agire. Aspettare l’evolvere delle circostanze esterne continentali (le elezioni tedesche) ed americane (i dazi sulle importazioni dalla vecchia Europa e un certo appeasement con Putin), oppure darsi da fare subito (spingere per il debito comune Ue indirizzato alla difesa ed opporsi al declino industriale nazionale).

L’iniziativa, forte del rispetto guadagnato ricalcando le politiche di Draghi (atlantismo tetragono e conti non scassati), avrebbe il pregio sul versante interno di liberare risorse per sanità ed istruzione, poste di bilancio che stanno a cuore a chi pensa al futuro anche prossimo. Sì, perché (conclude Polito) la presidente del Consiglio può ambire a succedere a se stessa nella legislatura che verrà, sicché per lei mettere mano ai nodi irrisolti nazionali sarebbe un modo di procedere non solo da statista, ma anche minimamente interessato.

Secondo noi…

Se volete la nostra opinione, Giorgia Meloni potrebbe talvolta scegliere il fioretto per replicare ai suoi avversari, anziché la sciabola. Parliamo dei toni, perché sappiamo che il merito delle questioni è normalmente divisivo. E, d’altra parte, la presidente stessa dovrebbe sapere che la sua voce concitata sulle principali testate non diventa bellissima, bensì casomai quella di una ragazza di borgata che ce l’ha fatta.

Per il resto, fossimo nella leader di Fratelli d’Italia, avremmo già investito di più sulle riforme istituzionali. La Seconda parte della Costituzione è da riformare nel suo insieme, non separatamente. E il plebiscito popolare sul suo cambiamento non va né temuto, né semplicemente accettato con rassegnazione, ma additato come condizione necessaria (anche se non sufficiente) per fare cambiare marcia al Paese. Se non saranno le italiane e gli italiani a voler cambiare, la Repubblica Italiana continuerà a comportarsi di conseguenza.

Manovre al «centro»

Una parola, infine, sulle manovre al «centro». A parte lo spettacolo francamente poco confortante messo in scena da Ernesto Maria Ruffini (il direttore dell’Agenzia delle Entrate che, immaginato come possibile federatore moderato a fianco del Pd, dopo la fuga di notizie sulle sue prossime mosse sbatte la porta, accusando il Governo di sabotare la lotta all’evasione fiscale), il «centro» non sarebbe utile se non a chi dovesse farne parte.

Ormai è chiaro a tutti che si tratterebbe solo della ridotta del trasformismo e dell’estrema sollecitazione del meridionalismo deteriore, cioè quello assistenzialista. In più, come abbiamo già raccontato, l’anima storica del centro italiano – quella cattolica – è sostanzialmente evaporata come tale dalla scena. Certo, se dovessimo raffrontare la vecchia Dc con un capo di Stato come l’argentino Javier Milei che dice che le tasse sono una truffa, dovremmo per forza rimpiangerla. Milei, però, fortunatamente è stato solo ospite di Atreju e, turbo-liberista com’è, col turbo è ripartito. Buon viaggio.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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