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Cattolici e politica: anatomia di un matrimonio in crisi profonda

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Cattolici e politica in Italia: è soltanto un capitolo della nostra storia, o può costituire una prospettiva anche in futuro? Il minimo che si possa dire è che si tratta di una questione sparita dal dibattito. Se si eccettuano i rosari sventolati da Matteo Salvini in qualche comizio. Sia gli addetti ai lavori, sia l’episcopato, sia la gente non se ne curano granché da un pezzo: pubblicamente, almeno. Eppure, non è passato in assoluto molto tempo dall’ultima stagione calda su questo fronte.

Stiamo parlando di quando il tramonto della presidenza Cei del cardinale Camillo Ruini (campione dei “valori non negoziabili”) fu segnato dalla polemica con l’Unione di Romano Prodi sui Di. Co. (diritti dei conviventi) e le unioni di fatto. Tuttavia, relativamente parlando, il decennio trascorso fa sembrare quei fatti come appartenenti a un’altra era geologica. Cominciamo, allora, facendo un po’ di storia. Diversamente, senza conoscerne le radici, non sapremo come accudire la pianta.

Sudditi del Papa, poi cittadini dell’Italia

La genesi della questione, infatti, ha segnato e condiziona ancora il suo sviluppo. La più remota ipoteca sul rapporto tra cattolici e politica in Italia risale a quando quest’ultima era solo un’espressione geografica. È stato, invero, lo stabilimento della sede del Papato a Roma, nei primi secoli dell’era cristiana, a condizionare tutto. La circostanza per cui il vescovo capitolino si è imposto come capo della Chiesa universale ha reso l’esperienza cattolica dello Stivale un “unicum”.

Molti secoli dopo, la coincidenza del compimento dell’unità d’Italia con la dissoluzione del potere temporale della Chiesa (1870) ha compiuto l’opera. E, paradossalmente, ha acuito la differenza tra la condizione dei cattolici italiani e quella degli europei e del resto del mondo. Questa specialità consisteva nel fatto che, in Italia, l’appartenenza cattolica ha costituito un freno, anziché uno sprone, all’affermazione di un’identità e di valori propriamente nazionali. E questo è dipeso principalmente dalla coesistenza fisica con la Santa Sede. Essere sudditi del Papa nella fede implicava, in Italia, un trascinamento sul sociale e sul politico. E rendeva, in pratica, i cattolici quasi stranieri in casa propria.

Dal Partito popolare alla Democrazia cristiana

La perdita del potere temporale, dopo mezzo secolo di volontaria auto-clausura dei Papi nei palazzi vaticani, ha cambiato la situazione. Tuttavia, ancora una volta in un senso non favorevole alla causa nazionale italiana. Ci fu un primo impatto con l’ingresso delle masse in politica, attutito da Giolitti grazie al celebre patto Gentiloni (1913) in funzione di contenimento dei socialisti. Poi, nel 1919, nacque il movimento unico dei cattolici. Il Partito popolare, fondato da don Luigi Sturzo, sarebbe diventato, dopo la persecuzione e la clandestinità fasciste, la Democrazia cristiana. Dal 1948 al 1994, complici le circostanze internazionali, la “Balena bianca” avrebbe governato ininterrottamente l’Italia come partito di maggioranza relativa. Esprimendo sempre (salvo quattro volte) il Presidente del Consiglio e sovente i ministri più importanti.

Cattolici e Dc

Ma la Democrazia cristiana era stata concepita e inizialmente attuata come cinghia di trasmissione sociale delle direttive impartite dalla Chiesa. Ancora una volta, nel caso italiano, si è riscontrata una peculiarità non positiva: una minorità dei cattolici impegnati in politica nei confronti dei vescovi, senza riscontri altrove. Col tempo, questa etero-direzione ha condotto i cattolici come tali a una strisciante de-responsabilizzazione. E ha propiziato lo sgretolamento dei valori cristiani nel cuore della nostra società. La legislazione abortista del 1978 ha fatto svanire l’illusione che bastasse un partito cattolico al centro del sistema per costruire un paese cristianamente esemplare.

Il Papa polacco e il cardinale Ruini

Il secondo conclave del 1978, che elesse san Giovanni Paolo II, ha segnato una svolta. Perché, per la prima volta dopo più di quattro secoli e da allora in poi stabilmente, l’Italia non ha più espresso il Papa. Nondimeno, vuoi per la sua personalità, vuoi per la necessità di radicarsi nella realtà italiana, Papa Wojtyla ha seguito ancora con intensa partecipazione le vicende nazionali. Prima attraverso il Segretario di Stato cardinale Agostino Casaroli e poi grazie al cardinale Ruini, che mise a capo della Cei.

Di fronte alla fine della Dc e alla faticosa (e incompiuta) transizione italiana, il “dottor sottile” dei vescovi ha interpretato con equilibrio il proprio ruolo. Ma la saldatura della sinistra con le cause del libertarismo radicale ha scavato un fossato abbastanza profondo tra la Chiesa italiana e lo schieramento progressista.

La formazione delle coscienze

Il resto è cronaca di oggi. Con Papa Francesco che, venendo dalla fine del mondo, ha altro da pensare che non la politica italiana. E con il cardinale Gualtiero Bassetti che, sollevato dalla partenza dalla Cei del vulcanico monsignor Nunzio Galantino, può concentrarsi a rintuzzare gli eccessi del rigorismo leghista sull’immigrazione.

Ormai è chiaro come non sia più il tempo di partiti cattolici. I quali, peraltro, correrebbero il rischio di essere le trincee del trasformismo. È sulla persona che occorre puntare, poiché soltanto la persona è munita della coscienza. La sfida, dunque, è l’emergenza educativa: anche questo, al cardinale Ruini non era sfuggito.

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