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Libia: Macron ed Erdogan ai ferri corti, e l’Italia dov’è?

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Libia, Macron ed Erdoğan ai ferri corti: che partita stanno giocando Francia e Turchia? D’accordo che i nostri cugini d’oltralpe sono tradizionalmente implicati negli affari africani a causa del loro importante passato coloniale. Dello smaltimento delle ultime scorie significative, quelle algerine, si era però già fatto carico quasi 60 anni fa il generale de Gaulle.

Per una volta, suo malgrado ed ovviamente forzata dalle circostanze, Parigi s’intesta oggi una partita in chiave non solo nazionale. E lo fa, almeno dichiaratamente, addirittura a nome della Nato: proprio quel Patto atlantico dal cui comando integrato sotto l’egida statunitense lo stesso de Gaulle ritirò la Francia nel 1966.

La partita della guerra civile libica coinvolge molti interessi, soprattutto europei e così anche francesi e italiani. Vediamo anzitutto, allora, perché Macron polemizza duramente con Erdoğan. E poi perché anche noi dobbiamo tenere gli occhi ben aperti, non smarrendo credibilità in un territorio che conosciamo più di altri.

Il ginepraio libico 

Dopo la cacciata e l’esecuzione di Gheddafi (2011), volute da Stati Uniti e Francia e subite dal nostro Paese, la Libia non ha avuto pace. Non era difficile da prevedere per una realtà statuale per lo più fittizia ed in realtà tribale. Una volta saltato il tappo, il liquido infiammabile è fuoriuscito sospinto da una grande pressione.

Da questi avvenimenti e passando attraverso il radicamento e poi lo sradicamento dell’Isis dal territorio libico, è sortita la situazione attuale. Essa vede il Paese sostanzialmente diviso in due. Ad ovest, in Tripolitania, il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fāyez al-Sarrāj. Ad est, in Cirenaica, il Parlamento di Tobruk e l’Esercito nazionale libico (Lna) col loro uomo forte, il generale Khalīfa Ḥaftar.

In mezzo la mezzaluna petrolifera, serbatoio energetico nazionale che fa gola a tutti in patria e all’estero. Il Gna è riconosciuto internazionalmente dall’Onu come legittimo governo libico. Ma la guerra aperta che Tobruk gli fa, ne mina l’autorità e la capacità di presa effettiva sul Paese. La leadership di al-Sarrāj sembra comunque consolidarsi, mentre quella di Ḥaftar si sta logorando nell’impossibilità di piegare Tripoli.

La guerra per procura

Dietro i due schieramenti libici, però, ci sono le potenze estere che si combattono per procura. Tobruk conta su Egitto, Russia, Emirati Arabi e (più o meno ufficiosamente) Francia. Tripoli risponde con Turchia e Qatar. Ed è stato proprio l’interventismo neo-ottomano di Erdoğan in sostegno di al-Sarrāj a riequilibrare e quasi ribaltare le sorti del confronto, che sembravano segnate a favore di Ḥaftar.

Il nodo di Sirte

Il recupero sul terreno del Gna ha di mira ora la città di Sirte, conquistata da Ḥaftar all’inizio dell’anno a spese delle milizie di Misurata. Ma l’Egitto di al-Sīsī considera la città natale di Gheddafi come una linea rossa che Tripoli non deve superare, pena una reazione in ipotesi anche militare. Infatti, essendoci l’islamista Erdoğan dietro al-Sarrāj, il rais del Cairo non vuole ritrovarsi ai confini la Fratellanza Musulmana contro la quale l’esercito lo ha insediato al potere nel 2013, deponendo il suo predecessore Morsi.

Le velleità di Macron 

La Francia, che voleva scalzarci come partner privilegiato libico, ha puntato su Ḥaftar, ma l’intervento turco e russo le ha scombinato i piani. Mentre però con la Russia di Putin c’è poco da fare (soprattutto se la ritrosia ad impegnarsi di Trump e degli Usa non dovesse cambiare), con Ankara Macron prova ad alzare la voce. Additando come sconcertante la coesistenza nella Nato dei Paesi europei – tutti a parole favorevoli ad una soluzione negoziata e non militare – e della Turchia, che invece mette armi e milizie sul terreno a favore del Gna.

L’attesa di Trump

Ma anche per contrastare Erdoğan l’Eliseo ha bisogno di ben più di una mano da parte di Washington. E difficilmente Trump sarà disposto a dargliela, almeno finché non avrà passato l’ordalia delle presidenziali nel prossimo novembre. Nel frattempo il sultano non sta con le mani in mano e continua a ricattare l’Europa, Francia compresa, con la minaccia migratoria. E si permette di andare quasi allo scontro navale con Parigi, impegnata a far rispettare l’embargo europeo alle armi in Libia.

L’incidente sfiorato lo scorso 10 giugno tra 3 fregate turche e la francese Courbet in occasione del passaggio della nave cargo Cirkin, carica di armi per i mercenari siriani assoldati in Libia dai turchi, ha fatto gridare Macron allo stato comatoso dell’Alleanza atlantica. Per ora, però, il presidente francese deve ingoiare i rospi turchi e limitarsi a rimarcarlo nervosamente.

Bruxelles inerme

Russia e Turchia, approfittando dell’apatia internazionale statunitense, puntano a replicare in Libia quanto stanno facendo in Siria, cioè una spartizione. Sullo sfondo si staglia l’eterno conflitto endo-arabo tra islamismo e tentativi di laicizzazione dei regimi. L’Unione europea continua ad essere inerme, sprovvista non solo di una (impossibile?) politica estera e di difesa comune, ma anche di sostanziali convergenze tra i suoi membri. Mentre l’accensione di continui focolai di guerra nel Medio Oriente alimenta la minaccia terroristica su scala globale, con bersaglio grosso l’Occidente. È poi evidente che un sistema come quello della Nato va ripensato, in un contesto completamente cambiato rispetto a quello del tempo in cui venne concepito.

Libia: i rischi per l’Italia 

Il nostro Paese, alle prese con l’uragano pandemico Covid-19, l’economia disastrata e la “malferma salute di ferro” del governo Conte, galleggia. È quello che ci riesce meglio, pare, per unanime ammissione. Ma il mondo va avanti ed i suoi equilibri si spostano sempre più lontano da noi. Gli Stati Uniti ne costituiscono sempre meno il baricentro e questo per l’Italia, che ha fatto dell’atlantismo il suo faro, è un problema serio. L’obiettivo minimo, in Libia, è scongiurare una balcanizzazione, perché va da sé che ove vi si addivenisse a noi toccherebbero le briciole. Sul terreno abbiamo ottime conoscenze e rilevanti interessi energetici con l’Eni. Bisogna riconoscere, però, che limitarci a parlare di negoziati mentre gli altri fanno comunque la guerra ci relega ai margini delle decisioni che contano.

 

 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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