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Papa Francesco e la partita con Pechino: si complica l’avvicinamento alla Cina

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Papa Francesco vede complicarsi la partita cinese. Cinque anni fa, nel 2018, la Santa Sede e la Repubblica Popolare avevano annunciato la conclusione di un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi. L’intesa, di durata biennale, è già stata rinnovata due volte, ma il suo contenuto dettagliato è rimasto segreto. Ne avevamo dato conto allora, precisando come si ritenesse che la procedura concordata potesse essere tale da lasciare a Roma l’ultima parola sulla designazione dei capi delle comunità cattoliche locali. In realtà, la segretezza poteva anche essere funzionale a non fare apparire una sconfitta per la parte vaticana eventuali soluzioni diverse.

Intesa calpestata?

A novembre 2022 e lo scorso aprile, si sono verificati due casi eclatanti, nella loro difformità rispetto allo spirito dichiarato dell’intesa. In primavera, il governo di Pechino ha trasferito motu proprio monsignor Shen Bin dalla diocesi di Haimen a quella di Shanghai, mettendo il Pontefice di fronte al fatto compiuto. Papa Francesco ha ratificato questa nomina solo due settimane fa. Peggio era andata nell’autunno dell’anno passato, quando gli Affari di culto della Città proibita avevano installato come vescovo ausiliare dello Jiangxi monsignor Peng Weizhao, rimuovendolo dalla sede di Yujiang. Tra l’altro, lo Jiangxi è una circoscrizione ecclesiastica non riconosciuta dalla Santa Sede. Anche l’anno scorso Roma aveva abbozzato, pur emettendo una nota di protesta, in cui faceva allusione a «lunghe e pesanti pressioni delle autorità (civili) locali». Gli esperti di cose vaticane vi avevano letto, unitamente al ribadire la disponibilità papale a proseguire nello spirito del dialogo rispettoso tra le parti, un tentativo di sminuire la gravità dell’accaduto.

Indipendenza della religione 

La questione della nomina dei vescovi è dirimente, dal punto di vista del Papato, per assicurare la cattolicità (cioè, l’universalità) e l’indipendenza della Chiesa. La storia europea, vale a dire del mondo occidentale, è stata fatta, per una parte significativa, dal confronto tra potere civile e autorità ecclesiastica, in ordine alle reciproche investiture. La cesura della Rivoluzione francese, al netto di qualche colpo di coda nazionalista e confessionale, ha finito per separare i due mondi, facendo chiarezza.

È noto, d’altra parte, come in Oriente (sia cristiano, sia non cristiano) la commistione tra politica e religione sia tuttora e variamente all’ordine del giorno. Nel caso della Cina comunista, poi, vengono a concorrere l’atavica riluttanza del Celeste impero verso qualsiasi intrusione esterna, sospettata di colonizzazione culturale e l’intolleranza ideologica per il fenomeno religioso. Il regime di Xi Jinping, dalla recentemente accentuata natura personalistica, persegue senza esitazioni il proposito di sinizzazione di tutte le confessioni religiose. È evidente come gli strappi all’accordo sino-vaticano del 2018, in occasione delle nomine unilateralmente decise nello Jiangxi e a Shanghai, portino acqua, oltreché al regime comunista, agli accesi critici cattolici del tentativo papale di avvicinamento al gigante asiatico.

Da Zuppi a Parolin

La guerra russo-ucraina conduce nuovamente le strade pontificie e cinesi ad incrociarsi. Anche se non ancora ufficialmente annunciata, è data per imminente una missione pechinese del cardinale Matteo Zuppi, inviato speciale del Papa per il conflitto nell’est Europa. La conferma informale della prossima tappa del porporato sarebbe venuta dal capo della diplomazia vaticana in persona, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, in una conversazione a microfoni spenti con fonti di stampa accreditate presso la Santa Sede.

Una posizione, quella di Parolin, se possibile più scomoda di quella già difficile, propria di ogni inquilino del secondo piano del Palazzo apostolico. Infatti, la tendenza di Francesco a servirsi di prelati di sua fiducia, parallelamente alle feluche vaticane, non sembra diminuita nemmeno con la sostituzione sollecita del segretario di Stato ereditato da Benedetto XVI, il cardinale Tarcisio Bertone. Se a questo aggiungiamo che la scelta di sua eminenza Zuppi, notoriamente legato alla Comunità di Sant’Egidio, accredita ulteriormente la buona disposizione vaticana verso Pechino, ecco che la trasformazione di Parolin in un novello san Sebastiano, trafitto dalle polemiche a destra e a sinistra, è servita. Il destino dei collaboratori, del resto, è anche quello di fungere da parafulmini.

Un rischio calcolato?

Ufficiosamente, la missione di Zuppi (che ha già visitato Kiev, Mosca e Washington) dovrebbe essere finalizzata a facilitare ulteriori scambi di prigionieri tra Ucraina e Russia. Oltre, naturalmente, alla soluzione della penosa questione dei minori, trasferiti coattivamente dal Donbass in Russia per ordine di Mosca. La tappa cinese conferma la determinazione della Santa Sede ad un approccio multipolare alle crisi internazionali, di cui è obiettivamente difficile sminuire la portata realistica.

È chiaro, però, che la visita di un membro del collegio cardinalizio nella capitale cinese, mentre le relazioni sino-ecclesiali attraversano i travagli che dicevamo poc’anzi, getta benzina sul fuoco, perché viene additata dai critici della realpolitik di Francesco come un ulteriore e immeritato accreditamento papale della Cina. Senza dimenticare che, come pure scrivevamo 5 anni fa, continuano a non sussistere relazioni diplomatiche ufficiali tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese. Dal 1951, infatti, il Papato, dopo la cacciata del nunzio da Pechino ad opera di Mao, accredita il proprio rappresentante a Taiwan. Sicché, il dialogo tra Papa e Cina potrebbe mettere in discussione il riconoscimento vaticano dell’antica Formosa, proprio quando le spire cinesi sembrano sempre più protese ad annullarne l’autonomia? Per Papa Francesco, obbedire all’imperativo di aiutare la ricerca della pace vale scontate polemiche e rischi obiettivi.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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