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Taiwan sempre più nel mirino, tra le ambiguità dell’Occidente e le mosse della Cina

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Taiwan: lo skyline di Taipei, la capitale dell'isola

Taiwan: la provocazione alla Cina continua. Dopo lo sbarco della speaker uscente della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi il 3 agosto scorso, ecco che una nuova delegazione guidata dal senatore democratico Ed Markey ieri ha smosso ancora le acque dell’Estremo Oriente. Viaggi-lampo nella capitale Taipei che fanno risaltare l’ambiguità della strategia statunitense riguardo alla vecchia Formosa. O magari, che potrebbero servire a ridurla.

La politica, si sa, è fatta anche di compromessi. Quando, invece, si riduce ad essi, si può dire abbia evaso il proprio compito di decidere. Se, però, la prospettiva di una più risoluta determinazione dovesse essere la guerra, allora il temporeggiamento si farebbe comunque preferire. La scommessa americana è che neanche la celebrazione del XX Congresso del Partito comunista cinese, in programma a partire dal prossimo 18 ottobre, possa indurre Xi Jinping a forzare la mano.

I muscoli del dragone

I dieci giorni che ci lasciamo alle spalle sono stati caratterizzati dall’imponente reazione militare della Cina alla mossa dell’esponente politico statunitense. Esercitazioni militari spettacolari, ma anche pericolose. Le operazioni, infatti, non si sono limitate a far volare sul territorio isolano dei missili, poi finiti nella zona economica esclusiva del Giappone. I jet e la marina militare di Xi hanno oltrepassato la linea mediana tra Cina e Taiwan, spingendosi molto più in là rispetto alla volta precedente in cui più le si erano avvicinati, nel 1996. In numerosi punti, anzi, hanno varcato il limite delle acque territoriali, violando le convenzioni internazionali. Dal punto di vista delle previsioni militari, l’ipotesi di uno scontro armato, causa invasione cinese, resta nondimeno abbastanza improbabile. 

La strategia del porcospino

La strategia taiwanese, comunque, non cambia. È quella detta “del porcospino”: in caso di sbarco, chiudersi a riccio, costringendo l’invasore ad avanzare lentamente, in attesa dell’intervento adesivo americano. I 18 miliardi di dollari di forniture militari assicurate dalla scorsa amministrazione Trump, unitamente al sostegno costante assicurato da Washington almeno a partire dal 1979, corroborano la credibilità delle capacità di difesa dell’isola. Fino al 2047, la competitività militare della Cina con gli Usa dovrebbe essere esclusa. E immaginare uno scontro aperto equivarrebbe davvero ad uno scenario da terza guerra mondiale.

Ambiguità americana

Per ora, il presidente americano Biden si è spinto in avanti soprattutto a parole. Ha, infatti, assicurato a tre riprese che, in caso di aggressione cinese, gli Usa interverrebbero direttamente nel conflitto. Più concreta, comunque, appare la prospettiva dell’approvazione al Congresso di Washington del Taiwan Policy Act, progetto di legge bipartisan tendente al superamento dell’ambiguità strategica statunitense (una sola Cina o due?). Una volta adottato, comporterebbe la normalizzazione dei rapporti diplomatici con l’isola e la sua designazione come principale alleato Usa al di fuori della Nato.

Un Paese, due sistemi

Chi conosce bene Pechino, però, teme soprattutto una “normalizzazione” della posizione di Taiwan. Vale a dire, qualcosa di simile alla sorte che sta toccando a Hong Kong. L’impressione è radicata dalla lettura del libro bianco intitolato “La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era”, pubblicato il 10 agosto scorso. Il documento presenta significative differenze rispetto ai due analoghi precedenti, datati 1993 e 2000.

La più vistosa è la mancata esclusione dell’ipotesi di invio di truppe e personale amministrativo, dopo l’auspicata “riunificazione”. Si parla sempre della preferenza per una soluzione pacifica della controversia; ma viene ribadito che il regime della Città Proibita non avrà tolleranza per le attività separatiste, contro le quali esso si dichiara pronto ad adottare tutte le misure necessarie. 

La stella polare della Cina si conferma la massima «Un Paese, due sistemi», sempre applicata alle ex colonie britanniche e portoghesi di Hong Kong e Macao. Il principio, la cui paternità risale al vecchio leader riformista Deng Xiaoping, viene decisamente respinto da Taiwan. Questo, sia perché l’isola non è mai appartenuta alla Cina comunista, sia soprattutto perché il precedente del trattamento riservato a Hong Kong confermerebbe l’inaffidabilità degli impegni assunti da Pechino.

Nazionalisti e comunisti 

Un sorprendente aiuto alle aspirazioni cinesi di annessione, paradossale storicamente parlando, potrebbe venire proprio dagli eredi dei nazionalisti della madrepatria. Cioè, dagli epigoni del Kuomintang del generalissimo Chiang Kai-shek, leader dei nazionalisti cinesi sconfitto da Mao Tse-tung nel 1949; quando quest’ultimo fondò l’attuale Repubblica Popolare, mentre il maresciallo ripiegò sulla Repubblica di Cina a Taiwan. La logica, per quanto, lo ripetiamo, paradossale sul piano storico, è quella secondo cui “Chi si somiglia si piglia”. 

Il principio “Una sola Cina”, infatti, è condiviso – sia pure su basi ideologiche opposte – tanto dal regime comunista di Pechino, quanto dai nazionalisti taiwanesi. Questi ultimi, da un trentennio a questa parte, hanno acceduto alle pretese unioniste pechinesi, fingendo di ignorare che esse si realizzerebbero, ovviamente, su basi comuniste e non nazionaliste.

In fin dei conti, però, il nazionalismo comunista non è certo da meno (anzi, semmai il contrario) di quello esercitabile dagli sparuti cinesi patriottici di Taiwan. Xi Jinping, insomma, sta incoraggiando i nazionalisti dell’isola, sperando che possano sostituire i progressisti filo-statunitensi dell’attuale presidente Tsai Ing-wen, accanita sostenitrice della teoria dei “due Stati”. E, così, favorire dall’interno la sospirata unificazione di tutti i cinesi.

Ddos e fake news

Nell’attesa di una scongiurabile resa dei conti militare sino-americana, il regime di Xi Jinping attua la progressiva normalizzazione taiwanese attraverso forme ibride di pressione e condizionamento. Parte essenziale di questa strategia è rappresentata dagli attacchi informatici Ddos (sovraccarichi esponenziali dei sistemi) e dalle campagne di fake news, atte a screditare i Paesi avversari. A destare crescente preoccupazione è l’aumento della capacità offensiva dei primi e di quella dissimulatrice delle seconde. 

E l’Europa?

Per finire, parlando dell’Unione europea, diciamo che non può certo permettersi di disinteressarsi al teatro del Pacifico. È nota, infatti, la dipendenza da Taiwan anche del vecchio continente, per quanto riguarda i semiconduttori, che sono componenti essenziali per la produzione di un gran numero di beni-chiave delle nostre economie. Stiamo parlando di automobili, smartphone, computer ed elettrodomestici.

A febbraio scorso, la Commissione di Bruxelles ha presentato l’European Chips Act, che prevede lo stanziamento di 43 miliardi di euro, onde aumentare la produzione interna di microchip. L’ambiguità strategica, che si rimprovera agli Usa, è un’accusa che si potrebbe rivolgere anche all’Europa. Infatti, come faremo a tutelare l’indipendenza di Taiwan, senza irritare la gigantesca Cina, che vorrebbe assorbirla?

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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