Opinioni

Papa Francesco, la cacciata del cardinale Becciu e i rischi della rivoluzione permanente

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Papa Francesco e, nel riquadro, Angelo Becciu

Papa Francesco destituisce su due piedi il cardinale Angelo Becciu e il Vaticano torna in preda all’auto-scandalo. Come per i casi di pedofilia clericale, proprio gli uomini di Chiesa – ammoniti dal Vangelo sull’inevitabilità degli scandali e (implicitamente) sull’imperativo di contenerne la diffusione – si rendono responsabili della loro massima e quasi compiaciuta amplificazione.

Anche se purtroppo non è facile, né popolare, dobbiamo invitare a guardare la luna anziché il dito. E dire che la luna non è la pur deprecabile abitudine degli ecclesiastici agli atteggiamenti paternalistici nella gestione del denaro, ovvero al familismo collaterale (fratelli e nipoti). Per carità: se sono stati commessi degli illeciti, è giusto reprimerli e riparare al malfatto. Ma se, come sembra emergere dal detestabile polverone sollevato una sera d’inizio autunno durante un’udienza curiale di routine, si disquisisce più che altro di inopportunità, è il caso di fermarsi un momento a riflettere.

A chi giova una conduzione del governo centrale della Chiesa di questo tipo? Alla Chiesa, cioè a milioni e milioni di fedeli cristiani, no senz’altro. Anche perché non è cambiato solo il costume dei Papi, ma anche quello degli altri componenti della gerarchia. Sicché Becciu, benché nell’immediatezza avesse detto che avrebbe fatto meglio a tacere, ha resistito una nottata. La macchina del fango funziona ora a pieno regime e l’hanno accesa gli stessi che ne vengono macchiati. E allora, sia pure con sincera pena, proviamo a soffermarci su quest’insopportabile vocazione a farsi del male.

Un colloquio finito male

Cominciamo, come sempre, dai fatti e anzitutto dallo shock di giovedì scorso. Quando, in un orario del tutto inconsueto per le comunicazioni della Sala stampa della Santa Sede, quello di prima serata, le agenzie battono un flash. Al termine di un’udienza di routine, il Papa ha accettato le dimissioni dalla prefettura della Congregazione delle Cause dei Santi e dai diritti inerenti il cardinalato presentate da Sua eminenza Angelo Becciu. Un bagliore nell’oscurità incipiente.

Chi conosce la biografia del porporato fa subito due conti. 72 anni (quindi, non vicinissimo ai 75 e lontano dagli 80), in buona salute: si tratta quasi certamente di una rimozione. Anche perché la “rinuncia” si estende alle prerogative cardinalizie. A rigore di comunicazione ufficiale, Becciu avrebbe perso i diritti ma non i doveri inerenti la porpora. Perde l’elettorato papale attivo ben prima di essere ottuagenario; il mantenimento a carico della Santa Sede (ma sembra gli abbiano lasciato l’appartamento entro le mura leonine); la qualità di collaboratore del Pontefice. E perde altresì il privilegio di poter essere giudicato solo da quest’ultimo. In compenso, per così dire, mantiene – cioè, avrebbe dovuto mantenere – il dovere del silenzio. Si sapeva però che, specie al giorno d’oggi, si trattava di una pia pretesa.

Infatti, il giorno dopo, Angelo Becciu ha convocato i giornalisti. Ha spiegato qualcosa, si è difeso a tutto campo, ha evitato (poco saggiamente) di riconoscere l’inopportunità di certi suoi comportamenti, ha raccontato che il Papa era mortificato nel licenziarlo. E ha concluso, riguardo al Pontefice: spero non si sia fatto manipolare. Non c’è che dire: una confortante pagina di vita ecclesiale.

Dalle inopportunità ai sospetti

Qualche parola sulle contestazioni che sarebbero state mosse ad Angelo Becciu. Per fatti, sia chiaro, risalenti al tempo in cui egli era ancora Sostituto della Segreteria di Stato (nominato nel 2011 da Benedetto XVI e confermato da Papa Francesco). Aver fatto avere alla Caritas della diocesi di Ozieri, nella natia Sardegna, 100mila euro di fondi a disposizione del Sostituto, sapendo che la cooperativa Spes diretta dal fratello Antonino ne costituiva il braccio operativo. Aver raccomandato alla Cei e all’Obolo di san Pietro (carità del Papa per i poveri) altri 2 finanziamenti da 300mila euro ciascuno sempre a beneficio della cooperativa Spes. E aver fatto eseguire lavori di falegnameria sugli infissi della nunziatura in Angola (retta da monsignor Becciu prima di guidare la Segreteria di Stato) alla ditta artigianale di un altro suo fratello, Francesco. Fin qui, ciò di cui si discute più o meno apertamente.

Poi c’è il non detto, riguardante sempre la gestione amministrativa della Segreteria papale. La controversa speculazione sul palazzo di Londra in Sloane Avenue. I rapporti col finanziere Enrico Crasso e la facoltà che gli sarebbe stata data di investire risorse della Santa Sede anche in paradisi fiscali di mezzo mondo. La possibilità che il Vaticano venga inserito nella “black” anziché nella “white list” dei Paesi virtuosi per gli standard finanziari internazionali dagli ispettori del comitato Moneyval del Consiglio d’Europa, in visita per 2 settimane nei sacri palazzi dal prossimo 30 settembre.

Rinnovamento permanente e rivoluzione-lampo

Quando si è detto che mettere sotto la lente l’approccio paternalistico alla gestione finanziaria e le tendenze familistiche dell’alto clero farebbe perdere di vista l’essenziale, non si voleva affatto sminuire la dannosità di queste abitudini. Purtroppo, esse sono abbastanza radicate (specie la seconda) e insidiano la credibilità della predicazione e dell’opera generosa di tanti chierici, consacrati e laici.

Il problema è stabilire se a questa situazione rechi giovamento la strategia di lavare i panni sporchi in piazza. Cioè, la scelta di Papa Francesco e della Curia romana di consegnarsi senza riserve alla logica e alle pratiche della comunicazione di massa. Quest’ultima vive (non esclusivamente, ma ampiamente) di notizie sparate, esagerate, “bomba” come si dice. Insomma, per farla breve: di scandali, in ottica ecclesiale ed evangelica. Allora è evidente che, ad esempio, limitarsi a non confermare oltre il quinquennio in corso l’incarico di Becciu e accettarne immediatamente le dimissioni al compimento dei 75 anni, non bastava. Ci voleva la sceneggiata, non si poteva evitare la drammatizzazione.

Una cosa, dunque, è certa: Papa Francesco ha voluto che questo caso deflagrasse come tale. Il fatto è che se ne ritrova protagonista un suo altissimo collaboratore, invero inizialmente ereditato dal predecessore, ma da lui confermato e promosso cardinale e capo dicastero. Il Pontefice regna da più di 7 anni: ammesso che si fosse dato un programma rivoluzionario, c’è il rischio che la rivoluzione diventi permanente. Mentre, però, il rinnovamento è la condizione normale della vita della Chiesa, la rivoluzione è uno stato eccitato che, fuori dalla transitorietà, nuoce anziché giovare. Un sano riformismo fa un passo alla volta. Il primo, apparentemente il più semplice, è spegnere la macchina del fango puntata su se stessi.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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