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Il caso Santa Sofia e l’imbarazzo di Papa Francesco

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Papa Francesco in contrasto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan per la sorte di Santa Sofia ad Istanbul. Una polemica, sia pure appena accennata, con un interlocutore islamico di primo piano che dà sostanza a quel mondo multipolare, cui il Pontefice è dichiaratamente affezionato.

La realtà, però, è un prisma; per comprenderla, bisogna considerarne tutte le facce e le ancor più numerose sfaccettature. Cominciamo dal modo con cui il Papa ha reagito alla riconversione musulmana di Santa Sofia. Vedremo poi cosa rappresenta storicamente questo monumento, il cui eclettismo stilistico suggerisce il travaglio delle vicende religiose e politiche che ha attraversato. Tenteremo infine un’analisi delle trame anche ecclesiali, oltreché politiche, che l’iniziativa di Erdoğan complica notevolmente.

Le parole di Francesco

All’ultimo Angelus domenicale, Papa Francesco ha interrotto il suo intervento scritto per una nota a braccio su Santa Sofia. Riguardante, ovviamente, la decisione del presidente Erdoğan di ripristinarla come moschea, 85 anni dopo la sua destinazione a museo da parte del padre della repubblica laica, Atatürk.

Ecco le sue parole: “Il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia e sono molto addolorato”. Pugno di ferro in guanto di velluto. Erano passati solo 2 giorni dalla decisione del Consiglio di Stato turco (Danıştay), che ha revocato la destinazione museale dell’edificio bizantino. Ma il provvedimento, subito seguito da un decreto presidenziale di Erdoğan per l’erezione a moschea, era nell’aria da tempo. L’intenzione del moderno sultano di picconare un altro emblema della laicità dello Stato era nota da almeno 2 anni. Nel 2018, infatti, il presidente (infrangendo le consuetudini) aveva recitato nell’ex tempio il primo versetto del Corano. Quindi, l’anno scorso in marzo aveva preannunciato l’intenzione di ripristinare Santa Sofia come luogo di culto musulmano.

La protesta degli ortodossi

Il fugace riferimento del Pontefice, in un’occasione informale ma seguita in tutto il mondo, è successivo alle altre proteste della Cristianità. In particolare dell’ortodossia, la confessione più interessata alle vicende turche. I patriarchi Bartolomeo di Costantinopoli e Kirill di Mosca hanno stigmatizzato duramente il passo compiuto da Erdoğan. Nonostante le frizioni ricorrenti tra le diverse chiese autocefale ortodosse, la requisizione di Santa Sofia le avvince in un abbraccio solidale. Le parole spese dal Papa per lo storico tempio sul Bosforo vanno dunque lette in ottica di solidarietà ecumenica. Anche se vedremo come non ci sia perfetta coincidenza fra le due reazioni provenienti dal mondo cristiano.

Santa Sofia nella storia

Il capolavoro dedicato alla Santa Sapienza (Αγία Σοφία, in greco) non è che la terza chiesa eretta nel quartiere Sultanahmet dell’odierna Istanbul. La prima risale al IV secolo, probabilmente all’imperatore Costanzo II, anche se alcune tradizioni la attribuiscono al padre Costantino il Grande. La seconda è fatta costruire da Teodosio II nel 415, ma va distrutta nel corso della “Rivolta di Nikā” del gennaio 532 contro l’imperatore Giustiniano. Questi e la moglie Teodosia, soffocata la ribellione, subito provvedono a ripristinare il culto cristiano in forme maestose. Di qui la terza chiesa corrispondente all’attuale struttura, i cui architetti sono Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle e che viene consacrata il 27 dicembre 537.

Dopo alterne vicende segnate per lo più da danneggiamenti imputabili a fatti naturali e fatiscenze strutturali, Santa Sofia subisce prima la spoliazione cristiana occidentale della quarta crociata (1203) e poi la conquista ottomana di Maometto II (1453). Quest’ultimo la converte in moschea (col nome di Aya Sofya), facendo aggiungere i minareti e limitandosi ad ordinare l’intonacatura e (responsabilmente) non la distruzione dei mosaici bizantini.

Nel 1935 il fondatore e primo presidente della Repubblica Turca, Mustafa Kemal Atatürk, ne decreta la destinazione a museo, proibendo severamente la pratica del culto musulmano al suo interno. Il resto è cronaca di questi giorni.

Erdoğan, la religione e l’identità

Veniamo a svolgere qualche considerazione su questa vicenda. Nessuno dubita che Erdoğan abbia preso la sua decisione tenendo a mente prevalenti considerazioni politiche, quando non anche direttamente elettorali. Le ultime consultazioni locali sono state insoddisfacenti per il presidente, che ha perduto il controllo delle due principali municipalità nazionali, la capitale Ankara e appunto Istanbul. Da questo punto di vista, è il nazionalismo molto più del proselitismo religioso ad ispirare una mossa come quella relativa a Santa Sofia. E, considerato che il sultano è (col Qatar) il principale sponsor mediorientale dell’islamismo, tutto fila perfettamente.

La realtà però, come si diceva, è più complessa. A nostro avviso, la religione come instrumentum regni non esaurisce la spiegazione del ripristino della più grande moschea del mondo ove insisteva la più grande chiesa a lungo esistente. Volenti o nolenti, viene in questione un’altra visione religiosa e culturale rispetto a quella che domina in occidente grossomodo dal secolo dei lumi e della Rivoluzione francese.

Si tratta di un’impostazione orgogliosamente identitaria, nel contesto della quale pratica della religione e professione della fede sono fondamentali e non tollerano confinamenti in ambito privato. Fare di una moschea un museo, scelta compiuta da Atatürk proprio per evidenziare l’accettazione del paradigma occidentale di laicità dello spazio pubblico, appare in questa prospettiva del tutto insensato. Erdoğan provvede oggi a correggere, dal suo punto di vista, questo eccesso.

Papa e laicità

E concludiamo con il Papa. La modalità sfumata e soprattutto ufficiosa con cui ha manifestato rammarico per la mossa del presidente turco è certamente figlia del suo stile e di un temperamento programmaticamente dialogante. È difficile però, secondo noi, non scorgervi anche un retrogusto di imbarazzo. Tanto più che la sua disapprovazione, ove fosse stata esplicita ed ufficiale, avrebbe evidenziato una diversità rispetto alle reazioni degli Ortodossi.

Verosimilmente, per Papa Francesco, a Santa Sofia sta bene un museo anziché un luogo di culto, a prescindere dalla confessione religiosa. La sua è una preferenza che tiene certamente conto delle peculiarità storiche del caso concreto. Ma quest’opzione lo mette in difficoltà sia col cristianesimo ortodosso, più propenso alle rivendicazioni identitarie, sia con quella parte di mondo musulmano indisponibile a sposare la laicità illuminista e repubblicana. Per non parlare di quei cattolici che resterebbero ancora perplessi di fronte ad un Papa che affrontasse certe questioni quasi alla maniera dell’Unesco.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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