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Politica tra spocchia e volgarità, mentre incombe la disaffezione democratica: un pericolo o un obiettivo?

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Politica tra spocchia e volgarità. Come gli antichi naviganti tra Scilla e Cariddi, la residua passione democratica degli italiani e degli occidentali rischia di affondare tra le insidie di questi due mostri a colpi di astensionismo. I responsi elettorali delle recenti Europee, con i loro concreti strascichi nazionali e l’ultima rissa nell’emiciclo di Montecitorio sono due esempi eclatanti del pericolo bicefalo, con cui si confronta circa metà delle democrazie dell’ovest. Grosso modo l’altra metà, rappresentata dagli Usa, attende con il fiato sospeso, quasi fossero un’ordalia, le Presidenziali del prossimo novembre.

La domanda sorge spontanea, come direbbe il vecchio giornalista Antonio Lubrano: la disaffezione democratica è temuta come un pericolo, ovvero è puntata come un obiettivo (apertamente inconfessabile), da parte di chi fa politica e delle altre forze che la influenzano dall’esterno? Il dubbio, alla lunga, viene: proviamo a vedere perché.

Le dittature non fanno più per l’Occidente

Prima, facciamo una premessa. L’alternativa alla sopravvivenza, se non proprio alla rianimazione della passione democratica non è l’autoritarismo in senso storico. I dittatori non sono alle porte e nemmeno all’orizzonte: né nell’accezione repubblicana romana, né in quella novecentesca.

È bene tenerlo presente, sia che il pensiero corrispondente riesca per molti minaccioso, sia che esso dovesse apparire per qualcuno consolatorio. Le masse non sono più plebee e neppure analfabete. Le società bene o male sono secolarizzate. L’individualismo, anche se sempre più spesso alla deriva di capricci scambiati per diritti, ha ormai ampiamente surclassato lo spirito comunitario. I primi a non credere ai capi che pensano e decidono per tutti sarebbero gli stessi che dovrebbero farli e ormai si sa che non si può essere efficaci demagoghi se prima di tutto non ci si dovesse ingannare da sé.

Ostentata superiorità e disprezzo malcelato

Dicevamo della spocchia. Parlando dei risultati del grande sondaggio continentale dell’8 e 9 giugno, non è solo questione di non fare finta di nulla. Quest’avvertenza è stata evidenziata in molte salse, senza che, peraltro, si possa contare che se ne tenga effettivamente conto. E poi, in cosa dovrebbe consistere, questo “effettivamente”? Quello di Strasburgo non è un Parlamento in senso contemporaneo, lo abbiamo già detto: non basta chiamarlo così per farlo diventare tale. La “maggioranza” di cui si parla in riferimento ad esso non è quella che sostiene un Esecutivo: la Commissione di Bruxelles, infatti, non lo è. I suoi commissari sono designati dal Consiglio dei capi di Stato e di Governo: l’Assemblea deve consentire, ma questo non determina l’instaurazione nel suo seno di una stabile dinamica maggioranza-opposizione.

La spocchia è quell’atteggiamento di superiorità ostentata e malcelato disprezzo per le idee che non si condividono e per quanti le esprimono e le sostengono. Ne volete un’esemplificazione plastica? Dopo la consultazione, l’11 giugno, a Di Martedì condotto da Giovanni Floris su La7, la professoressa e già ministro Elsa Fornero e l’ex deputato ed ex ministro piacentino Pierluigi Bersani discettavano dei loro avversari politici e di differenti modelli socio-culturali.

L’uomo politico parlava di “potabilità” di una parte della destra a motivo della “non-potabilità” dell’altra: Le Pen e Meloni da una parte, Zemmour e Salvini dall’altra. L’accademica prestata al Governo Monti, in cui da ministro del Lavoro e delle Politiche sociali ha accettato di mettere faccia e lacrime sulla pagina indecorosa degli esodati, dopo aver anche comprensibilmente tirato sul segretario della Lega (causa i ripetuti insulti personali ricevuti in passato), è stata invitata a giudicare pure Giorgia Meloni. E anche lei ha distinto tra la leader di governo capace di assumere modi e toni istituzionali nei consessi internazionali e la leader politica delle campagne elettorali, tacciando quest’ultima di essere nientemeno che “diseducativa e inaccettabile”.

I voti, in democrazia, anzitutto si contano

La polemica, in politica, ci sta. È un po’ come i cibi grassi o fritti nell’alimentazione: sono appetitosi, ma vanno assunti con moderazione. Per tornare agli ospiti di Floris, Fornero difficilmente avrebbe potuto evitare di manifestare deprecazione per Salvini, dopo tutto quello che questi le ha detto contro. Ma l’inaccettabilità e il carattere diseducativo della persona della presidente del Consiglio, da dove saltano fuori? Si può essere in disaccordo con Meloni, ma chi ha costituito giudice Fornero dell’accettabilità personale della leader di Fratelli d’Italia?

Peggiore, se possibile, il riferimento di Bersani alla “potabilità” di alcuni leader di destra. Ci fa tornare in mente un articolo del politologo Piero Ignazi di 9 anni fa, pubblicato su Repubblica, in cui, parlando delle primarie del Pd, l’esperto di dottrine politiche additava sprezzantemente la democrazia diretta come “virus plebiscitario”. Allora, Ignazi ricorreva al lessico tipico delle dittature, che tacciano le posizioni diverse dalle proprie di essere delle patologie. Ora, l’ex segretario del Pd non si discosta molto dal medesimo paradigma, perché la “non potabilità” di cui parlava l’altro giorno in televisione è sinonimo di tossicità.

La democrazia ha forme diverse e una sostanza basica. Di quest’ultima fa parte la regola per cui i voti si contano, diversamente dalle azioni delle società di capitali, che come ammoniva Enrico Cuccia si pesano. Ci sono delle regole elettorali di presentabilità delle liste e di candidabilità delle persone: se fossero carenti o malfatte, bisognerebbe cambiarle. Per il resto, il gioco democratico è confronto di idee e programmi e scelta del suffragio. Gli esiti elettorali possono non essere condivisi, ma la loro legittimità dev’essere e restare fuori discussione. Altrimenti, la deriva statunitense delle scorse Presidenziali – e forse anche delle prossime – potrebbe rivelarsi contagiosa.

Volgarità, risse e…

Chiudiamo con le volgarità. La bagarre alla Camera del 12 giugno, con il deputato 5 Stelle Leonardo Donno colpito in un parapiglia da alcuni colleghi leghisti e di FdI, dopo che aveva provato ad avvolgere nel tricolore nazionale il ministro degli Affari regionali e delle Autonomie Roberto Calderoli, è solo l’ennesimo episodio di rissa parlamentare italiana. Sinistra e destra hanno entrambe un lungo passato alle spalle di violenze (oltreché di folklore) d’aula. L’attribuzione della colpa, la ricostruzione di chi ha cominciato per primo questa volta e in generale, lo sdegno e la comprensione rigorosamente alternati a seconda che si tratti di incolpare gli avversari o giustificare gli amici, sono contorno di un altro piatto forte.

Si discuteva alla Camera, nell’occasione, dell’autonomia differenziata. L’opposizione non dissente semplicemente, ma paventa in pubblico la deriva della miseria per il Sud Italia. In privato, invece, come del resto gli esponenti delle forze di maggioranza meno convinte di intestarsi questa battaglia, gli stessi rappresentanti delle opposizioni riconoscono che con la riforma non cambierà nulla. E, in effetti, per non sprecare risorse basterebbe volerlo, non serve certo un’altra legge. Intanto, però, dagli con lo scempio dell’unità nazionale, il turpe baratto con il premierato, lo squadrismo di ritorno, e così via.

Ribadiamo il dubbio: tutto ciò che allontana dalla politica è temuto, oppure segretamente incoraggiato da quanti la fanno e, soprattutto, da quelli che la influenzano dal di fuori? I tiranni del passato non torneranno, ma qualcuno, pronto a servirsi di altri come di “utili idioti”, è sempre in agguato.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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