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Letta segretario del Pd: de profundis o ripartenza in grande stile?

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Enrico Letta segretario del Pd: il ritorno alla politica attiva dell’ex presidente del Consiglio è avvenuto in grande stile. Sette anni dopo essersi accomodato alla porta di palazzo Chigi, non appena il nuovo capo del partito, Matteo Renzi, lasciò ventilare che sarebbe stato meglio cedergli il posto, il “dottor sottile” di Sciences Po a Parigi è tornato a Roma. Ieri l’altro si è messo a disposizione e oggi sarà eletto segretario, rigorosamente online, dall’Assemblea nazionale del partito. Unanimità, ancorché forse di facciata, sul suo nome che di certo raccoglierà una percentuale se non bulgara comunque ragguardevole (e lo diciamo per prudenza) dei 1.000 voti dei delegati.

Pascal e vista sul Colle

È sorprendente come il Pd riesca a negare, appalesare e archiviare le proprie crisi in men che non si dica. Forse, vale anche per esso uno dei Pensieri di Blaise Pascal: «Basta poco per consolarci, perché basta poco per affliggerci». Certo: ad onta di percentuali elettorali insoddisfacenti per una compiuta egemonia del proprio campo, il Pd resta saldamente un partito di potere. È al governo ininterrottamente da 8 anni, appunto dal ministero presieduto da Letta. E, anche nel Governo Draghi attualmente in carica, nonostante l’abbrivio tecnico della compagine, ha mantenuto 3 dicasteri con portafoglio (Difesa, Cultura, Lavoro) in capo ai 3 leader delle sue principali correnti (Guerini, Franceschini, Orlando). 

Innegabilmente, però, questo partito deve sciogliere alcuni nodi gordiani in cui è avviluppato, si può dire dall’inizio: natura stessa della formazione politica; visione istituzionale e formula elettorale; alleanze. Enrico Letta sarà in grado di farlo? Oppure, sarà tornato anche in vista della corsa al Quirinale, a cui manca ormai meno di un anno? Proviamo a ragionarci su, partendo dalle note biografiche del politico pisano, cioè tenendo a mente come si è già posto di fronte ai problemi capitali che abbiamo enumerato.

Enfant prodige col pedigree del potere

La consuetudine col potere, Enrico Letta l’ha maturata in famiglia. Infatti, è nipote di Gianni, eminenza grigia e tra i principali consiglieri politici di Silvio Berlusconi. Con lo zio si sono sempre trovati dalle parti opposte della barricata. Nel senso che, mentre Gianni è considerato il braccio destro dell’uomo cui si deve il bipolarismo italiano, Enrico è stato il delfino di Beniamino Andreatta, uno dei numi tutelari del tardo cattolicesimo democratico nazionale. Iconica del ventennio berlusconiano, ma anche della tradizione familistica italica, resta l’immagine del passaggio di consegne Berlusconi-Prodi a palazzo Chigi nel 2006, con Letta zio e nipote in qualità di sottosegretari alla Presidenza del Consiglio uscente ed entrante.

Il giovane Enrico, però, al governo aveva esordito 8 anni prima, nel 1998, come ministro delle Politiche comunitarie del I Governo D’Alema. Nel II Governo D’Alema e nel Governo Amato, aveva proseguito come ministro dell’Industria, con delega anche al Commercio estero. Costituitosi nel 2007 il Pd, Letta, di provenienza popolare, a partire dal 2009 affianca come vice il segretario di estrazione diessina Pierluigi Bersani.

Alle elezioni del 2013, il piacentino non riesce nell’impresa, che dava per fatta, di «smacchiare il giaguaro» Berlusconi. L’enorme successo del voto di protesta fomentato da Beppe Grillo e confluito nel suo neo-costituito Movimento 5 Stelle, unitamente all’eccezionale rimonta del Cavaliere, infila Bersani e il Pd in un vicolo cieco. In più, la coincidenza dell’elezione del successore di Giorgio Napolitano (che, in realtà, finirà per succedere brevemente a se stesso), trasforma la farsa dem in psicodramma, con l’impallinamento da parte dei franchi tiratori di Franco Marini e Romano Prodi nella corsa al Colle. 

Dieci mesi a Palazzo Chigi

Enrico Letta, che, commentando a caldo in tv il pareggio elettorale, si era avventurato addirittura nella richiesta di ripetere le elezioni, finirà per essere proprio il presidente del Consiglio sortito dalle consultazioni, che portano al Governo di grande coalizione (5 Stelle esclusi). Resta in carica dall’aprile 2013 al febbraio 2014. La condanna definitiva per frode fiscale riportata da Berlusconi e la sua decadenza dal Senato innescano il processo di disgregazione della larga coalizione. Letta, però, resiste. E, quando Berlusconi si sfila dalla maggioranza, approfitta della scissione dalla neo-ricostituita Forza Italia di Angelino Alfano col Nuovo Centro Destra. Letta prova a governare reggendosi sui ministri berlusconiani, che non ne vogliono sapere di lasciare il posto per seguire all’opposizione il vecchio leader. 

Fedele alle sue origini cattolico-democratiche, Letta separa le sorti del suo Governo da quelle delle riforme costituzionali, incitate da Napolitano col suo gruppo di saggi: se ne occupi il Parlamento, dice. Nel parlamentino del suo partito, invece, si occupano di sfrattare lui da palazzo Chigi. Il nuovo segretario Renzi freme, Letta dà strada immediatamente. Nessuno deve dubitare della sua devozione al partito, affinché nessuno, un domani (cioè, oggi), abbia da ridire su un suo ritorno. Resta solo scuro in volto quando consegna la campanella al Fiorentino, nella consueta cerimonia del cambio della guardia governativo. Parte per Parigi, dove insegnerà Scienze politiche alla Sorbona: fino all’altro ieri.

Pd, una scommessa difficile

Come si diceva, la biografia politica di Enrico Letta consente già, secondo noi, una prognosi sulle sue prospettive da segretario del Pd:

  • Capitolo natura della forza politica: essendone uno dei fondatori, Letta difficilmente farà autocritica sull’amalgama non riuscito fra ispirazioni profondamente diverse (cattolico-popolare, laico-socialista e comunista) riunite nella forma-partito, teoricamente la più coesa.
  • Riforme istituzionali e legge elettorale: i progressisti italiani devono decidere se confermare la loro tradizionale opzione per la forma di governo parlamentare. Sapendo che anche questa soluzione passa necessariamente per la razionalizzazione del regime di assemblea e il rafforzamento effettivo dell’Esecutivo, a scapito del capriccio del Legislativo e dell’ipertrofia del Giudiziario. La legge elettorale, come l’intendenza di gollista memoria, seguirà: è chiaro, però, che la formula proporzionale è la via più breve per marcire nella palude.
  • Alleanze: il Movimento 5 Stelle rischierebbe di diventare la Lega della sinistra, se il Pd smarrisse l’originaria vocazione maggioritaria. E, per non smarrirla, i Democratici dovrebbero sacrificare la smania di potere comunque e a tutti i costi.

Detto che Enrico Letta difficilmente farà autocritica sulle origini del Pd, non è facile che imprima un’autentica discontinuità anche sugli altri due punti. Alla prova dei fatti, in passato, si è rivelato un uomo rigorosamente fedele al sistema così com’è. Accettando la nomina, ha detto di essersi reso disponibile in nome dell’amore per la politica e della ricerca della verità, anziché dell’unanimità. Dipenderà tutto da quale tipo di politica perseguirà e da quale pezzo di verità vorrà raccontare al suo partito e al Paese.

Guarda la video intervista di Paola De Micheli su Letta segretario

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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