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Matteo Salvini e “l’internazionale nazionalista” di Firenze: un flop o un successo sovranista?

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Matteo Salvini dà convegno a Firenze all’ossimorica “internazionale nazionalista” (una parte dei cosiddetti sovranisti europei): la circostanza si presta a un paio di considerazioni. Si è trattato di un flop? E poi: il leader della Lega, oltre ad additare nodi politici europei, ha anche idea di come scioglierli, o no?

Nomi e cognomi

Anzitutto, una nota di cronaca. Nonostante si tratti di forze politiche tuttora sulla cresta dell’onda in molti Paesi della Ue, i leader che fanno notizia tra quelli del gruppo europeo di Identità e democrazia (Id) non sono molti e i due principali hanno dato forfait all’appuntamento nel capoluogo toscano. Niente passerella nella città medicea per la francese Marine Le Pen, né per l’olandese Geert Wilders.

Senza contare il fatto che altri leader affini al campo sovranista appartengono comunque a una famiglia politica continentale differente, quella dei Conservatori e riformisti europei (Ecr). Pensiamo ai polacchi Mateusz Morawiecki e Jaroslaw Kaczyński di Diritto e giustizia, ovvero allo spagnolo Santiago Abascal di Vox. E non dimentichiamo l’ungherese Viktor Orbán di Fidesz, il quale, pur non appartenendo formalmente all’Ecr, ha rotto da tempo con il Ppe. Se teniamo presente che, tuttora, il presidente dei Conservatori si chiama Giorgia Meloni, ce n’è abbastanza per cominciare le riflessioni che abbiamo preannunciato.

Visibilità e difficoltà

Prima questione: un flop o no, quello di Firenze? Diremmo, non un grande successo. La portata dell’iniziativa, indipendentemente da chi l’aveva organizzata, era oggettivamente propagandistica.
Da questo punto di vista, la mancata partecipazione personale di due leader di primo piano, gli unici provvisti di una certa notorietà in Italia, è stata un brutto colpo. Non dimentichiamo, comunque, che Le Pen era venuta a Pontida solo lo scorso settembre. E che Wilders aveva qualche imbarazzo a presentarsi nel nostro Paese, avendo appena concluso una campagna elettorale interna scandita anche dallo slogan: “Non un centesimo all’Italia”. Probabilmente, Salvini si rende conto che Identità e democrazia non ha grande visibilità; anche perché la guida dei governi continentali continua a restare preclusa ai suoi esponenti. Il problema è se iniziative del genere sfondino su questo fronte, ovvero finiscano per sottolineare le difficoltà.

Europee a doppio taglio

Transitiamo, così, alle due questioni fondamentali: la posta in gioco alle Europee dell’anno prossimo e il ruolo di Salvini di fronte ai grandi snodi politici.
Le elezioni per il cosiddetto Parlamento di Strasburgo sono europee solo di nome, ma non di fatto. Ce lo siamo già detto. Se fossero davvero elezioni europee, gli europei di dovunque potrebbero votare per candidati di ogni Paese dell’Unione. Invece, gli italiani votano per la Circoscrizione Italiana, i tedeschi per quella Tedesca, i francesi per quella Francese, e così via. Risultato: si tratta di elezioni interne, un’autentica rissa reale, che produce i suoi effetti più deleteri presso coloro che (come noi) sono in preda ai governi di coalizione.

Sicché il leader del Carroccio è, per così dire, praticamente obbligato a puntare all’erosione del voto a destra di Meloni e Fratelli d’Italia. Consenso che la presidente del Consiglio, proprio in ragione delle sue attuali responsabilità, non può sollecitare a dovere. Si tratterà pur sempre, verosimilmente, di poca cosa, perché per cambiare i rapporti di forza tra i partiti bisognerebbe prosciugare l’ampio bacino dell’astensione. Il problema è che la relativa inutilità del voto europeo è un’arma a doppio taglio. Chi si reca alle urne concede il proprio suffragio più a cuor leggero, ma difficilmente chi è abitualmente disaffezionato all’esercizio del proprio diritto di voto si ridesta dal suo torpore civico.

Politica europea: fantasiosa perché…

E veniamo al merito delle questioni politiche. Se ci pensassimo, ci accorgeremmo che disponiamo già di tutti gli elementi per capire come si tratti di un gigantesco equivoco. Il segretario della Lega dice: perché mai le formazioni, che in Italia sono alleate, in Europa dovrebbero dividersi? Semplice: perché l’Europa, a differenza dell’Italia, della Germania, della Francia, della Spagna e così via, non esiste come realtà politica, cioè come soggetto statuale. Non esiste l’interesse europeo, mentre esistono i diversi interessi nazionali. E questi ultimi, a differenza dell’altro, esistono perché esistono una storia, una lingua, degli usi e dei costumi belgi, olandesi, lussemburghesi e di tutte le altre popolazioni continentali.

L’unico argomento che i sedicenti europeisti, anche del più alto rango nei rispettivi Stati, mettono sul piatto per dire che bisognerebbe avere una comune politica europea nei campi d’interesse maggiori (esteri e difesa), è il seguente: solo così potremmo contare qualcosa, in un mondo sempre più grande, cioè disperso. Sì, ma dire che una cosa che non esiste conterebbe molto ove esistesse, è un esercizio sterile. Non esiste una politica europea come tale, bensì – sia pure tra molte opposizioni e ancora più numerosi risentimenti – esistono delle linee che tendono maggiormente a convergere sull’interesse dei Paesi maggiori.

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Matteo Salvini, come qualsiasi altro leader politico italiano e non solo, su questo stato delle cose non ha alcuna presa sostanziale. Tanto è vero che, mentre lamenta la divisione europea del centrodestra italiano, dice che per lui non c’è problema ad andare avanti insieme in patria. Per i suoi colleghi di maggioranza, vale lo stesso discorso. Per non essere emarginati internazionalmente, aderiscono in blocco al pacchetto preconfezionato altrove: Taiwan, Ucraina, Israele, energia, clima, salute e così via. Popolari, socialisti, conservatori, liberali, nazionalisti: sono distinzioni che contano sempre meno. Nessuno è disposto a sacrificarsi per sostenere politiche diverse.

Meloni ed Ecr non amano accordarsi con i socialisti, semplicemente non sono disposti a sostenere linee diverse da quelle che anche i loro teorici competitori naturali seguono. Salvini ha voglia a dire: vi piace Macron? Non è questo il punto. Il fatto è che Macron è Macron, cioè il presidente della Repubblica francese, a condizione di fare una certa politica e non farne assolutamente un’altra. Il Capitano, però, non è da meno: infatti, si vanta di avere sempre approvato la politica estera seguita da Meloni, che poi è la stessa di Draghi, già sostenuta anche dalla Lega nella scorsa legislatura. Insomma: Matteo Salvini chiede, per il voto del prossimo mese di giugno, un semplice attestato di simpatia, anche se non dovesse essere delle dimensioni di quello delle scorse Europee (34%). Del resto, se pure Matteo Renzi, in un’analoga occasione, ha preso il 40%, tutti hanno diritto di sognare.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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