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Spagna, 50 anni fa moriva Franco: il generalissimo è un personaggio storico o un fantasma?

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Francisco Franco Bahamonde: 50 anni fa, esattamente il 20 novembre 1975, moriva l’uomo conosciuto per 36 anni come caudillo di Spagna, capo dello Stato e generalissimo degli Eserciti, da allora in poi esclusivamente come dittatore (l’ultimo d’Europa). Siamo davvero sicuri, però, che si tratti solo di questo per la grande nazione iberica e non anche di un fantasma, che continua ad agitarne il presente e a condizionarne in qualche modo il futuro? Considerando come gli spagnoli si affannano dietro la propria memoria storica contemporanea, non si direbbe proprio che sia un capitolo chiuso.

Approfittiamo allora di questo anniversario per ripassare un po’ di storia, fare qualche considerazione più generale e anche riflettere sulle rilevanti differenze tra l’esperienza fascista nazionale e quella franchista spagnola. Spesso, infatti, si fa confusione tra cose diverse, un po’ per pressapochismo e un po’ per buttarla usualmente in politica.

Le tante ambiguità dell’ufficiale galiziano

L’incombenza di Franco sull’attualità spagnola ha una rilevante ragione istituzionale, perché la Monarchia come forma dello Stato e il casato dei Borbone sono indiscutibilmente lasciti del Caudillo. Il dittatore attese la fine della Seconda guerra mondiale, dalla quale aveva saggiamente tenuto fuori il Paese, per manifestare l’intenzione di ripristinare la forma istituzionale sostituita dalla Seconda Repubblica del 1931. Come ufficiale generale (il più giovane d’Europa dopo Napoleone), Franco aveva servito non solo Alfonso XIII ma anche la Repubblica che ne aveva preso il posto dopo il suo spontaneo esilio. Per quanto la sua fedeltà repubblicana fosse ideologicamente inconsistente, sino alla Sollevazione, il golpe del 18 luglio 1936, l’astuto galiziano aveva praticato un’ambiguità strategica di cui seppe dare costante prova tanto in politica interna quanto in politica estera.

Nel 1947, proclamandosi capo dello Stato e reggente a vita, aveva fatto plebiscitare il ripristino della condizione di Regno per la Spagna dopo la propria scomparsa. In pari tempo, aveva chiarito che l’erede legittimo dei Borbone – l’Infante don Juan conte di Barcellona – non avrebbe potuto aspirare al trono, perché indisponibile ad assicurare la perpetuazione del regime come autoritario (illiberale, oltreché anticomunista) e confessionale (cattolicissimo). S’imponeva un salto dinastico che il generalissimo sancì nel 1969, designando il figlio di don Juan, Juan Carlos, come proprio successore in qualità di Re. Il giovane rampollo venne educato nelle accademie militari spagnole, mentre suo padre continuò a risiedere in Portogallo.

Il 900 spagnolo: tra dittature e guerra civile

Pochi, peraltro, ricordano che la dittatura militare di Franco è stata la seconda in ordine di tempo nella prima metà del XX secolo spagnolo. Infatti, il generale Miguel Primo de Rivera aveva esercitato poteri autoritari sotto il regno di Alfonso XIII tra il 1923 e il 1930. Il diffuso discredito che il Re si era meritato con quella torsione dispotica contribuì ad alimentare le spinte repubblicane. Dopo le elezioni municipali del 1931, che videro l’affermazione di tutti gli avversari della Monarchia, il sovrano decise spontaneamente di riparare in esilio a Roma. La Repubblica durò pochi anni, inficiata alle fondamenta dalle insanabili contraddizioni tra le forze sue fautrici, da gelosie personali tra i suoi esponenti più rilevanti, dalla perdurante affezione monarchica popolare e dall’ostilità dei militari.

Non siamo degli storici, né specialisti delle vicende spagnole, ma ci permettiamo di suggerire che la scelta del Re di abbandonare il Paese andrebbe ripensata. Anche perché, come hanno provato i tre sanguinosissimi anni della guerra civile (1936-1939), l’unico risultato ottenuto da quell’autoesilio è stata la preservazione dell’incolumità degli appartenenti alla Real Casa. La guerra civile spagnola rappresentò un evento emblematico a livello internazionale, perché dall’estero tante persone (delle più diverse estrazioni e notorietà) e i principali regimi ideologici che si fronteggiavano allora – la Russia sovietica da una parte, la Germania nazista e l’Italia fascista dall’altra – vi presero parte su fronti opposti. Il suo esito favorevole ai nazionalisti ebbe conseguenze immediatamente paradossali, perché come detto Franco non appoggiò l’Asse che pure lo aveva aiutato in misura determinante. In prospettiva, l’anticomunismo viscerale del suo regime gli valse l’appoggio statunitense e un sostanziale anticipo di partecipazione della Spagna all’Occidente come baluardo atlantico meridionale de facto.

Le differenze tra franchismo e fascismo

Come mai abbiamo messo in guardia dal semplificare e mettere grossolanamente insieme il franchismo col fascismo, solo perché entrambe forme dittatoriali (irrispettose dei diritti e delle libertà) e anticomuniste? Perché c’erano delle differenze importanti tra i Paesi, i costumi collettivi e i protagonisti. La tradizione nazionale in Spagna è più antica di quella dell’Italia di secoli. Gli apparati dello Stato iberico non cedettero al fascino dell’ideologia, inseguendo la Germania in guerra. Per quanto riguarda poi specificamente la persona di Franco, se rapportata a quella di Mussolini e di Hitler, l’autoritarismo implacabile una volta di più non inganni. Laddove questi ultimi erano dei dilettanti (self-made man) e degli agitatori (moderni tribuni della plebe), Franco era un militare di brillante carriera, cioè fondamentalmente un uomo d’ordine. Il Caudillo ha integrato e sottomesso il fascismo spagnolo rappresentato dalla Falange, benché ne avesse fatto formalmente il partito-unico del regime (Movimiento Nacional).

Quello di Franco è stato sempre e radicalmente un regime militare, che lui avrebbe voluto fare sopravvivere a se stesso, riproducendo un tandem in stile Alfonso XIII-Miguel Primo de Rivera della prima metà del secolo. Se, infatti, il presidente del Governo, l’ammiraglio Luis Carrero Blanco (braccio destro del generalissimo) non fosse stato fatto saltare in aria dai terroristi baschi dell’Eta alla fine del 1973, il suo ruolo sarebbe stato quello di garante del carattere autoritario e confessionale degli esordi del regno di Juan Carlos I. Invece, il Borbone preferito al padre prenderà subito la strada della “democracia”, una volta succeduto al Caudillo suo mentore. Nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco, la Spagna era già diventata una monarchia parlamentare, cioè uno Stato di diritto: laico, democratico e rispettoso delle autonomie.

Franco e José Antonio via dai monumenti, non dalla storia

Il 20 novembre di 50 anni fa moriva l’83enne Franco. Si disse che potesse essere deceduto anche il giorno prima (la sua fu una lunga agonia, che i medici prolungarono il più possibile, finché la figlia non si oppose); ma che la diffusione della notizia fosse stata ritardata, per farne coincidere la data con quella della fucilazione di José Antonio Primo de Rivera. Un cognome che ritorna: si tratta proprio del figlio del generale e dittatore Miguel Primo de Rivera che agli esordi della Repubblica, nata anche contro suo padre, aveva fondato la Falange Española, il fascismo locale (con tutte le cautele comparative del caso). Allo scoppio della guerra civile, i repubblicani giustiziarono subito José Antonio e il regime franchista ne fece poi il proprio martire per eccellenza. Così, quando nel 1959 fu completata la Basilica della Santa Croce del Valle de los Caídos (grandioso sacrario dedicato ai combattenti di entrambi i fronti del conflitto fratricida, ma soprattutto ai caduti “por Dios y por España”), si decise che José Antonio e Franco sarebbero stati entrambi sepolti lì, come poi avvenne.

Oggi, entrambi i leader della Spagna nazionalista e nemici della Spagna democratica sono stati esumati per volontà socialista dal Valle de los Caídos e il loro ricordo viene esecrato per legge, sotto forma di emendazione della memoria nazionale dalle colpe del passato. L’ex Re Juan Carlos conferma che il moribondo Caudillo, stringendogli per l’ultima volta la mano, gli abbia detto: «Altezza, le raccomando una cosa sola: l’unità della Spagna». Inutile nascondersi che la Spagna cara a Franco (“Una – Grande – Libre”) era molto diversa da quella che hanno poi realizzato i suoi nemici. Così come non basteranno delle leggi a far sì che la Spagna di Franco non continui a rappresentare una parte molto rilevante della sua storia.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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