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Monsignor Viganò accusato di scisma da Papa Francesco: perché non imita Siri, anziché Lefebvre?

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Carlo Maria Viganò: l’83enne arcivescovo titolare di Ulpiana e già nunzio apostolico negli Usa, irriducibile avversario di Papa Francesco, si è visto contestare dalla Santa Sede l’accusa di scisma. Invitato a costituirsi, prendendo visione delle accuse elevate a suo carico dal Dicastero per la Dottrina della Fede, non si è dato pena della procedura e ha reso pubblica (sul web) la citazione ricevuta, accompagnandola con una serie di osservazioni avvelenate e velenose.  

L’avvelenamento, sebbene triste, è comprensibile. Indubbiamente, per un vescovo, vedere rovinare una vita interamente spesa nella Chiesa non può non essere fonte di amarezza. La velenosità, cioè l’erroneità delle posizioni sostenute da monsignor Viganò, dev’essere ben compresa, onde evitare di lasciarsene contagiare. La sua dichiarazione pubblica di ritenere l’imputazione canonica subita un onore, come ha detto, non può essere derubricata ad iperbole polemica. È la drammatica rivendicazione di quello che la Chiesa ha sempre additato come il paradigma del peccato, cioè l’orgoglio. Se c’è qualcosa di tradizionale, in senso proprio, nell’insegnamento della Chiesa è proprio la messa in guardia contro questa tentazione.

L’accusa di Scisma 

Prima, però, di ribadire in cosa monsignor Viganò sbagli, diciamo qualcosa sull’accusa di scisma. Si tratta di un fenomeno che ha scandito dolorosamente per secoli la vita della comunità cristiana e, insieme, quella della società, quando l’Europa era la Christianitas.

Lo scisma, il cui etimo è greco [dal verbo σχίζω (schizo), dividere], è un delitto canonico contro la fede. Il diritto della Chiesa prevede anch’esso delle fattispecie penali. Eresia, apostasia e scisma sono i delitti contro la fede, che il diritto canonico definisce e si propone di reprimere. Secondo il canone 751 del Codice di Diritto Canonico, si definisce scisma «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». Mentre eresia e apostasia concernono direttamente il merito della fede (nel senso, rispettivamente, di parzialità della sua accettazione ovvero di globalità del suo ripudio), lo scisma rappresenta la più grave forma di rifiuto e rottura della disciplina ecclesiale. Tuttavia, è agevole comprendere come, anche nei casi qualificati come scismatici, la separazione dalla comunione di Pietro avvenga per dissidi a monte di ordine teologico (insistenti indifferentemente su questioni dogmatiche, liturgiche e pastorali).

Divisione e Cristianità

Gli esempi storici più noti di scisma sono quello d’Oriente (1054), con il lancio delle reciproche scomuniche tra Roma e Costantinopoli; quello d’Occidente (1378-1418), che implicò la triplice obbedienza romana, avignonese e pisana; quello protestante e la sua particolare forma anglicana, nel XVI secolo. Nei primi secoli dell’era cristiana, peraltro, alcune controversie cristologiche e le corrispondenti eresie (come il nestorianesimo e il monofisismo) avevano già prodotto conseguenze scismatiche. 

In epoca contemporanea, lo scisma cattolico più noto è stato quello dell’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1988), verificatosi sullo scorcio del secolo scorso contro le decisioni del Concilio Vaticano II e che sopravvive ancora oggi, sia pure nelle forme di una separazione anomala. 

Sempre in ambito cristiano, anche l’ortodossia ha conosciuto sei anni fa la divisione tra Costantinopoli e Mosca, a seguito del riconoscimento da parte della prima dell’autocefalia della Chiesa ortodossa dell’Ucraina.

Viganò contro Francesco

Monsignor Viganò è in aperta rottura con Papa Francesco da anni. Ne avevamo già parlato, quando nel 2018 l’ex nunzio aveva piantato la grana McCarrick, il cardinale statunitense degradato dal Pontefice a seguito di riconosciute personali responsabilità per abusi sessuali sia su minori sia su adulti, ma dimesso dallo stato clericale secondo Viganò con ritardo, solo nel 2019. In quel frangente, il diplomatico della Santa Sede accusava Papa Bergoglio di avere esitato e, di fatto, in qualche modo coperto Theodore McCarrick perché suo alleato e consigliere. In quell’occasione, Viganò, impugnando l’infelice formula di Francesco sulla “tolleranza-zero” dentro la Chiesa nei casi di pedofilia ed altri abusi clericali, aveva domandato la rinuncia del Papa al suo ministero.

Dentro la Chiesa, la posizione di Carlo Maria Viganò si è fatta sempre più difficile, sino all’attuale probabile compromissione. È sospettato di essersi fatto rinnovare l’ordinazione episcopale dal vescovo scismatico lefebvriano Richard Williamson, scomunicato dalla Chiesa cattolica ed espulso dalla stessa Fraternità San Pio X. La circostanza, ove provata (e comunque da lui non smentita), implicherebbe anche per Viganò il riconoscimento dell’incursione nella scomunica.

Le stesse dichiarazioni pubbliche con cui l’altro giorno ha reso nota la pendenza a suo carico del processo per scisma, comunque, sembrano inchiodarlo alle sue responsabilità a causa del rifiuto del Pontefice, del Concilio e della loro autorità. La Fondazione “Exsurge Domine” (intitolata, non a caso, come la Bolla papale con cui Leone X condannò le proposizioni di Lutero nel 1520), inaugurata da Viganò nel 2023, sarebbe inspiegabilmente impegnata a salvare la Chiesa da se stessa, ma per certo mette il prelato che l’ha promossa fuori dalla comunione con la Sede Apostolica.

Sentieri tortuosi e dritte vie

Monsignor Viganò ha definito il Concilio Vaticano II un “cancro ideologico, teologico, morale e liturgico”, di cui la “bergogliana chiesa sinodale rappresenta la necessaria metastasi”. E ha detto tutto. Il presule è fuori dalla Chiesa cattolica. È dentro la Chiesa di Viganò, la sua: quella che lui s’immagina, che vorrebbe o preferirebbe e che assomiglierebbe (se fosse possibile) a quella che c’era ancora negli Anni 50 del XX secolo.

Se potessimo fare una domanda a monsignor Vigano, una sola, gli chiederemmo: Eccellenza, la Chiesa del 1950 era davvero simile a quella del 550, o alla prima koinonia degli Apostoli dell’anno 50? Nessuno può stabilire che il Concilio di Trento concluso nel 1563 sia stato il momento topico della Cristianità, perché ogni Concilio è essenzialmente l’espressione del suo tempo. Diventare feticisti di un Concilio rinascimentale a scapito dell’ultimo, o rispettare un Papa di 70 anni fa anziché quello di oggi, sono deformazioni francamente insopportabili della Tradizione, nient’altro che sue caricature.

Vivere, in generale e dentro la Chiesa, è anche (non solo, ma certamente anche) una fatica. Può venire da pensare, talvolta, che condizioni diverse ci aggraderebbero di più, ma perdercisi dietro sarebbe infantile e farebbe smarrire l’equilibrio. 

L’esempio di Siri

In conclusione, ci permettiamo di dare un consiglio non richiesto a monsignor Carlo Maria Viganò: anziché all’infelice esperienza finale di monsignor Lefebvre (1905-1991), s’ispiri, se può, a quella edificante del cardinale Giuseppe Siri (1906-1989), arcivescovo di Genova per 41 anni e cardinale per 36. Esponente riconosciuto, influente e rispettato della minoranza conservatrice al Vaticano II, quando il Concilio è stata chiuso da Paolo VI nel 1965, Siri l’ha applicato nella sua diocesi: usando, certo, la sua misura, ma senza mai smarrire quella buona. C’è molto di che imparare da Siri, a partire dal suo motto, tratto dal Salmo 115: Non nobis Domine, sed nomini tuo da gloriam (Non a noi, o Signore, ma al tuo nome rendi gloria).

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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