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Papa Francesco cura i malanni fisici, ma è più travagliato dai guai ecclesiali

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Papa Francesco: comincia il tempo liturgico di Avvento, ma per più di un aspetto la situazione del Pontefice sembra richiamare una quaresima. Tra guai fisici e grattacapi ecclesiali, la fine d’anno 2023 non è delle migliori per Papa Bergoglio.

La salute gli dà sempre più pensieri in modo ricorrente ma, attesi gli 86 anni e scontati i problemi pregressi, la condizione del Papa è tutto sommato in linea con quella delle persone della sua età. A parte i problemi di deambulazione, che ne impongono sempre più spesso gli spostamenti in sedia a rotelle, sono le affezioni respiratorie a rallentarne il ritmo. Non dimentichiamo che Sua Santità è privo di parte del polmone destro sin da giovane, quando ha dovuto subirne l’asportazione a causa di un’infezione. Ultimamente, è una bronchite a costringerlo a cancellare alcuni impegni in agenda. Su tutti, spicca la rinuncia alla partecipazione personale alla COP 28, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in corso proprio in questi giorni a Dubai.

È però dall’esercizio delle sue funzioni di supremo pastore della Chiesa cattolica che, ovviamente, vengono a Francesco i maggiori problemi. Ne abbiamo parlato più volte e, con rammarico, siamo a farlo di nuovo. Perché come vedremo, quando il Papa rimuove un vescovo dalla sua diocesi (lo ha appena fatto con Joseph Strickland, a Tyler, in Texas), vuole dire che la Chiesa vive tempi ben difficili.

Scuotere la Chiesa alle fondamenta

Intanto, precisiamo perché la deposizione di un vescovo dalla sua sede è un fatto meritevole di riflessione. Forse i lettori ricorderanno che il Papa ha già privato qualche cardinale di alcuni diritti e certe prerogative. Attenzione, però: il cardinalato, per quanto consistente principalmente nell’esercizio dell’elettorato papale, è di per sé soltanto una carica ecclesiastica.

L’episcopato è un grado del sacramento dell’Ordine, quello più alto. Il vescovo, dopo l’Eucaristia, è il principale fattore della Chiesa (proprio nel senso di soggetto che la fa, che ne rende possibile l’esistenza), cioè la persona senza la quale non si dimora sulle orme di Cristo, indicate dagli Apostoli. La Chiesa è apostolica e il vescovo è il successore degli Apostoli. Il Papa stesso è tale siccome vescovo di Roma, successore di Pietro, capo del collegio apostolico. La dottrina del Concilio Vaticano II si è giocata molto sulla ripresa e la ricollocazione al centro di questo principio. La collegialità consiste nella valorizzazione del ministero dei vescovi al livello del governo centrale della Chiesa.

Pertanto, quando la Sede Apostolica arriva a rimuovere un vescovo dalla diocesi affidatagli, questo segnala la gravità della sua condotta, ma anche le tensioni esistenti nel corpo ecclesiale. Rimuovere un vescovo vuole dire toccare le radici, le fondamenta dell’edificio cristiano.

Il caso Gaillot

Non vorremmo, nondimeno, si pensasse che Papa Francesco sia il primo Pontefice a rimuovere dei vescovi diocesani. Chi dovesse, per semplice curiosità, prendersi la briga di fare una semplice ricerca online, s’imbatterebbe subito nel caso del presule francese Jacques Gaillot, scomparso quest’anno e vescovo di Évreux dal 1982 al 1995, sino appunto alla sua rimozione. Vicenda complessa, dalle coloriture se vogliamo vagamente opposte rispetto all’attuale caso del vescovo statunitense, ma comunque significativa. Gaillot non riusciva ad astenersi dal minare la compattezza visibile della comunità cristiana. Esercitava il ministero in modo marcatamente originale rispetto a quello del Papa Giovanni Paolo II e polemizzava senza sosta con la sua Conferenza episcopale, quella d’Oltralpe. La critica di Gaillot alla Santa Sede e all’episcopato francese, allora, era di stampo progressista, soprattutto in ambito morale e in campo politico.

L’ultima opposizione

La vicenda odierna di monsignor Strickland è per certi versi di segno opposto, presentandosi come critica “da destra”. Nel senso che il prelato statunitense si è distinto per un’ostentata opposizione nei confronti della pastorale dell’accoglienza di Papa Francesco, a dire di Strickland manifestata anche verso istanze moralmente molto problematiche, quali quelle dei transessuali, degli omosessuali, dei divorziati risposati civilmente e via dicendo. L’ormai ex vescovo di Tyler non si era limitato a non assecondare, per quanto di sua competenza, quest’orientamento pontificio; ma lo aveva pubblicamente additato (come si usa oggi, su X, già Twitter) come  capace di indebolire in radice il deposito della fede. In generale, il presule è attestato su posizioni giudicate conservatrici e pare non abbia dato corso nella sua diocesi al Motu proprio Traditionis custodes del 2021, con cui Francesco limitava la possibilità di celebrare l’Eucaristia secondo il Messale tridentino. È anche critico della scelta papale di potenziare la dimensione sinodale del governo della Chiesa universale.

L’indagine papale

La privazione della diocesi intimata al vescovo Strickland (questa la terminologia del Codice di diritto canonico, can. 416) è giunta all’esito di un procedimento usato ricorrentemente da Papa Bergoglio. Una visita apostolica condotta da due confratelli del vescovo “indagato”, poi la sua rimozione da parte del Pontefice, non prima di avergli concesso (invano) la possibilità di presentare la rinuncia. Come chiosa, una dichiarazione del presidente della Conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel Nicholas Di Nardo, che ha attestato come l’esito della visita abbia concluso per l’impossibilità di consentire la prosecuzione del mandato diocesano.

Decisione estrema

Si è detto che questa procedura è nelle corde di Francesco, ma, ripetiamo, un conto è applicarla nel caso di esponenti di istituti di vita consacrata (religiosi o secolari, clericali o meno), un altro conto è impiegarla nel caso di un vescovo diocesano. In qualche modo, privando un vescovo della sua sede, è come se il Papa segasse non un ramo, ma una delle radici della pianta che è la Chiesa. Deve, quindi, trattarsi di una decisione estrema quanto alle cause e alla ricorrenza. E, in effetti, un vescovo che bolla il magistero ordinario del Papa come lesivo del deposito della fede, è qualcosa di eccezionalmente grave, se le parole hanno un peso, cioè un senso corrispondente.

La Chiesa è di Cristo

In conclusione, conviene non fare di ogni erba un fascio. Tanto più che, negli ultimi giorni, si è vociferato di prossimi, possibili provvedimenti papali restrittivi a carico del cardinale Raymond Burke, altro prelato statunitense in polemica con Francesco (è uno degli estensori dei Dubia dottrinali). I cardinali sono una sorta di “dominio riservato” papale.

La rimozione di vescovi da parte del Papa, invece, è sintomo di un clima ecclesiale non buono. D’altra parte, un vescovo che accusa il Papa di fare il contrario di ciò che dovrebbe non è un segnale meno grave del medesimo segno. Il pontificato di Jorge Mario Bergoglio si conferma, a un secolo esatto di distanza, il più contrastato dopo quello di san Pio X (1903-1914), caratterizzato dalla lotta al modernismo. La Chiesa, però, è di Cristo e Cristo è di Dio (1Cor 3, 23): questa parola dell’apostolo Paolo aiuta a relativizzare problemi e timori.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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