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Caso Navalny: tutti contro Putin, ma…

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Caso Navalny: aumenta la pressione sulla Russia di Vladimir Putin da parte di Germania, Ue e Nato per l’avvelenamento dell’oppositore russo. Angela Merkel, a sua volta incalzata in patria perché approfitti dell’occasione per rifarsi dell’onta dello spionaggio hacker subito 5 anni fa, è tentata dalla rivalsa. Potrebbe congelare il progetto North Stream 2, contrastato a testa bassa dagli Usa e dagli ex satelliti sovietici del disciolto Patto di Varsavia.

Non è detto, però, che vada a finire così. Non solo perché non è facile mandare all’aria un’infrastruttura di così grande valore economico e strategico. È anche una questione di corretta valutazione delle circostanze e, ovviamente, di rapporti di forza. Non è sicuro, infatti, né che ci sia direttamente il Cremlino dietro l’attentato di Omsk, né che la Russia possa essere apertamente redarguita per le modalità con cui regola il dissenso al suo interno. O, quantomeno, che possa essere piegata su questo punto senza adottare una strategia ancora più assertiva, ma difficilmente praticabile.

Navalny, una vita da dissidente sul filo del rasoio

Cominciamo riepilogando la vicenda di Alexsey Navalny. E ricordiamo anzitutto che il 44enne attivista e blogger russo è da oltre un decennio uno dei principali oppositori di Putin. Il versante politico interno su cui si abbattono le critiche sferzanti del suo “Partito democratico del Progresso” è quello della corruzione. Al punto da aver sostenuto che sotto la presidenza  Putin il fenomeno criminoso sarebbe assurto in Russia addirittura a sistema.

Con queste premesse, è facile comprendere come la posizione di Navalny di fronte ad un regime forte come quello moscovita risulti sempre alquanto precaria. Infatti, ha già subito tre arresti (nel 2017) e qualche condanna; per lo più ritenuta in ambito internazionale come ispirata da prevalenti motivazioni politiche. A riprova della sua permanente collocazione sul filo del rasoio, non dimentichiamo che un suo compagno di avventura politica, Boris Nemcov, è stato freddato in circostanze mai del tutto chiarite a Mosca nel 2015.

L’avvelenamento

Lo scorso 20 agosto, Navalny si è sentito male sul volo che lo stava conducendo da Tomsk (Siberia) a Mosca. L’equipaggio del volo di linea ha effettuato un atterraggio di emergenza ad Omsk, dove l’uomo politico è stato ricoverato d’urgenza in rianimazione tossica. I sospetti sono subito corsi ad un possibile avvelenamento. Sono occorse 48 ore prima che le autorità sanitarie (ed è facile immaginare anche quelle politiche) acconsentissero alla richiesta della famiglia e dei leader europei per il trasferimento del paziente a Berlino. Mentre i medici russi avevano escluso espressamente la compatibilità della patologia con un’intossicazione dolosa, quelli tedeschi hanno tratto la conclusione opposta.

Anzi: l’avvelenamento, secondo le loro analisi, sarebbe avvenuto proprio a mezzo del temibile Novičok, l’agente nervino di concezione sovietica e russa. Si tratta della stessa sostanza con cui ha rischiato di morire Sergei Skripal, l’ex agente russo accusato di tradimento a favore del Regno Unito e avvelenato a Salisbury poco più di 2 anni fa.

Le condizioni di Navalny sembrano confortanti, al momento. È delle scorse ore la notizia che i medici della Charité lo hanno fatto uscire dallo stato di coma indotto. Ma solo il tempo potrà dire quali danni permanenti abbia riportato. Purtroppo, infatti, non risulta vi siano cure risolutive delle conseguenze che la sostanza tossica, 10 volte più potente dei comuni nervini, è capace di indurre.

La Germania alza la voce, ma Mosca ostenta tranquillità, e gli Usa…

La Germania, con una nettezza sconosciuta alla sua diplomazia dell’intero secondo Dopoguerra, pretende apertamente spiegazioni dal Cremlino. Ha già detto, per bocca della cancelliera e del ministro degli Esteri Heiko Maas, che solo il governo russo può chiarire la dinamica dei fatti.

Angela Merkel ha parlato pubblicamente di inequivocabile volontà di ridurre al silenzio Navalny. E ha direttamente ricollegato l’attacco subito dal blogger alla minaccia ai valori e ai diritti fondamentali, che la Germania e l’Unione Europea sostengono. Berlino si trova da luglio nel semestre di presidenza del Consiglio Ue.

Da parte russa si ostenta tranquillità e ci si permette anche qualche battuta. Come la dichiarazione del vicepresidente della Commissione esteri della Duma, Aleksei Chepa, in risposta alla richiesta di apertura di un’indagine indipendente internazionale, avanzata dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Chiedano ad americani e britannici, ha detto, che il Novičok a differenza di noi lo producono. Mentre il portavoce di Putin, Dimitri Peskov, ribadendo l’estraneità del governo russo all’attentato, bolla come assurdo ipotizzare rappresaglie sul North Stream 2.

Non trascurabile, sul piano delle reazioni internazionali, la fugace dichiarazione sul tema del presidente statunitense Donald Trump. Per ora non abbiamo visto le prove delle accuse contro la Russia, ha detto. Aggiungendo che sarebbe meglio occuparsi dalla Cina. Difficile immaginarsi il tycoon che, prima di prendere una posizione anche generica, attende di approfondire tutti gli aspetti del dossier. O sta virando verso una forma di leadership più tradizionale, ovvero più probabilmente pensa che la Cina sia un argomento di maggior presa elettorale.

Qualcuno prova a forzare dall’interno la mano a Putin?

Riesce difficile credere che le morti per avvelenamento, ovvero per esecuzione a mano armata senza apparente movente di diversi dissidenti russi siano casuali. Finché si parla di spie (come Aleksandr Litvinenko, assassinato nel 2006 col polonio-210), il rischio estremo è comunque un incerto del mestiere. Ma quando si tratta di esponenti politici come Navalny, ovvero di giornalisti come Anna Politkovskaja, il discorso è diverso. La lotta politica non dovrebbe più trascendere certi limiti.

Risulta difficile, però, anche non farsi la domanda del “Cui prodest?”. Davvero Putin aveva interesse a provocare la comunità internazionale per eliminare un dissidente sì notissimo, ma ancora incapace di minacciarne seriamente la permanenza al potere? Ecco allora affacciarsi la possibilità che l’iniziativa sia stata presa da frange di apparati militari e d’intelligence e da oligarchi, intenzionati a forzare la mano dello zar in qualche direzione.

Vorrebbe dire, però, che il regime personale dell’ex ufficiale del Kgb comincia a perdere colpi. Conviene coltivare questo dubbio, come un sano ammonimento circa il fatto che anche il potere più forte incontra delle limitazioni. Le stesse che, forse, impediranno alla Merkel di battere un colpo di orgoglio e privarsi del conveniente gas russo via North Stream 2.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

1 commento

  1. Analisi ineccepibile. Personalmente, sono convinto che i governi occidentali abbiano avvelenato quest’uomo (che ha sì e no il 2% del consenso popolare) per provocare Putin e gettare il solito fumo negli occhi dell’ormai ebete opinione pubblica nostrana. Bene Trump che dimostra altre priorità.

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