Donald Trump: la sua Amministrazione ha pubblicato nei giorni scorsi la Strategia per la sicurezza nazionale. Si tratta di un documento di una trentina di pagine alla cui stesura ha atteso lo staff della Casa Bianca insieme ai funzionari dei Dipartimenti interessati (Stato e Difesa su tutti) e naturalmente dell’intelligence (Cia). Leggendolo, si ricava l’opinione che gli Stati Uniti hanno di sé in rapporto al resto del mondo e viceversa. Non ne emergono particolari novità, salvo un’esplicita incursione negli affari interni (assetti politici) dei Paesi dell’Unione europea, che ha fatto parecchio scalpore al di qua dell’Atlantico.
I commenti continentali si sono appuntati anche sul pragmatismo con cui la Strategia sembra considerare quelle che corrono sotto il nome di autocrazie, principalmente Cina e Russia. In sostanza, si depreca dalle nostre parti che, anziché scomunicare gli avversari (come facevano i Pontefici con i «nemici dell’uman genere» nella Chiesa precedente al Vaticano II), la Casa Bianca si limiti a prendere atto della loro influenza e dei loro stili. Per contro, l’Europa si sente troppo severamente stigmatizzata, dimenticando nella migliore delle ipotesi che si correggono quelli ai quali si vuole bene e, nella peggiore, che il ruolo di “Papà Gambalunga” agli Usa lo stiamo ostinatamente e quasi disperatamente riconoscendo proprio noi anche oggi.
Realismo politico: un peccato imperdonabile
Il principale difetto che, pur senza dirlo apertamente, viene rimproverato alla Strategia trumpiana è d’ispirarsi rigorosamente al realismo politico. Ora, anche ammesso e non concesso che si possa sbrigativamente liquidare una personalità come quella dell’attuale presidente degli Stati Uniti come negativa, nemmeno questo consentirebbe di chiamare sbagliato qualcosa di giusto che anch’egli dica. Mettiamola così, allora: andiamo a prestito, com’è ormai un’abitudine per i nostri lettori, da una personalità positiva ad ampio raggio e storica sotto ogni punto di vista, quella del generale de Gaulle. L’allora presidente francese ebbe a dire, nella conferenza stampa del novembre 1967: «A seconda che si tenga o meno conto della realtà, la politica può riuscire un’impresa feconda, ovvero una vana utopia». Nemmeno un sindaco musulmano progressista della Grande Mela potrebbe, ridendo o anche restando serio, dare del fascista a de Gaulle!
Il primato delle Nazioni
A pagina 9 della Strategia, il 5° dei 10 principi basici ai quali la medesima si dice ispirata è così definito: primato delle Nazioni. E si esordisce perentoriamente in tal modo: «L’unità politica fondamentale del mondo è e rimarrà lo Stato-nazione». È chiaro, poi, che quando poco più avanti si dichiara che gli Usa si battono per i diritti sovrani delle Nazioni contro le incursioni delle più invadenti Organizzazioni transnazionali, la suscettibilità dell’Unione europea, dei suoi apparati e dei loro zelatori a qualunque costo si sentono specialmente provocate.
A parte il fatto che l’Ue è qualcosa di diverso da una comune Organizzazione internazionale, le considerazioni della Strategia Usa ci riportano al nodo irrisolto del Vecchio continente: l’Unione europea è potenzialmente capace di diventare uno Stato federale? Trump dice soltanto che lo Stato-nazione si conferma insuperata forma politica fondamentale. Siamo noi a doverci rendere conto che gli Stati Uniti d’Europa come gli Stati Uniti d’America non si possono fare. E che, inseguendo vanamente questa chimera, abbiamo malauguratamente deviato dalla linea tracciata dai Sei Paesi fondatori, distruggendo quel poco che avevamo all’inizio per ritrovarci adesso con niente o quasi di buono.
Trump pro domo sua e noi…
Tutta la Strategia statunitense è “Cicero pro domo sua” e, siccome si presenta apertamente come tale, si considera autorizzata ad ostentare i soliti cahiers de doléances statunitensi verso gli alleati, trascurando le corresponsabilità americane per come sono andate e vanno ancora alcune cose. Compreso, del resto, il tipo d’integrazione europea senza senso appresso al quale ci affanniamo da mezzo secolo a questa parte.
Quanto alla lamentela americana più nota (già di Obama e Biden, prima che di Trump), quella per le spese militari, l’ambizione a stelle e strisce va riassunta così: dopo 80 anni passati a spendere poco e decidere nulla, gli Stati europei comincino a pagare di più per contare ancora nulla. E tutti i nostri governanti, risoluti a spiegarci che questo è non solo ciò che faremo, ma pure ciò che dobbiamo fare? Se Trump è negativo, i nostri cosa sono, pessimi? Trump parla per l’America e i nostri pure! Siamo seri quando denunciamo il sovranismo americano, mentre lo facciamo nostro da italiani, tedeschi, francesi e tutti insieme da europei? I tedeschi hanno visto saltare per aria il gasdotto con la Russia e l’Italia si è rimangiata la Via della Seta con la Cina in nome di quale interesse, quello europeo?
Allora, tra tutti i commenti scontati dopo la pubblicazione dell’Amministrazione americana, lodiamo l’osservazione critica di Giuseppe Gagliano su analisidifesa.it, che denuncia una non modesta contraddizione nella Strategia. L’abiura degli Usa gendarmi del mondo in nome di America First, che sembrava preludio di una ricalibratura globale in ottica multipolare, si rivela nient’altro che una versione più dura e cruda dell’universalismo americano. Quello che va bene agli Usa, il mondo deve farselo andare bene a propria volta: ci sono forse meno probabilità che lo faccia, ma tant’è.
Non solo Europa
Molti altri temi importanti per gli States sono trattati dal documento della Casa Bianca, tutti di costante attualità. Il ribadimento della priorità per gli Usa del Continente americano (Emisfero occidentale), esplicitato come corollario Trump della dottrina Monroe di inizio ‘800 e attestato plasticamente dalla quasi-guerra col Venezuela di Maduro. Il contenimento della Cina nel Pacifico, sperando che i Paesi di quell’area si acconcino come gli Europei il più possibile al decoupling con Pechino, anziché giocare sulla competizione con Washington. Il prevedibile basso profilo sul Medioriente, rispetto al quale le buone intenzioni di normalizzazione e una volta di più di realismo (abbandono dell’idea di esportarvi valori e regimi) devono sempre cedere il passo quando c’è di mezzo Israele. Una visione tutto sommato consueta dell’Africa come oggetto d’interesse affaristico, anziché come insieme di partner dei quali promuovere la responsabilità.
Dalla parte di Mosca?
Certo, il capitolo Europa è quello che fa più rumore. Nei commenti italiani, l’attenzione è focalizzata sulle critiche nei suoi confronti di stampo sovranista (imputate al vicepresidente di Trump, J. D. Vance), mentre a noi sembra particolarmente rimarchevole soprattutto la trattazione della questione dell’Ucraina e della Russia sul versante europeo. Washington sembrerebbe apertamente dalla parte di Mosca, come quando si legge: «L’Amministrazione Trump si trova ora in contrasto con funzionari europei che sostengono visioni irrealistiche sulla guerra, spesso alla guida di governi instabili e minoritari che reprimono l’opposizione politica e violano principi democratici di base». La Strategia, però, finge di non sapere che la Russia come nemica è un comandamento americano, la cui trasgressione è punita nei Paesi europei con la marginalizzazione e una sostanziale censura. Nelle province dell’Impero funziona così.
Non sopravvalutare, ma non snobbare
In conclusione, la Strategia di sicurezza nazionale Usa firmata da Donald Trump è un testo rilevante, ma la cui importanza non va comunque sopravvalutata. Il realismo a cui è chiaramente ispirata trova un limite nella pretesa della centralità globale assoluta degli States, che già oggi è insidiata e in parte ridotta.
I ceffoni rifilati all’Unione europea bisogna saperli interpretare, distinguendo tra il consueto egotismo americano, le preferenze politiche dell’attuale Amministrazione e il mentovato realismo. In particolare, sull’immigrazione massiccia e la perdita dell’identità europea, è difficile dare torto a Trump. E a quanti dicono che gli Usa sono un Paese di immigrati, bisogna ricordare che all’inizio erano una terra da conquistare e che presto hanno maggiormente richiesto l’adempimento di doveri anziché riconoscere il godimento di diritti a quanti vi affluivano. Da noi, oggi funziona (per modo di dire) all’opposto.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







