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Partito democratico: le ultime carte da giocare per non sparire nell’irrilevanza

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Da sinistra, in senso orario: Paolo Gentiloni, Nicola Zingaretti, Carlo Calenda, Beppe Sala

Partito democratico verso l’assemblea del 7 luglio, tra batoste elettorali e nodi politici irrisolti. Potrà anche essere vero che il risultato dei ballottaggi delle ultime amministrative non sia stato esattamente la débâcle descritta come tale da tutti. Ma alcuni dati assolutamente negativi sono ineludibili. Il crollo del numero dei comuni amministrati, tra quelli in palio: da 17 a 5. La perdita di storiche roccaforti elettorali della sinistra, alcune resistenti dal dopoguerra: Siena, Pisa, Massa Carrara e Imola. Il trend che si conferma negativo ininterrottamente da 3 anni, in ogni genere di consultazione: referendum costituzionale, politiche, amministrative.

Immobilismo e leadership

Ma a sconcertare di più elettori, militanti e osservatori è l’esitazione a reagire, manifestata da quello che era l’ultimo partito rimasto in Italia. Il Pd stenta perché è troppo assorbito dalle dinamiche interne, ovvero la sua crisi è più profonda? E quale via prenderà: Zingaretti, Calenda, Gentiloni, o magari una rinnovata stagione di civismo con Beppe Sala? Partiamo, però, dai risultati ancora caldi di domenica 24 giugno.

Poiché è stato innegabilmente il centrodestra a trazione Salvini il vincitore dell’ultima tornata amministrativa, a perdere è stato il Pd. Come, di fatto, anche i 5 Stelle. Solo che, vuoi per lo scarso radicamento territoriale, vuoi per il fatto che sono al governo con la Lega, i grillini con il loro modesto risultato fanno meno notizia.

Ci sono, poi, anche i pochi dati in contro-tendenza per i Democratici. Ad esempio, i successi di Brescia, Ancona, Teramo, Brindisi, Trapani e Siracusa. E, soprattutto, i due grandi municipi di Roma (III e VIII), dai quali è stato lanciato un allarme alla giunta di Viginia Raggi. Non pare rilevante, invece, ai fini di una mitigazione del giudizio sui risultati del Pd, la considerazione dell’astensione (54%). Quest’ultima colpisce praticamente tutte le formazioni, oggi, in tempi di estrema volatilità dell’elettorato. Il fatto che affligga anche la sinistra, che a lungo ne è stata immune, costituisce piuttosto un’aggravante per la sua classe dirigente.

Segreteria in ostaggio

Veniamo alle prospettive che si aprono davanti al Pd; o meglio: che i suoi responsabili dovrebbero cercare di aprirgli. Gli aspetti del problema sono due. Il primo è di tipo formale, quasi una cornice dei contenuti politici veri e propri. Il secondo, per l’appunto, è sostanziale e attiene alla linea da tenere e ai programmi da portare avanti.

Per quanto riguarda la forma, conviene partire da un dato estremamente curioso e rivelatore. Le dimissioni di Matteo Renzi dalla segreteria, infatti, risultano ancora congelate, come confermato dall’assemblea nazionale del 19 maggio scorso. In altri termini: dal 12 marzo, quando il presidente del partito Matteo Orfini ha dato lettura in direzione della rinuncia del Fiorentino, il Pd propriamente è senza guida. Certo, sempre quel 12 marzo i Dem hanno riconosciuto alla propria testa Maurizio Martina, già ministro con Renzi e Gentiloni. Ma si tratta, appunto, di un reggente. Si disse, allora, che si sarebbe trattato di una soluzione provvisoria, utile a consentire la partecipazione alle consultazioni al Quirinale. Si è avuto conferma che, in Italia, il provvisorio tende parecchio alla permanenza.

L’ennesima mediazione?

Fino a qualche giorno fa, l’ipotesi che andava per la maggiore in vista dell’assemblea del 7 luglio consisteva nell’elezione di Martina a segretario. Rinviando ancora il congresso a data da destinarsi e, magari, scavallando anche le elezioni europee del 2019. Poi, l’aperta discesa in campo di Nicola Zingaretti per la poltrona di Largo del Nazareno ha rimescolato le carte. Acque agitate anche a causa del manifesto presentato da Carlo Calenda, tendente a un non ben definito “fronte repubblicano”, che vada oltre il Pd contro il populismo. Sicché, ha ripreso consistenza la richiesta di anticipare le primarie (il congresso consiste in questo), al più tardi all’inizio dell’anno. Infine, i maggiorenti (Franceschini, Orlando e Delrio) hanno proposto l’ennesima mediazione: Martina segretario, ma espressamente a tempo.

Autocritica e ricerca d’identità

Resta l’aspetto sostanziale, cioè cosa pensi occorra fare il Pd, incalzando il governo dalla scomoda sponda dell’opposizione. Qual è, insomma, la proposta politica del Partito democratico? Non è facile dirlo. Tanto più che, al riguardo, ci si arrovella da tempo e invano dentro il Nazareno e negli ambienti a esso vicini.

Azzardiamo, però, una considerazione. Un conto è prendere atto delle sconfitte e guardarsi bene dal dare anche lontanamente l’impressione di rimproverarne gli elettori. Un altro conto è pensare che una linea politica sia sbagliata solo perché non è stata premiata. Gli errori riconosciuti – e il Partito democratico ne ha senz’altro commessi diversi, fin dalle sue origini – vanno corretti. Ma restare in balia delle vittorie altrui (altro nome delle proprie sconfitte) evidenzia un difetto di personalità. Prima di suggerire la via all’Italia, il Pd deve ritrovare – o, forse, scoprire – se stesso. Che ci riesca, al di là delle appartenenze, è nell’interesse del sistema-paese.

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