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Giorgia Meloni: la lezione sarda sarebbe volare più alto, ma…

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Giorgia Meloni ha preso la sua lezione sarda. L’elezione dell’esponente 5 Stelle (sostenuta dal Pd) Alessandra Todde a presidente dell’isola, al termine di un estenuante testa a testa con l’avversario della maggioranza uscente di centrodestra Paolo Truzzu, può senz’altro avere una portata d’insegnamento per la leader di Fratelli d’Italia.

La presidente del Consiglio è esperta in appunti, tanto da essersi ispirata a questa tecnica di studio per intitolare una rubrica social. Le lezioni sono molto utili: fanno risparmiare tempo e agevolano l’apprendimento, oltre a mettere a contatto diretto con i docenti. Gli appunti delle lezioni sono il passe-partout degli esami: a condizione, beninteso, che vengano presi bene. Tanti, a scuola e all’università, prendendo appunti fanno come gli amanuensi, ma pochi mirano all’essenziale o, comunque, sanno ricavarlo. Meloni sarà tra questi, o tra gli altri?

Giusto fare campagna elettorale alle Regionali? 

La politica, come gli studi, dipende dal livello a cui ci si attesta. C’è la politica degli specialisti, cioè il gioco politico. E c’è la politica come determinata visione delle cose e del Paese. Giorgia Meloni proviene dal primo ambito: può dimorarvi, ovvero cambiare.

Nel caso delle regionali sarde, è rimasta nell’ambito tradizionale. Vista la bocciatura all’esame, se ne ricava che aveva preso male i suoi appunti. Quali sono stati i suoi errori? Anzitutto, la partecipazione in prima persona alla contesa amministrativa. Il regionalismo italiano, anche se la chimera federalista dovrebbe essersi finalmente diradata, perde sovente di vista le proporzioni. Le Regioni sono parte della Repubblica, ma non sono sullo stesso piano dello Stato.

Quando un capo del governo, sia pure nella contemporanea veste di leader politico nazionale, va alla disfida elettorale di Cagliari, aggrava il super-ego regionale e si espone, per converso, a falli di reazione perfettamente comprensibili. Cosa vuole, Meloni? Non ci contendiamo il Parlamento, ma il Consiglio regionale. Pensi ai problemi nazionali: ecco un campionario dei pensieri che possono essersi affastellati nella testa degli elettori isolani.

Gli errori sul candidato 

Altro errore di Meloni: la scelta del candidato. Un’opzione tra le fila del suo partito, che la presidente del Consiglio ha fatto personalmente e rivendicato pubblicamente.

Peccato che il prescelto Truzzu, attuale sindaco di Cagliari, sia agli ultimi posti della graduatoria dei consensi dei sindaci dei capoluoghi italiani. Se a questo aggiungiamo che la coalizione capitanata da Fratelli d’Italia, in Sardegna, non ha ripresentato il presidente uscente Christian Solinas (pure rieleggibile) perché, chiaramente, l’evidenza deponeva per un giudizio popolare non lusinghiero nei confronti della sua amministrazione, il gioco è fatto.

Truzzu ha perso oltre 5mila voti delle liste dei partiti che lo sostenevano e il peggio di sé, come candidato presidente, lo ha dato proprio a Cagliari, la città di cui è primo cittadino uscente. Qui, infatti, ha perso per 13mila voti, quando la conta totale isolana lo ha visto soccombere per meno di 3mila suffragi. C’è poco da dire: si è trattato di un rifiuto personale nettissimo.

Invidie e gelosie

Come capo della coalizione di centrodestra, Meloni ha il problema dell’irresistibile narcisismo delle sue componenti. Gelosia che la crescita abnorme di FdI, passata dal 5% a poco meno del 30% ne giro di pochi anni, fa trascolorare quasi in isterico controcanto, specie nel caso della Lega, che ha fatto il percorso esattamente inverso a quello degli eredi di An.

Forza Italia, che continua a rappresentare gli interessi della famiglia Berlusconi e l’aggancio con il popolarismo europeo, è un po’ più tranquilla, ma rivendica la propria autonomia e, del resto, era pur sempre la formazione regina ai tempi del Cavaliere. Ricordate il discorso degli ambiti, in particolare quello degli specialisti della politica, che abbiamo ribattezzato gioco politico? Ebbene, se la politica dovesse essere un gioco, tutti avrebbero diritto di divertirsi. È quanto fanno, a destra come a sinistra, i partiti in regime di coalizione.

Il problema della classe dirigente

La presidente del Consiglio ha poi un problema di personale politico a livello nazionale e, a quanto pare, anche di personale amministrativo a livello territoriale. Il discorso per cui i consensi espressi al suo partito sarebbero da imputare a lei personalmente fila per il Parlamento, non in giro per l’Italia.

La prova sarda è solo l’ultima non superata. Come dimenticare l’approssimazione nella scelta dei candidati a sindaco di Roma e di Milano, nel 2021? In concomitanza delle Europee del prossimo giugno, è prevista una rilevante tornata amministrativa, con 29 capoluoghi di provincia chiamati a eleggere il primo cittadino, tra cui spiccano Bari, la stessa Cagliari e soprattutto Firenze. La maggioranza nazionale punterà sul “Papa straniero” per la città medicea? Senza dimenticare che quest’anno si rinnovano pure le amministrazioni di altre 4 Regioni: Basilicata, Abruzzo, Umbria e Piemonte. Le noci da rompere, tra riconferme o meno degli uscenti e pendenza della questione del terzo mandato, non sono poche.

L’urgenza della riforma istituzionale

Concludiamo con l’altro modo di intendere la politica, l’ambito dal quale Giorgia Meloni si tiene tuttora lontana. Questo passa, evidentemente, per il cambiamento istituzionale. E qui, ahinoi, dovremmo ripetere un discorso già fatto. La riforma dell’ordinamento repubblicano nella Costituzione non può essere una voce tra le varie ed eventuali del programma di governo. Addirittura, sembra quasi il vessillo di uno solo dei partiti di maggioranza, sia pure quello di maggioranza relativa.

La proposta iniziale, che corre già invariabilmente sotto il nome di «premierato», è stata sottoposta a un maquillage indispensabile alla sua intellegibilità formale. Si risolve nel tentativo di escludere esplicitamente la possibilità dei cosiddetti governi tecnici e vincolare la formazione delle maggioranze al responso elettorale. I più benevoli tra i critici invocano il corollario del doppio turno, indispensabile alla sinistra per fare convergere l’attuale qualunquismo pentastellato. Peccato dimentichino di dire che, parlandosi di premier, nel Regno Unito il turno è unico.

Non è questo il problema, comunque. I nodi irrisolti, tutti praticamente, li abbiamo già additati in passato. Se avesse voluto, Meloni si sarebbe proposta di affrontarli prioritariamente e in modo diverso. Giorgia, invece, resta immersa senza apparente disagio nel gioco politico: a questo giro sardo si sono divertiti (moderatamente) gli altri, ai prossimi si vedrà.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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