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Trump: pornostar, conigliette e traditori avvicinano l’ora dell’impeachment

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Trump: continua l’accerchiamento giudiziario del presidente degli Stati Uniti. E l’arma dei processi si conferma assolutamente ordinaria, nell’ambito della lotta politica americana. È un fatto che faremmo bene a ricordare, quando ci sorprendiamo degli scontri fra politica e giustizia in Italia.
Cominciamo, però, dalla cronaca statunitense, perché gli ultimi giorni sono stati ricchi di cattive notizie per “The Donald”. Quanto cattive potranno dirlo solo il tempo e soprattutto gli americani con il loro voto alla tornata elettorale di midterm il prossimo 6 novembre.

Le braci sotto la cenere

Paul Manafort, storico lobbista statunitense e per breve tempo capo della campagna elettorale di Donald Trump, ha incassato una condanna. Una giuria della Virginia lo ha riconosciuto colpevole di 8 capi d’imputazione. Si tratta di reati fiscali e finanziari. L’inchiesta è stata condotta da Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate.

Di per sé, la cosa non tocca Trump. Ma il fatto che Mueller abbia mantenuto la conduzione dell’accusa anche in questo caso la dice lunga sulla sua determinazione a braccare il presidente. Il quale si è affrettato a esprimere solidarietà a Manafort, per non aver ceduto tirandolo in ballo. Rimangono in piedi, infatti, anche altri capi d’accusa a carico del lobbista: cospirazione contro gli Usa e ostruzione della giustizia. Questi ultimi si riferiscono all’inchiesta sul Russiagate. E alimentano i sospetti della consapevolezza di Trump circa l’opzione della Russia in suo favore contro Hillary Clinton.

Relazioni pericolose 

Guai ancora maggiori per il tycoon da Michael Cohen. Avvocato personale di Trump, era il risolutore dei suoi problemi personali più scottanti. Era lui a far scendere l’oblio su quanto era meglio non si sapesse. Davanti a una corte federale di Manhattan, Cohen si è dichiarato colpevole (in cambio di uno sconto di pena) per violazione della disciplina sui finanziamenti elettorali. Ha affermato di aver pagato la pornostar Stormy Daniels e l’ex coniglietta di Playboy Karen McDougal, in nome e per conto del suo capo, affinché non raccontassero di vecchie relazioni tra loro e l’attuale presidente. E di averlo fatto attingendo ai fondi della campagna per il candidato repubblicano.

Interrogatorio da evitare

Trump, dopo il tradimento di Cohen, si è visto costretto ad ammettere le circostanze pruriginose. Ma ha negato di aver stornato fondi dalla campagna per la Casa Bianca, sostenendo di aver scucito di tasca propria. Verrà creduto? Per il momento non è urgente fornirne la prova, perché è diffusa opinione tra i giuristi che il Presidente in carica non possa venire processato. Ma potrebbe essere interrogato da Mueller e, in quella sede (che finora il tycoon ha esorcizzato in tutti i modi), potrebbe contraddirsi o peggio ancora mentire. A quel punto, nessun risvolto potrebbe essere escluso, compresa la stessa cacciata dal 1600 di Pennsylvania Avenue.

Trump: da sodali ad accusatori 

Altre due tegole si sono poi abbattute a stretto giro sul celeberrimo ciuffo di Trump. Il capo dell’ufficio finanziario della Trump Organization, Allen Weisselberg, ha ottenuto l’immunità dagli inquirenti federali del distretto newyorchese. In cambio, in pratica, della collaborazione utile a provare le menzogne del tycoon sui pagamenti effettuati tramite Cohen alla Daniels e alla McDougal. A quanto pare, i pagamenti sarebbero stati effettuati con fatture non solo false, ma anche gonfiate per truffare il fisco. Niente male, ove fosse provato, per un aspirante presidente.

Infine, un altro amico di Trump, l’editore David Pecker si è accordato per l’immunità con gli inquirenti. In cambio, ha rivelato di aver avuto un ruolo nell’insabbiare la storia della McDougal. Ne aveva fatto acquistare l’esclusiva dal suo tabloid “National Enquirer”, per non pubblicarla e tacitare la protagonista coi soldi fatti avere da Cohen.

L’ombra dell’impeachment

Per capire come funzioni l’assedio alla Casa Bianca, bisogna pensare a tre fronti. Due, laterali, sono quelli giudiziari in senso stretto e non coinvolgono direttamente Trump. Un terzo, centrale, è politico e mira a screditare il tycoon presso l’opinione pubblica, così da infondere il coraggio necessario ai democratici per tentare l’impeachment al Congresso.

Gli aggiramenti sono strumentali a fiaccare la capacità di resistenza dell’assediato al centro, ove si spera possibile uno sfondamento. E al centro c’è l’inchiesta sul Russiagate condotta da Mueller. Si cerca, insomma, di corroborare la credibilità delle accuse di combutta con il nemico, presentando Trump come un bugiardo e un disonesto a tutto tondo. Ma bisognerà vedere se la manovra riuscirà. E potrebbe riuscire, ipoteticamente peraltro, in un caso solo: se i democratici dovessero conquistare il controllo della Camera, nelle elezioni del 6 novembre. A quel punto, starebbe a loro provare a convincere i 2/3 del Senato che Trump va mandato a casa. E sfidare la popolarità dei risultati economici dell’amministrazione repubblicana in carica.

Un’ultima annotazione a uso italiano. Procuratori speciali, immunità per rei confessi in cambio di dichiarazioni che inguaiano il presidente. E quest’ultimo che minaccia di licenziare il ministro della Giustizia (perché non lo difende) e di graziarsi da solo. La giustizia è politica ovunque, allora. A differenza che da noi, altrove c’è solo meno ipocrisia ad ammetterlo.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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