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Trump un anno dopo: tutte le sconfitte del presidente

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Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d'America (foto Patrick Kelley).

Donald Trump, un anno dopo. L’8 novembre 2016 Donald Trump sconfigge Hillary Clinton e diventa il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Passati 12 mesi, si può tentare un primo bilancio. Ad oggi, i sondaggi sulla popolarità del presidente sono in picchiata: il gradimento è solo del 38%. Peggio di tutti i suoi predecessori dopo un anno alla Casa Bianca.

Il tycoon in politica

Non dimentichiamo, però, le singolarità che hanno accompagnato l’elezione del tycoon. Il suo stile comunicativo, politicamente scorretto. La nomination repubblicana, contrastata come non mai. Il fatto che Trump abbia prevalso nel voto ponderato dei grandi elettori, soccombendo rispetto alla Clinton nel voto popolare. Per non dire della sorpresa, americana e non solo, di vedere candidato alla presidenza un uomo tanto ricco. E il conflitto d’interessi? Scopriamo così che, anche negli States, come ovunque nel mondo, conta più la coscienza civile e sociale della legge scritta. Detto questo, passiamo in rassegna i fronti caldi di quest’anno, vissuto spesso sopra le righe.

Trump: l’assalto all’Obamacare

Make America great again”. Con questo slogan che lo ha condotto fino a Washington, nessun dubbio che Trump avrebbe privilegiato gli affari interni. I risultati, quasi dodici mesi dopo, non sono lusinghieri. Anche perché, forse per un riflesso condizionato della comunicazione, il presidente ha trasmesso l’idea di voler demolire l’eredità di Obama. Non ci è riuscito. Il fallimento più grave è senza dubbio sulla riforma sanitaria. Il Congresso, pur dominato dai repubblicani, dopo molte discussioni non ha abrogato l’Obamacare, come invece la Casa Bianca avrebbe voluto. Trump, allora, è ricorso a un ordine esecutivo, per ridurre i sussidi federali alle assicurazioni. Intanto, però, il mancato smantellamento della legge di Obama evidenzia le divergenze tra presidenza e congresso. E scontenta la base repubblicana.

Niente bando ai musulmani…

Gli ordini esecutivi, tipico strumento autoritativo del presidente, non sono valsi a Trump nemmeno per imporsi sul terreno dell’immigrazione. Il “Muslim ban”, recante il divieto d’ingresso negli Usa per i cittadini di Paesi a maggioranza islamica, è stato affossato dai giudici. Le successive versioni, più sfumate nell’ostilità religiosa e meno grossolanamente semplificate, non è detto abbiamo maggiore fortuna davanti alle corti federali. Il presidente gira la cosa a proprio favore, elettoralmente parlando, presentandosi come vittima dell’establishment. Ma il programma del tycoon, ammesso che egli ne abbia mai avuto uno, di questo passo non farà strada.

…e il muro con il Messico?

Non si è più saputo niente, o quasi, anche del muro al confine con il Messico. È stato un must della campagna dell’anno scorso. Per adesso, siamo allo studio di 8 prototipi, costati 120 milioni di dollari. Quanto alla promessa che le spese le avrebbero sostenute i Messicani, si profila un’altra delusione. L’Amministrazione ha chiesto al Congresso 1,5 miliardi di dollari per finanziare l’impresa.

Il taglio delle tasse

E l’economia? Terreno obbligato per chi come Trump è diventato repubblicano al tempo di Ronald Reagan, si conferma in buono stato. Ma si tratta, appunto, di una tendenza in atto già prima dell’Inauguration Day del 20 gennaio scorso. E il dollaro resta deboleGli analisti sono abbastanza concordi, specie per quanto riguarda il mercato azionario. Passato l’effetto rialzista dei primi mesi dall’insediamento, Wall Street è tornata a seguire le dinamiche della produzione. Vedremo, quando il programma del tycoon di drastica riduzione delle tasse approderà a Capitol Hill, che effetto produrrà, ove approvato. Intanto, giovedì scorso, il presidente ha nominato il nuovo capo della Federal Reserve, Jerome Powell. È probabile che si aspetti da lui un rialzo al rallentatore dei tassi d’interesse.

L’ombra del Russiagate

In conclusione, possiamo dire che i primi 12 mesi di Donald Trump dall’elezione alla Casa Bianca sono stati avari di successi. In politica estera, l’attivismo russo e l’attendismo cinese non aiutano il Presidente. Il pericolo più grave, però, viene pur sempre dal fronte interno. Si chiama Russiagate, l’inchiesta sui tentativi di Mosca d’influenzare l’elezione di The Donald. Le indagini del procuratore speciale Mueller vanno avanti e fanno cadere le prime teste. L’impeachment resta difficile, perché bisognerebbe provare reati e scorrettezze di Trump dopo l’elezione. Ma il logoramento in vista del secondo mandato è già un problema incombente.

 

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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