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Papa Francesco e fine vita: ecco come stanno le cose

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Papa Francesco: no all’accanimento terapeutico. È una novità per la Chiesa? Neanche per idea. Infatti, per ribadirlo, egli ha citato un celebre discorso di Pio XII agli anestesisti e rianimatori del 1957. Oltre alla dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1980. E, naturalmente, il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 (numero 2278).

Riflesso condizionato

Allora, perché tanto scalpore? Pesa, come nel caso in cui il Papa ha parlato di cittadinanza, soprattutto il riflesso condizionato delle vicende politiche italiane. Allora pensavamo allo “ius soli”, adesso la mente corre al testamento biologico, ancora in discussione in Parlamento. Inutile ribadire come il Papa scandisca le sue udienze e i suoi messaggi secondo la propria agenda. Vediamo, comunque, cosa ha detto e se questo rivesta qualche rilievo nel caso italiano.

Proporzione ed eutanasia

L’occasione, anzitutto. Un messaggio ai partecipanti al meeting regionale europeo della World Medical Association, sulle questioni del “fine vita”. Il convegno è stato organizzato in Vaticano dalla Pontificia Accademia per la Vita. Ed ecco il contenuto del messaggio. Il Papa ha riaffermato l’ormai costante magistero della Chiesa sulle delicatissime questioni bioetiche, connesse alle malattie terminali. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile fare in ottica terapeutica è sempre obbligatorio, ha scritto, citando Papa Pacelli. Criterio regolatore è il principio etico e umanistico della proporzionalità tra terapia e risultati ottenibili. Di qui, il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Arriva un momento in cui la morte non si può evitare, cioè in cui si accetta di non poterla impedire. Deve però essere vissuta e accompagnata, rispettivamente con dignità e con amore. Ribadita, invece, la ferma condanna dell’eutanasia, ingiusta soppressione della vita, sempre moralmente illecita.

Papa Francesco: realtà e ingiustizia 

Il messaggio, poi, si fa carico dei dubbi morali che, nei casi concreti, sempre circondano le determinazioni mediche e familiari. Il Papa, citando ancora il Catechismo, ricorda che la responsabilità del malato è la prima a rilevare. Naturalmente, ove gli sia possibile prendersela e in un dialogo informato con i medici. Francesco sprona tutti alla solidarietà nei momenti estremi della vita, secondo il comandamento supremo della prossimità responsabile. È il Samaritano della parabola il modello cui ciascuno (familiare, medico, infermiere) deve conformarsi, di fronte alla malattia dei fratelli. Non sempre si può guarire, ma sempre si deve curarePurtroppo, c’è chi non può materialmente permettersi le terapie. E questo vale sia a seconda delle zone del mondo in  cui si vive, sia all’interno delle società più avanzate. Il Papa non ha taciuto neanche questo dramma nel dramma.

Scelte condivise

Il passaggio forse più interessante dell’intervento papale, però, è passato in secondo piano su gran parte dei media. Francesco, sul finire del messaggio, ha fatto espresso accenno all’opportunità di legiferare in modo condiviso sulla materia del “fine vita”. Radicando il fondamento di questa necessità nel pluralismo filosofico, etico e religioso, proprio delle società democratiche. A seguire, un riconoscimento non scontato del dovere, incombente allo Stato, di intervenire normativamente, a tutela dei diritti di tutti. E specialmente dell’eguaglianza, presupposto del mutuo riconoscimento e della convivenza civile.

Una frontiera dopo l’altra

Papa Francesco ha una riconosciuta vocazione pionieristica, che lo spinge a valicare una frontiera dopo l’altra. Parafrasando un celebre adagio, potremmo dire che il Papa è più conciliare del Concilio. O meglio, che ne trae tutte le conseguenze in termini esigenti. Ed è proprio sul principio di libertà religiosa, accettato dalla Chiesa con il Vaticano II, che ha ragionato stavolta Francesco. Tanti credi e tante convinzioni impongono assiduo dialogo e grande sforzo di sintesi. Questa è la democrazia pluralista: specie, più precisamente, quella rappresentativa.

Papa Francesco: la sfida del pluralismo

Ci si potrebbe, però, domandare se convenga a una confessione religiosa prendere atto del pluralismo. Nonché delle mediazioni che esso comporta, in una forma di governo parlamentare. Una comunità credente è pur sempre un’organizzazione di tendenza, che propone dei valori, radicandoli sul più alto riferimento possibile. In termini di ascolto da parte della società, probabilmente c’è convenienza. Si vedrà se possa dirsi altrettanto in fatto di convincimento della gente.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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