Giubileo della Speranza: Papa Francesco ha aperto la Porta Santa della Basilica Vaticana la scorsa vigilia di Natale e la mattina successiva quella (inedita) nel carcere capitolino di Rebibbia, mentre i suoi cardinali Legati stanno provvedendo a presiedere analoghi riti nelle altre tre Basiliche patriarcali romane (San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, San Paolo fuori le Mura). Il giorno dell’Epifania del 2026 i medesimi battenti verranno chiusi, ponendo ufficialmente termine al XXV Giubileo ordinario della storia della Chiesa.
Cos’è il Giubileo? Qual è il significato del termine? Quale l’origine remota e quale quella relativamente più prossima di quest’esperienza? Documentiamoci un po’ su questi dati, prima di domandarci quale possa essere il valore del Giubileo nel mondo d’oggi.
Il Giubileo per Israele
La parola giubileo viene dall’ebraico “yōbēl”. Letteralmente, questo termine designava l’ariete o montone, dal cui corno veniva ricavato lo “shofar”, strumento a fiato con cui veniva ufficialmente annunciato l’inizio di un periodo sociale straordinario. Periodo che, passando per la traduzione latina “iobeleus”, ha finito per essere designato con l’attuale parola giubileo. In cosa consisteva la straordinarietà di questo anno? Sostanzialmente, in tre cose.
La prima caratteristica dell’Anno giubilare era la sua somiglianza con il Sabato o “shabbat”. Come il Sabato rappresentava il riposo dal lavoro settimanale e la memoria dei grandi prodigi fatti da Dio a beneficio del mondo (creazione) e di Israele (liberazione dalla schiavitù), così il Giubileo era una sorta di “sabato di 12 mesi” ogni “7 settimane di anni”: da qui, la sua cadenza cinquantennale. In una società ancora in parte nomadica e comunque dedita essenzialmente alla pastorizia e all’agricoltura di sussistenza, il Giubileo implicava l’astensione dalla coltivazione della terra, lasciata riposare anche a rischio di principi di carestia.
Le altre due caratteristiche dell’Anno giubilare ebraico erano giuridiche e consistevano, rispettivamente, nella liberazione degli schiavi correligionari e nel ritorno della proprietà dei beni ai precedenti titolari. I figli d’Israele erano stati riscattati a caro prezzo dall’Egitto e non potevano essere fatti oggetto (almeno a lungo) di commercio nemmeno tra di loro. Quanto alla proprietà dei beni, cioè una volta di più della terra e degli armenti, il Giubileo fungeva da riequilibrio delle disparità sociali: si avverte qui l’eco dell’esperienza storica degli Israeliti, sempre segnata dalla lotta per il possesso di una sorta di “spazio vitale”, non meno che dalla granitica solidarietà tra loro a fronte dell’ostilità persistente dei circostanti.
Il Giubileo cristiano
Diventa un’altra cosa, il Giubileo cristiano. Eppure, a ben vedere, centrale rimane il concetto di passaggio, cioè di Pasqua. Come l’Esodo, vale a dire la Pasqua di Mosè, è la matrice del Primo Testamento, così la Risurrezione, ossia la Pasqua di Gesù il Cristo, è la matrice del Secondo. E, d’altra parte, il rito del passaggio attraverso la Porta (santa) funge da esplicito richiamo dell’auto-definizione evangelica di Gesù come «porta delle pecore» (Gv 10, 7). Già nel vangelo di Luca (4, 18-19) Gesù aveva riferito a sé le parole di Isaia (61, 1-2), cioè la missione ricevuta dallo Spirito di Dio di «promulgare l’anno di misericordia del Signore».
Indipendentemente da alcuni precedenti (come una non meglio precisata “Indulgenza dei Cent’anni”, oppure l’Anno Giacobeo del 1126 in onore dell’apostolo Giacomo, o ancora la Perdonanza stabilita da Celestino V nel 1294), il primo Giubileo cristiano ufficiale è del 1300, promulgato da Bonifacio VIII. Questo Pontefice aveva previsto una ricorrenza secolare per la circostanza giubilare, nonché il suo contenuto essenziale comprendente il pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli e la possibilità di lucrare l’indulgenza plenaria. Clemente VI, però, nel 1350 ha deciso di dimezzare i tempi, ripristinando il mezzo secolo della tradizione ebraica. Dallo scorcio del XV secolo l’intervallo tra i Giubilei ordinari è diventato di 25 anni, sempre rispettato ad eccezione della buriana napoleonica e delle controversie italo-vaticane durante le vicende del nostro Risorgimento.
Accanto ai Giubilei ordinari, vengono indetti occasionalmente dai Pontefici quelli straordinari. Sinora ne sono stati celebrati 10 e l’11° è atteso con tutta probabilità per il 2033, nel bimillenario della Redenzione (secondo la datazione tradizionale della morte di Cristo all’anno 33 della nostra era). L’ultimo Giubileo straordinario è stato il 2015-2016, voluto sempre da Papa Francesco e dedicato alla Misericordia (quando il Pontefice ha anticipato il rito romano dell’apertura della Porta santa nella Repubblica Centrafricana).
Il Giubileo ha futuro se…
Come ci siamo ripromessi, terminiamo con una riflessione sull’attualità del Giubileo. La differenza principale con entrambi i riferimenti storici che abbiamo richiamato – cultura ebraica e cultura tardo-medievale cristiana – consiste nel fatto della secolarizzazione della società. Per ebrei e giudei, la religione era addirittura un fatto identitario e fondativo nazionale. Per gli europei dei secoli passati, la “christianitas” era ciò che accomunava tutti culturalmente e quindi socialmente. Oggi, la religione si è ampiamente ritirata dallo spazio pubblico in Occidente, mentre la fede è sottoposta al massacro culturale che sappiamo da parte di logiche manipolatorie non solo commerciali.
Certamente, i contenuti del Giubileo (pellegrinaggio, conversione, perdono) possono aiutare a riconsiderare quale importanza abbia nella vita personale di ciascuno la fede battesimale ricevuta di solito nella prima infanzia. Al fondo, però, siamo davanti al consueto dilemma: fede od opere? Da quando la Cristianità non è più unita, il cattolicesimo si vanta – e non senza ragioni – di avere custodito la preferenza per la congiunzione “e” anziché quella per la disgiunzione “o”. Sicché: fede e opere. Così aveva già insegnato Giacomo nella sua Lettera (2, 18): «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede».
Pensiamo che il Giubileo possa nutrire ancora speranza nel proprio futuro se saprà suscitare non solo un ripensamento intimistico della fede, ma anche un cambiamento dei comportamenti e nelle relazioni sociali. In altri termini, se ravviverà entrambe le radici storiche su cui è fondato, quella cristiana medievale e quella ebraica antica. Il mondo in oltre due millenni è radicalmente cambiato più volte e la solidarietà tra tutti gli uomini è ben lungi dal replicare quella intercorrente tra gli Israeliti, ma il senso e l’attualità del Giubileo passano ancora da qui.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.