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Corte Costituzionale: chi controlla il controllore?

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Giorgio Lattanzi, presidente della Corte costituzionale

Quello fra la Corte costituzionale e il senso del limite è un rapporto sempre difficile. La questione è vecchia: chi controlla il controllore? Essendo retorica la domanda, la risposta vi è implicitamente contenuta: si controlla – cioè, dovrebbe controllarsi – da solo. E se faticasse a farlo? Sarebbe un problema serio per il sistema istituzionale e anche per tutti noi.
L’intervista concessa il 24 novembre scorso al Corriere della Sera dal presidente uscente della Consulta, Giorgio Lattanzi, è passata sotto silenzio. Eppure, il titolare dell’alta carica ha rilasciato dichiarazioni tutt’altro che formali. Vediamo senz’altro cos’ha detto e poi proveremo a ragionarci su.

Costituzione da non toccare?

Giovanni Bianconi cominciava sorprendentemente l’intervista con una domanda sulla salute della Costituzione italiana. È chiaro che la Carta è il parametro di riferimento dei giudizi emessi dalla Consulta. Forse, però, sarebbe stato meglio domandare al presidente della Corte come sta la legislazione italiana. Perché sono le leggi ordinarie a venire giudicate dal supremo consesso. Domandargli come sta la Costituzione significa riconoscere alla Consulta un rapporto esclusivo con la Carta, che è invece della politica e della società tutta. La differenza non è capziosa.

Il presidente Lattanzi ha subito assunto molto volentieri il ruolo evocato dall’intervistatore. Dopo aver affermato che la Costituzione sta bene anche grazie alla Consulta, ha bacchettato le altre istituzioni e, si direbbe, gli italiani. Sostenendo che gli sembra che la Carta venga ormai rispettata più per dovere che per convinzione, senza più condivisione dei valori che l’hanno storicamente ispirata. A seguire, un’esemplificazione della recentissima giurisprudenza costituzionale più contestata, quella sui permessi e l’ergastolo ostativo per i mafiosi. Immancabile il riferimento al fascismo, per cui sarebbe stato il rigore disumano delle sue carceri a suggerire la riforma penitenziaria degli anni 70.

Il botto finale

L’intervista proseguiva con la rivendicazione delle ragioni della Corte in materia di fine vita, con l’affermazione per cui la Consulta non fa politica e con una nuova bacchettata sui temi della cittadinanza. Secondo Lattanzi, non è il cittadino ma la persona il baricentro della Costituzione del 1948. E il presidente dell’alta corte addita apertamente il sovranismo come indizio della distorsione dei valori costituzionali. Come in ogni spettacolo pirotecnico che si rispetti, comunque, il botto è riservato al finale. Così, ancora su assist di Bianconi che domandava se è sempre del parere che convenga lasciare immutata la Carta fondamentale, Lattanzi conferma. Niente modifiche a maggioranza (secondo l’articolo 138 della stessa Costituzione, ndr), altrimenti si smarrisce il patriottismo costituzionale e si svilisce la Carta. Meno male, conclude il presidente della Consulta, che nel 2006 e nel 2016 i cittadini hanno bocciato le revisioni proposte da Berlusconi e Renzi.

Giudice delle leggi e politica

Mettiamo ordine nelle idee. Un organo chiamato a vagliare la legittimità costituzionale delle leggi si è reso necessario perché la Carta del 1948 è rigida. Infatti, per modificarla occorre rispettare delle procedure aggravate. Sono previste dall’articolo 138 della Costituzione stessa. In sintesi: doppia lettura intervallata in ciascuna Camera del Parlamento, maggioranza assoluta per la seconda deliberazione, sospensione dell’entrata in vigore in attesa di un’eventuale richiesta di referendum. Se dunque a monte vengono imposte delle cautele, anche a valle si è ritenuto opportuno mettere un argine: di qui, a presidio della gerarchia delle fonti, la Corte costituzionale.

Le scelte di sottoporre ad esame le leggi già entrate in vigore e affidarne lo scrutinio a un organo giurisdizionale (composto da giudici che emettono sentenze) sono state più controverse. Il mito illuminista della legge come espressione della volontà generale era arduo da scalfire. Ma più di quello poté la propensione degli italiani per i tribunali, le rivendicazioni, la pretesa di avere ragione. E la coscienza infelice di quanti si illudono possa esistere l’oggettività, che però naturalmente dovrebbe coincidere con la loro posizione.

L’equivoco

E qui, secondo noi, si annida l’equivoco. L’esercizio di qualsiasi giurisdizione è inevitabilmente politico, perché è necessariamente umano e quindi mai neutro. Figuriamoci nel caso del “giudice delle leggi”, altro nome corrente della Consulta. È troppo poco ammettere, come fa Lattanzi nell’intervista, che le decisioni della Corte hanno ricadute politiche, senza che ne sia implicata la matrice politica delle pronunce. Ogni sua decisione, anche solo per la tempistica della messa a ruolo della causa, della deliberazione e del deposito delle motivazioni è politica. Configurare la Consulta come un tribunale e farle avere la materia da decidere dai giudici comuni non cambia questo stato delle cose.

Autocontrollo e potere

Fatale corollario della rivendicazione dell’impossibile impoliticità della Corte costituzionale sarebbe la sua pretesa di assurgere a custode dell’immutabilità della Carta fondamentale. La Costituzione deve certo avere una sua stabilità nel tempo, a pena di perdere autorevolezza. Nondimeno, non è un moloc e neppure il decalogo biblico. E soprattutto, in tanto la Consulta può esercitare il gravissimo potere di abrogare e manipolare le leggi, in quanto la Costituzione costituisce per essa un limite invalicabile. Se la Corte si arrogasse la titolarità di sindacare il merito dell’esercizio del potere costituente, insidierebbe una prerogativa che è solo del popolo sovrano e degli organi elettivi attraverso i quali quest’ultimo esercita la sovranità. Altro che sovranismo: ne andrebbe della natura democratica della Repubblica.

Da questo punto di vista, non ha aiutato la pretesa dei costituenti (scrivendo una costituzione “lunga”) di scolpire un testo di perenne validità. I principi supremi di qualunque ordinamento non vengono calpestati legalmente, ma di fatto. Sicché, non resta che rimettersi al senso di responsabilità dei giudici costituzionali. Debbono costantemente sentirsi chiamati ad esercitare le loro funzioni all’insegna del “self-restraint”, dell’autocontrollo. Sapere che chi è chiamato a valutare se le leggi rispettino la Costituzione è preoccupato anzitutto che quest’ultima non cambi, lascia però qualche dubbio.

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