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La Costituzione 70 anni dopo: ripensarla per guardare al futuro

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27 dicembre 1947: il Capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione a palazzo Giustiniani. Da sinistra, Alcide De Gasperi (presidente del Consiglio), Francesco Cosentino (funzionario), Giuseppe Grassi (guardasigilli) e Umberto Terracini (presidente della Costituente)

La Costituzione ha settant’anni sulle spalle. Enrico De Nicola, Capo provvisorio dello Stato, la promulgava con la sua firma il 27 dicembre 1947. Sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Quindi, fra qualche giorno la nostra Carta fondamentale festeggia un anniversario che merita di essere ricordato, oltre che celebrato.

E ricordare vuol dire riflettere sulla Costituzione della Repubblica italiana senza pregiudizi, ma anche senza cedere a tentazioni apologetiche. Cominciamo, allora, dalle contingenze politiche nelle quali la Carta è maturata.

Costituzione: un po’ di storia

La scelta della Repubblica, fatta nel referendum del 2 giugno 1946, è stata l’unica rimessa al popolo dopo il fascismo. Contestualmente, infatti, gli italiani hanno eletto un’Assemblea costituente, con 556 membri. Ad essa è stato demandato il compito di approvare la nuova legge fondamentale, destinata a soppiantare lo Statuto Albertino.

Eletta con formula proporzionale, l’Assemblea ha visto prendere posto nei propri banchi tutti i partiti politici dell’epoca. In essa, la parte del leone è stata della Democrazia cristiana, con 207 deputati. Quasi equivalenti le forze dei Socialisti (115) e dei Comunisti (107). Ebbero rappresentanze di rilievo anche Liberali (dispersi in varie sigle), Repubblicani, Monarchici (strano, ma vero!) e il Partito d’Azione.

Il compito di redigere la Costituzione fu delegato dall’Assemblea alla Commissione dei 75. A loro volta, i 75 si divisero in 3 sottocommissioni, il cui lavoro venne poi fuso dal Comitato dei 18. Discusso a Montecitorio a partire dal 4 marzo 1947, il testo è stato approvato nella seduta pomeridiana del 22 dicembre. Il voto finale ha contato 453 voti favorevoli e 62 contrari.

Costituzione: niente voto popolare 

Due caratteristiche su tutte colpiscono, nell’ambito del processo che ci ha condotto alla Costituzione tuttora in vigore. La prima: il popolo italiano non è stato chiamato ad approvarla, una volta che l’Assemblea l’aveva votata. La seconda: da un parlamento, qual era la Costituente, non poteva che uscire un testo frutto di compromessi.  

Sarà stato senz’altro detto che, eletta la Costituente, un nuovo voto popolare sarebbe stata una mera ratifica. Ma in democrazia la forma è sostanza. E che una Costituzione, che riconosce l’appartenenza della sovranità al popolo, non lo lasci votare sulla Costituzione stessa, è francamente paradossale. La nostra contemporaneità politica è iniziata con l’idea che il popolo italiano fosse politicamente immaturo.

Sono passati 70 anni e siamo daccapo. Nessuno dei progetti di revisione complessiva della Carta, tutti rigorosamente abortiti, ha mai previsto di farci votare sulla Costituzione. E nemmeno sulle sue modifiche, se approvate all’unanimità parlamentare. È un dato da meditare.

Insomma, la Carta del 1948 è la Costituzione dei partiti più che degli italiani. Salvo, naturalmente, che la nazione possa identificarsi con i partiti. Ma, ammesso che qualcuno potesse pensarlo allora, oggi chi lo direbbe ancora?

Parte Prima: validità indiscussa

E veniamo, così, alle prospettive di riforma della Costituzione. Non prima di aver fatto una premessa, che è anche un riconoscimento sostanziale. La Costituzione ha 2 parti, precedute dai principi fondamentali. Questi ultimi, specialmente, e anche la prima parte, “Diritti e doveri dei cittadini”, sono un patrimonio tuttora largamente condiviso dagli italiani. C’è anche grande lungimiranza, trasfusa in loro. È vero: contengono molte norme programmatiche, che si limitano a delineare obiettivi futuri, talvolta futuribili. Nei principi e nella prima parte, comunque, noi fondiamo in modo convinto la nostra convivenza civile.

Parte Seconda: da cambiare per amor di Patria

Discorso diverso deve farsi, a parer nostro, per la seconda parte della Costituzione. L’ordinamento della Repubblica, che in essa trova posto e disciplina, è bisognoso di molti ammodernamenti. Non abbiamo né l’ambizione, né lo spazio per passarli in rassegna. Ma sappiamo che sono, apparentemente, molto condivisi, sia dai cittadini, sia da quanti operano nelle istituzioni. E allora, come mai i due maggiori tentativi di operarli, nel 2006 e nel 2016, sono miseramente naufragati? Rispondere a questa domanda non è facile, ma rischia soprattutto di essere scomodo.

Sarebbe senz’altro facile rispondere: perché prevedevano anche cose che non andavano. In realtà, però, preferendo conservare le istituzioni anziché preoccuparci che funzionino, noi fingiamo di ignorare che non ci va di cambiarle. E di cambiare. Le istituzioni sono mezzi, non fini. Il fine è la sopravvivenza della Patria. Teniamo ancora all’Italia, o preferiamo andare da soli incontro al destino? Ripensare alla Costituzione serve se ci inchioda alle nostre responsabilità, soprattutto guardando alle generazioni future.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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