Donald Trump faccia a faccia con i giudici sui dazi e la Fed (Banca centrale): gli Stati Uniti stanno diventando come l’Italia rispetto alla tensione permanente tra i poteri dello Stato? Il discorso è un po’ più complicato, anche perché come abbiamo già scritto l’assetto federale del Paese a stelle e strisce per un verso complica le cose, mentre per un altro costituisce un fattore di equilibrio nella misura in cui impedisce di farsi strada a tendenze assolutistiche.
Tuttavia, è un fatto che il temperamento e le politiche del 45° e 47° presidente Usa e l’antipatia feroce di mezza Nazione nei suoi confronti stressino un sistema considerato generalmente sperimentato. Si tratta solo di questo o c’è dell’altro? Per intenderci: una volta passato the Donald (tutti siamo di passaggio in tutti i sensi) il problema non si ripresenterà, oppure le attuali tensioni fanno emergere delle tendenze epocali, socio-politiche e culturali? È quello che proveremo a considerare alla fine, dopo essere partiti come sempre dai fatti.
I giudici provano a stoppare i dazi…
Cominciamo dai dazi. Il 29 agosto scorso, una Corte d’appello federale ha stabilito a maggioranza (il fatto che la precisazione diventi di dominio pubblico fa riflettere) che l’Amministrazione del presidente non ha un autonomo potere di stabilire dazi generalizzati e illimitati nel tempo nell’ambito delle relazioni commerciali internazionali del Paese. Secondo l’organo giurisdizionale che si è pronunciato su istanza di parte, la competenza della Casa Bianca in materia (stabilita dall’International Emergency Economic Powers Act del 1977) non andrebbe al di là, come suggerisce la sua stessa denominazione, di situazioni particolari, quindi limitate nel tempo e sostanzialmente eccezionali. Per cui, qualora si volesse procedere ad un inasprimento tariffario globale e permanente, sarebbe necessario che la decisione passi per il Congresso, cioè il potere legislativo.
I giudici (emettendo appunto uno “Stay”) hanno differito l’operatività della cancellazione dei nuovi dazi al prossimo 14 ottobre, per dare tempo all’Amministrazione di ricorrere alla Corte Suprema. Impugnazione che Trump sicuramente proporrà, perché sulla politica di riduzione del deficit della bilancia commerciale a suon di tasse a carico delle importazioni il presidente ha impostato gran parte del primo anno del suo secondo mandato. Per non parlare delle conseguenze per l’Erario dei rimborsi dovuti agli importatori, nel caso la decisione giurisdizionale dovesse essere confermata. E, soprattutto, del deterioramento della credibilità internazionale degli Usa, con prevedibili ripercussioni sui mercati finanziari.
…e Trump cerca di licenziare un banchiere centrale
Per quanto riguarda la Fed, dobbiamo premettere che il più grave motivo di frizione con Trump riguarda la ritrosia del presidente dell’istituzione basata nell’Eccels Building di Washington, Jerome Powell, a praticare una politica di bassi tassi d’interesse. Nominato nel 2018 dallo stesso Trump nel corso del suo primo mandato, Powell è da tempo oggetto di aspre critiche pubbliche da parte del presidente americano, che non lesina nei suoi confronti addirittura il dileggio e l’insulto.
Veniamo al caso di Lisa Cook. Prima afroamericana nominata nel board della Federal Reserve da Joe Biden nel 2022, accademica di lungo corso alla Michigan State University e con un solido imprinting dem (aveva fatto parte dello staff di Barack Obama), si è fatta fama di prudente tra i banchieri centrali Usa, in linea con il loro capo Powell. L’Amministrazione Trump ha manifestato nei giorni scorsi l’intenzione di licenziarla per giusta causa – unica possibilità per l’Esecutivo di abbreviare il mandato di 14 anni di un governatore della Fed – contestandole sue presunte frodi private nella documentazione presentata quattro anni fa onde accendere mutui per l’acquisto di alcuni immobili.
Attenzione a questi due dati: le presunte irregolarità contestate a Cook non riguardano l’espletamento del suo mandato di componente della Fed e sarebbero anche cronologicamente anteriori all’assunzione di quest’ultimo. Si tratta di due circostanze sulle quali si appunta il ricorso alla giurisdizione annunciato da Jerome Powell a difesa della collega. Cook, per parte sua, si è riferita alla lettera di licenziamento fattale pervenire dall’Amministrazione come giuridicamente inesistente, in quanto radicalmente viziata d’illegittimità.
Ragione e torto
Facciamo ora una breve prognosi delle due vicende che portano il presidente Trump ad interfacciarsi con la magistratura americana. Nel caso dei dazi, l’Amministrazione e il suo capo sono resistenti di fronte al ricorso di un importatore. Nel caso della governatrice Cook, è la Casa Bianca a brandire le carte bollate, invocando un’interpretazione perlomeno controversa delle norme che consentono all’Esecutivo di interrompere il mandato di un banchiere centrale (cosa mai avvenuta in oltre un secolo di vita dell’istituto che emette il dollaro).
Secondo noi, nel primo caso Trump si vedrà riconosciuta ragione, mentre nel secondo subirà le conseguenze dell’attribuzione del torto. Peraltro, a proposito della controversia riguardante i dazi, è possibile anche una decisione intermedia della Corte Suprema, vale a dire la conferma dei poteri tariffari speciali del presidente limitatamente a situazioni specifiche (cosiddetti dazi chirurgici). In tutti i casi, difficilmente i supremi giudici esporranno gli Usa ad una figuraccia mondiale storica. È vero che la precisazione delle competenze tariffarie tra Casa Bianca e Congresso è una questione storicamente e costituzionalmente rilevante, ma deciderla nel bel mezzo di un conflitto commerciale generalizzato innescato dal Paese non avrebbe senso.
Nel caso Cook, invece, Trump dovrà molto probabilmente rimangiarsi i suoi propositi di licenziamento, per lui un chiodo fisso sin dai tempi del reality “The Apprentice”. La debolezza delle argomentazioni addotte dall’Amministrazione, non in senso assoluto ma in rapporto a ciò di cui si discute e cioè la rimozione di un banchiere centrale da parte del Governo, fa pensare che la signora resterà al suo posto.
Equilibrio difficile
Concludiamo con una considerazione di carattere più generale. Al netto della polarizzazione tra trumpiani e anti-trumpiani, gli Stati Uniti si stanno rivelando tutt’altro che immuni dalla tendenza epocale al cortocircuito della classica ripartizione delle competenze statali tra i diversi Poteri.
Nei commenti, troverete tanti che stigmatizzano la tendenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca all’auto-investimento di poteri esorbitanti. Difficilmente, invece, sentirete condividere la nostra impressione e cioè che le frizioni tra istituzioni politiche e istanze giurisdizionali o comunque indipendenti riflettano il difficile equilibrio tra esigenze collettive e diritti (e non di rado pretese) individuali. L’individualismo è parte essenziale dei regimi liberali, ma specie in tempi internazionalmente difficili come questi le necessità collettive si fanno sentire acutamente. Ridurre tutto ad una questione personale dei politici, oltreché un esercizio molte volte interessato, appare una comoda scorciatoia ma è una strada che non porta lontano.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







