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Papa Francesco: il summit dell’umiliazione e i nodi irrisolti sulla pedofilia

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Papa Francesco e la piaga della pedofilia: drastico anticipo quaresimale. Dal 21 al 24 febbraio, si è tenuto in Vaticano un autentico meeting penitenziale.
Il titolo dato all’avvenimento, “La protezione dei minori nella Chiesa”, fa pensare a un semplice convegno di studi. Niente affatto: si è trattato di una colossale auto-umiliazione pubblica della Chiesa e dei vescovi.  

Metodo sinodale

Cominciamo dai numeri e dai titoli dei partecipanti all’incontro. 114 presidenti delle Conferenze episcopali nazionali. 14 patriarchi orientali. 10 capi dicastero della Curia romana e 5 componenti del Consiglio dei cardinali che assistono il Papa per la riforma curiale. 12 Superiori generali di ordini religiosi maschili e 10 Superiore di ordini femminili. Insomma: ben più di un affresco di collegialità, anzi, un vero e proprio esercizio sinodale.

Prime donne

Tre giornate intense, in quanto le assise hanno previsto 3 relazioni quotidiane, intervallate dai gruppi di lavoro. La liturgia penitenziale serale di sabato 23 e la Messa del giorno di domenica 24 hanno concluso quest’appuntamento senza precedenti. Tra gli aspetti inediti, 3 donne relatrici: Linda Ghisoni (sottosegretario del dicastero vaticano per i Laici), Valentina Alazraki (vaticanista di lungo corso) e Veronica Openibo (religiosa nigeriana).

Parola alle vittime

Novità delle novità: per la prima volta (per loro stessa ammissione), molti pastori della Chiesa hanno assistito a testimonianze di vittime di abusi e pedofilia clericali. Ognuna delle 3 giornate si è chiusa con il racconto di una penosa esperienza personale, segnata dagli atti indegni commessi da persone consacrate e dall’incomprensione dei responsabili delle chiese locali.

Linee-guida già applicate

Le conclusioni del vertice sono state tirate da Papa Francesco, a margine della celebrazione domenicale. In esse, opportunamente, si è cominciato dalla constatazione che gli abusi sui minori avvengono in assoluta prevalenza in ambito familiare. Quindi, il Papa ha contestualizzato gli abusi sessuali nel più vasto problema dell’infanzia e della minore età violate: bambini soldati e lavoratori, turismo sessuale e pedo-pornografia digitale.

Venendo alla pedofilia dei chierici nella Chiesa, il Pontefice ha riassunto gli impegni presi dai rappresentanti dell’episcopato. Si è trattato, per lo più, di ribadire i contenuti della pastorale anche canonica osservata sotto gli ultimi tre pontificati.

  1. Protezione dei minori, priorità alle vittime, abiura del tradizionale privilegio riconosciuto al malinteso buon nome dell’istituzione-chiesa rispetto alla dignità degli abusati.
  2. Impegno a non insabbiare le denunce e, soprattutto, a consegnare alla giustizia statale i responsabili dei crimini sui minori.
  3. Un interessante riferimento alla necessità, per i vescovi, non solo di non ordinare soggetti dalla personalità problematica, ma anche di curare nel tempo l’equilibrio psico-relazionale dei loro sacerdoti.
  4. Necessità, per le Conferenze episcopali, di passare da semplici orientamenti a norme uniformi per la trattazione dei casi, ma soprattutto per la prevenzione e le misure cautelari.
  5. Impegno ad ascoltare e accompagnare le persone ferite, sapendo che l’attenzione è già riconoscimento.
  6. Accusare se stessi e guardarsi dall’accusare gli altri (specie i giornalisti), alla ricerca di alibi.

Prevedibile insoddisfazione 

Com’era facile da immaginare, i risultati di questo meeting non hanno soddisfatto né i commentatori, né le associazioni delle vittime reali e presunte. In realtà, sono il fatto stesso che l’incontro si sia tenuto e le modalità con cui si è svolto che hanno fatto piacere ai critici della Chiesa.

Difficile pensare, però, che una simile umiliazione li abbia anche placati. Per costoro la Chiesa, per far bene, dovrebbe sciogliersi come una qualsiasi società di capitali o associazione privata. Non accadrà, ovviamente e per questo le accuse di non fare abbastanza continueranno a fioccare.

Papa Francesco e i nodi irrisolti

Dal punto di vista del Papa, l’approccio sinodale e il discernimento sono punti qualificanti della sua azione pastorale. Come pure la valorizzazione della responsabilità dei vescovi e delle chiese locali. Per questi aspetti, il vertice è stato per lui un successo. Ma ci sembra restino irrisolti tre nodi, che tendono purtroppo a ingarbugliarsi.

Da una parte, si continua a tacere una serie di problemi prettamente ecclesiali, nell’affrontare accuse come quelle di pedofilia rivolte ai chierici. Su tutti: l’inviolabilità del segreto confessionale e la differenza tra peccato e reato.

Dall’altra parte, attitudini come tolleranza zero e trasparenza assoluta sono impraticabili per qualsiasi intrapresa umana. D’accordo che vengano provocatoriamente richieste alla Chiesa dal di fuori, ma che essa lasci intendere di poter soddisfare simili pretese è fonte certa di nuove incomprensioni.

Pedofilia e caccia alle streghe

Infine, c’è il rischio della “caccia alle streghe”. Il Papa è avvertito al suo riguardo, infatti ha detto che non bisogna cedere al giustizialismo. Ma il nuovo modo di intendere il Papato, inaugurato dalla rinuncia di Benedetto XVI e proseguito dal nuovo stile di Francesco, incoraggia il dissenso pubblico nella Chiesa in forme ancora inusitate.

Il pericolo che le accuse di abusi e insabbiamento siano usate come armi improprie c’è. La Chiesa ha conosciuto l’ultima caccia alle streghe interna all’inizio del ‘900, con la crociata contro il modernismo promossa da san Pio X. Un’esperienza con eccessi da non ripetere, anche se sotto fortissime pressioni esterne. Come l’ultima in ordine di tempo: la condanna del cardinale George Pell in Australia, per abusi commessi su chierichetti oltre 20 anni fa.

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