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Stati Uniti al traino dell’ossessione di Israele per l’Iran? Tutto come previsto…

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Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Gli Stati Uniti al traino dell’ossessione di Israele per l’Iran: tutto come previsto. Non solo dagli analisti ma anche da chi semplicemente guarda la realtà riuscendo a comprenderla minimamente. E non ha motivo d’imporsi di parlare d’altro. Intendiamoci: non è che dell’altro non ci sia, ma chi trascina l’America in guerra nella polveriera mediorientale è Israele. Non per vantarci né per sottovalutare l’attenzione dei lettori, ci piace comunque sottolineare che qui parliamo volutamente di Stati Uniti e Israele e non di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Non è questione di colori politici, né solo di carature personali che pure un ruolo lo giocano eccome, specie in fatto di modalità e tempistiche. 

Cosa vuole Tel Aviv

Nella sostanza, però, conta che l’America fa quello che vuole Israele. Cosa vuole Tel Aviv? Lo dicevamo nel giugno scorso, quando Washington si era già piegata a bombardare i siti nucleari iraniani sotterranei con l’operazione “Rising Lion”, sempre in tandem con l’aviazione militare dello Stato Ebraico. Israele non sopporta che gli altri siano consapevoli di quanto sa per primo lui stesso, cioè di non essere in grado di sopravvivere come Paese allo strike atomico. Anche allora, le due leadership politiche in guerra contro Teheran cantarono vittoria. Peccato che Israele non sia diventato nel frattempo uno Stato-continente, sicché quel qualcosa dentro che non va è tornato a farsi sentire. E gli Stati Uniti sono ancora lì a bombardare con l’operazione “Epic Fury”, per assecondare l’impossibile ricerca di sicurezza assoluta da parte d’Israele.

Un piano che viene da lontano

Il problema che si pone ora è quanto gli Usa, l’amministrazione che fa capo alla Casa Bianca e Trump in persona siano disposti a sopportare l’impegno offensivo, magari prima di un ulteriore stop-and-go, che potrà riguardare Repubblicani o Democratici ma certo riguarderà il loro Paese. Che l’Iran non fosse un bersaglio facile si sapeva e anche in questo caso bastava guardare la carta geografica, pensando da quando Israele e Usa si pongono il problema e cosa hanno fatto in preparazione della guerra di questi mesi. Libano, Iraq, Siria: erano tutti prodromi. L’Iran ha rilevantissime dimensioni territoriali; la sua leadership si basa sulla saldatura tra il clero rivoluzionario, i suoi spietati addentellati repressivi interni e l’apparato militare; mostra un’oggettiva capacità di destabilizzazione del mercato energetico internazionale, incidendo sul commercio di petrolio tanto verso l’Oriente quanto verso l’Occidente.

Rispetto a prima dei pogrom del 7 ottobre 2023, quando Hamas ha offerto all’Idf (le Forze armate israeliane) il pretesto per spianare la Striscia di Gaza e ingaggiare la lotta contro i proxy dell’Iran, Teheran ha visto drasticamente decurtarsi le sue sponde. La citata Hamas in Palestina, gli Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen sono tutti abbastanza malridotti, anche se le perduranti offensive israeliane nel Paese dei Cedri dimostrano come questi gruppi abbiano un radicamento e una capacità di adattamento notevoli.

A proposito di Israele in Libano: se i pericolosi incroci con le forze d’interposizione sotto l’egida Onu già non lasciavano dubbi circa l’attitudine degli israeliani, l’eccidio di civili (almeno 41 vittime) compiuto giorni fa a Nabi Shith dalle forze speciali di Gerusalemme mentre cercavano inutilmente di recuperare il corpo di un loro soldato scomparso 40 anni fa dovrebbe bastare a chiarire una volta per tutte i termini della questione. Quando la salma di un caduto degli Anni ’80 dell’altro secolo vale la morte di decine di civili di questo secolo, altro che diritto internazionale, qui si ribalta persino il senso dell’Antigone di Sofocle! 

Il regime change resta una chimera e…

A nostro modo di vedere, difficilmente l’apparente confusione delle mosse e delle dichiarazioni della Casa Bianca sottende una corrispondente indeterminatezza degli obiettivi dell’Amministrazione. L’Iran è ostile per principio a Israele e per questo israeliani e statunitensi vogliono sterilizzarlo militarmente e costringerlo a cambiare posizione di principio.

Certo, il regime change darebbe garanzie di più ampio respiro, pur senza risolvere il problema psicologico di Israele sullo strike atomico di cui abbiamo parlato e che non va mai dimenticato. Il cambio di regime, però, presuppone condizioni che difficilmente si possono riscontrare in Iran. Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di venerdì scorso, suggeriva che le migliori chance di cambiamento passerebbero per il dilagare dell’insofferenza dei militari di professione nei confronti delle milizie direttamente controllate dal clero sciita. La strategia del massimo coinvolgimento di altri Paesi nel conflitto, adottata da Teheran colpendo a suon di missili le monarchie del Golfo e arrivando a lambire la Nato (Turchia) e l’Unione europea (Cipro), non pare deporre in questo senso: o i militari di carriera sono convinti, o sono stati soppiantati.

La devozione per Israele 

A questo punto del nostro ragionamento, è chiaro che non accreditiamo particolarmente la tesi della divergenza di obiettivi tra Usa e Israele. L’obiettivo lo ha stabilito lo Stato ebraico, tocca all’America trovare il modo di farlo passare per suo: vanno bene anche le sparate di Trump che dice che l’Iran poteva colpire addirittura il continente americano o anche soltanto l’Europa. Quando da parte di qualcuno la partita viene vissuta come esistenziale, le forme non hanno importanza. E poi, come si accennava all’inizio, non è falso che ci siano anche altre ragioni per cui appare utile cambiare i connotati dell’attuale Repubblica Islamica, dal punto di vista statunitense e occidentale: solo che è Israele a fare la differenza, cioè a smuovere – prima di tutto dall’interno – l’America. 

Attori diversi, ma la pièce è la stessa

Il campo delle riflessioni è effettivamente ampliabile ad altri attori, come la Cina, cliente principale del petrolio iraniano, e la Russia, enorme produttore di energia a basso costo, tanto più appetibile in caso di instabilità prolungata del prezzo del greggio. L’aggressore dell’Ucraina si sente meno isolato ora che tutti denunciano la nudità del Re e cioè la completa autoreferenzialità dei richiami al diritto internazionale.

Diciamo solo questo: mentre la guerra anche oggi colpisce duro in termini di risposta missilistica iraniana su obiettivi israeliani e americani in Medioriente, giungono notizie contraddittorie su Mojtaba Khamenei, il figlio della Guida suprema Alī, ucciso all’inizio di questa fase del conflitto, che pare ne abbia ereditato il ruolo. Al di là delle freddure di Trump su quanto potrà durare (in vita?), la scelta caduta su di lui fa pensare alla determinazione del regime a proseguire il conflitto senza compromessi.

Tuttavia, potrebbero palesarsi terze vie, come forme di ripresa del dialogo e dissimulazione d’immutata fermezza. A Israele, la polverizzazione fisica e statuale dell’Iran (dopo quella dell’Iraq e della Siria) sta bene, agli Stati Uniti non dovrebbe andare assolutamente. E l’incapacità d Washington di restare fedele ai propri interessi quando c’è di mezzo Israele si conferma la chiave della politica e delle guerre mediorientali.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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